Padre Pio confessore: il suo


confessionale nel Convento di Larino

PADRE PIO

seduto al suo confessionale

(1950 ca)

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  accontano che al momento di dare l’assoluzione, Padre Pio da Pietrelcina levava la mano sanguinante in alto e, tremando quasi, pronunciava, con non poco sforzo, le parole di rito: «Ego… ego… te… te… te…  absolvo… a… peccatis… tuis»[1]. Chi gli stette vicino a lungo riporta che in quell’atto supremo il mistero della Morte e Risurrezione del Signore si riflettevano al vivo sul suo volto[2].  
 

Ovviamente, per motivi anagrafici, poiché sono stato contemporaneo del Padre solo per il mio primo anno di vita, nemmeno concluso per intero, mai potrei rammentare queste confidenze, neanche per il tramite di qualche parente o conoscente, che non ebbero la buona ventura d’inginocchiarsi al cospetto del venerato Cappuccino per fargli ascoltare laccusazione dei propri peccati. 

 

Ed allora, a tanta ignoranza dellillustre personaggio, ha supplito un po’ il ricordo di un primo  pellegrinaggio familiare da bambino e dopo quello tanti altri –, un altro poco la mia umana curiosità; ma soprattutto devo la conoscenza di lui, di Francesco Forgione, Padre Pio da Pietrelcina in religione, al suo essermisi fatto incontro nel corso della presente, recentissima mia esperienza spirituale – degli ultimi due anni, specialmente –, dacché ho avvertito chiaro nell’animo che per agevolare soprattutto a me la salita del monte, la Madre ha desiderato affidarmi proprio a quest’uomo, concrocifisso al nostro Dio, il quale per rendermi meno arduo il percorso in ascesa ha voluto disseminare il suo cammino di numerose tracce, che io ora vado riscoprendo, così che mi sia sempre più prossimo il traguardo e nettissimo il divino disegno.

 

 
 

 

Per di più, diversamente da ciò che viene comunemente creduto da chi è ritenuto “esperto”, il santo Frate ha desiderato in vita, credo con l’apporto fattivo dello Spirito, che tali impronte del suo passaggio fossero lasciate soprattutto lungo la strada percorsa dalla porzione di Chiesa che mi ha generato alla fede, quella dei luoghi, non troppo conosciuti al di là di certi ambiti, che mi hanno visto nascere e crescere cattolico: nel territorio, tutto compreso nella religiosa Provincia di Sant’Angelo, della piccola regione Molise, dove egli pure si è formato; ed in particolare nella mia parrocchia larinese della Beata Maria Vergine delle Grazie.

 

 

Ebbene, scartabellando qua e là nel corso delle mie ricerche, mi sono imbattuto in questa storia, che dapprima avrei voluto tratteggiare currenti calamo, ma che ora invece si va accrescendo e meglio delineando mentre la scrivo: quella del suo primo confessionale garganico, questo magnificato cimelio della virtù eroica del santo Cappuccino, da lui adoperato per un ventennio, in seguito ospitato nel convento dei Padri Cappuccini di Larino che, come si saprà, fu il primo della religiosa Provincia di Sant’Angelo ad essere fondato, da un drappello di frati mandati in queste terre dalla Provincia della Marca, nel remoto anno 1535; e questa vera e propria reliquia rimase, proprio nel territorio di questa mia Parrocchia, per diversi anni.

 

 

I direttori d'anima di Padre Pio e la sua prima figlia spirituale:
padre Benedetto Nardella (1872-1942), padre Agostino Daniele (1880-1963), donna Raffaelina Cerase (1868-1916)

 

 

 

Pio Forgione, novello sacerdote[3], dal suo direttore spirituale padre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis[4] aveva avuto la netta proibizione di confessare, poiché asseriva che questa mansione spirituale gli avrebbe arrecato «danno alla salute fisica, disturbo alla pace dell’anima, a motivo dell’incertezza sulla necessaria capacità scientifica e sufficiente cognizione della teologia morale, per non aver seguito regolarmente lo studio per motivi di salute»[5].

 

Ma una delle sue prime figlie spirituali, la nobildonna foggiana Raffaelina Cerase[6], scrivendo all’altro suo direttore d’anima, il padre Agostino Daniele[7], sammarchese anche lui, aveva fatto pesare la sua parola, che per la notoria vita di preghiera era tenuta in grande considerazione, affinché questo divieto venisse rimosso: «Padre, fatelo tornare in convento e fatelo confessare ché farà molto bene».[8]

 

 

La breve permanenza a Foggia:
il convento di S. Anna, dove incontrò padre Paolino da Casacalenda (1886-1964)

 

 

Padre Pio, che se ne stava rintanato nella natia Pietrelcina da oramai sette anni, per motivi a lui solo noti, proprio per assistere la moribonda Raffaelina, il 17 febbraio 1916 fece rientro nel chiostro, dimorando per quasi sette mesi nel convento foggiano di Sant’Anna[8bis]. Fino a quando, cioè, quella torrida estate che mal sopportava giustificò il suo trasferimento, dapprima temporaneo, poi definitivo[9], nel convento di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo, per insistenza e interessamento del padre Paolino da Casacalenda[9bis], guardiano – anzi presidente, poiché per motivi bellici erano in numero striminzito –  in quel convento d’altura.

 

 
Ingresso centro storico di Larino
L'ingresso del Centro storico di Larino, agli inizi del Novecento [foto Archivio Pilone]
 

 

Suscita invero una certa curiosità la circostanza, riportata dallo stesso religioso casacalendese nelle sue Memorie, per la quale egli rincontrava[10] il già conosciuto Padre Pio nel convento foggiano, per ben due volte in pochi giorni, dove in quel periodo era sottoposto a continui assalti del demonio: nel maggio del 1916 si era dovuto recare per la visita militare presso il suo Distretto d’origine, cioè di Larino – da un anno l’Italia era in guerra , dove «per mezzo di conoscenze personali, fu meglio riconosciuta la malattia»[11] di cui soffriva, per la qual cosa venne riformato, sicché poté provvidenzialmente essere a guida del cenobio garganico ancora il 20 settembre 1918, quando il Padre ricevette, impressi nella carne, i segni visibili e permanenti della Passione del Signore.

 

 

Padre Pio a San Giovanni Rotondo

convento San Giovanni Rotondo 1916
Il convento di San Giovanni Rotondo nel 1916
 

 

In quel convento di montagna, il già stimato Cappuccino, che a quel tempo non presentava ancora quei monili dello Sposo, se non quelli invisibili, noti solo a lui e ai suoi direttori di spirito, subito fu al centro di un vivace gruppo di figli e figlie spirituali, che egli si premurò di guidare sempre più rettamente.

 

Così come aveva predetto donna Raffaelina, le sue confessioni attiravano sempre più persone, talché quelle quattro tavole del confessionale che adoperava divennero quasi la sua casa, o meglio il suo “carcere”, ché lì se ne stava ore ed ore – fino a diciannove, si doleva –, ad ascoltare le penose ammissioni di colpa, assolvendo il più delle volte, anche se non mancarono le negazioni di tale adempimento, che nel caso dei normali confessori era di regola, ma nel suo, invece, che normale non era, poiché la redenzione di un’anima creduta persa gli costava pene e dolori personalissimi, tante volte lo si vide cacciare a male parole il contrito insincero, in modo talmente plateale, con sbattimenti di sportelli contro la grata che proteggeva il penitente indisposto,  da farlo arrossire di vergogna.

 

 

Con figli e figlie spirituali

 

 

Quando qualcuno gli faceva presente che scacciare e negare l’assoluzione[12] poteva essere controproducente, Padre Pio chiariva:

 

Se sapessi come soffro nel dover negare l’assoluzione … Sappi che è meglio rimproverati da un uomo su questa terra che da Dio nell’altra vita.[13]

 

E riprendendo un detto che vige ancora dalle nostre parti, soleva ripetere:


Mazzate e panelli fanno i figli belli.[14]

 

Del resto, anni dopo lo stesso Pontefice Pio XII, informato di questo modo di fare del Frate, che ai più sarebbe sembrato a dir poco originale o peggio sconveniente, volle dare la sua approvazione:

 

Me lo hanno detto che quel sant’uomo spesso nega l’assoluzione, replicò a un gruppo di pellegrini toscani, reduci dal Convento garganico. E poi chiese: Quelli che non hanno ricevuto l’assoluzione in seguito ritornano?. Quasi tutti, ammisero. E allora – concluse il Papa – quando ritornerete anche voi, ditegli a nome mio che continui ad agire così.[15]

 

 
Pio XII con Gruppo di preghiera Padre Pio
Pio XII riceve un Gruppo di preghiera di Padre Pio (1955 ca)
S. Givanni Rotondo chiesa S. Maria delle Grazie prima del 1953
La chiesa conventuale di Santa Maria delle Grazie di San Giovanni Rotondo, come si presentava prima degli ultimi rimaneggiamenti; fino al 1935 era del tutto spoglia di pitture
 

 

Possiamo certamente confermare che quella sua “scontrosità” era giustificata dal terribile dono della “scrutazione dei cuori”, che il Signore gli dette, affinché avesse più pena nello scovare anche il peccato che non si voleva render noto, che accresceva in lui il tormento: «Uno di voi mi ha trafitto il cuore – esclamò sopraffatto dalla tristezza davanti ai fratini del Collegio che dirigeva –. Proprio questa mattina uno di voi ha fatto la comunione sacrilega! E dire che sono stato io stesso a fargliela durante la Messa conventuale»[16]. Il tremendo dono di  poter scrutare le coscienze era certamente una delle ragioni che spingeva l’umanità peccatrice a inginocchiarsi davanti alla sua grata.  



E difatti la folla di devoti che saliva il pendio pietroso del Gargano si faceva sempre più numerosa, soprattutto nella bella stagione, quando – come rivela il già citato padre Paolino, di cui diremo ancora – salivano al monte le

 

cosiddette … Compagnie di pellegrini, i quali recandosi nei santuari vicini dell’Incoronata, San Marco e San Michele, sostavano nel nostro Convento ed accrescevano il numero delle persone e insieme la confusione. Si trattava – e non esagero – di migliaia di persone, che pur di vedere il Padre, oltre al denaro speso per il viaggio, si assoggettavano ai più duri sacrifici in un paese dove mancavano alloggi e altre attrezzature del genere, e si adattavano a dormire sulla nuda terra oppure sulle rocce della montagna, quando non avevano la possibilità di andare via il giorno stesso del loro arrivo.

Uno spettacolo edificante lo davano in modo speciale gli uomini che erano in gran numero e per soddisfare il desiderio di confessarsi dal Padre Pio, aspettavano fino a 10 e anche 15 giorni, dormendo sulla nuda terra nei campi intorno al Convento e rimanevano contenti pur tralasciando i loro interessi materiali, in quei mesi di giugno, luglio ed agosto, nei quali, come è noto a tutti, i contadini sono obbligati ad attendere alla mietitura del grano ed alla trebbiatura dello stesso.[17]

 

 

La "compagnie" di pellegrini, in sosta davanti al convento di San Giovanni Rotondo

 

 

Non piegandosi quasi mai al lamento, il venerato Frate dava conto spesso e volentieri di questo grave fardello, al suo Padre spirituale o ad altri amici e conoscenti, coi quali intratteneva regolarmente rapporti epistolari: «Non ho un minuto libero: tutto il tempo è speso nel prosciogliere i fratelli dai lacci di satana. Benedetto ne sia Dio»[18], scriveva a padre Benedetto il 3 giugno 1919; e qualche mese dopo, al suo antico maestro Angelo Càccavo confidava:

 

io sto bene in salute, ma occupatissimo di giorno e di notte, per le centinaia ed anche migliaia di confessioni, che quotidianamente vado ascoltando. Non ho un momento libero, ma viva Dio che mi assiste assiduamente nellesercizio del mio ministero.[19]

 

Ed ancora, quasi cedendo ad una momentanea, umana debolezza, aprendosi al suo direttore di coscienza e mostrandosi «estremamente accasciato nello spirito e nel corpo», aggiungeva:

 

Se si continuerà di questo passo, … inevitabilmente dovrò soccombere: non me la sento proprio più. L’amarezza che sento nell’animo è estrema. Sono ferito a morte. Sono solo a combattere di giorno e di notte, senza un istante di tregua … Il mio lavoro è sempre assiduo, e con più di responsabilità. Ed è ormai l’una dopo mezzanotte, che traccio queste poche righe. Sono ormai diciannove ore di lavoro che vado sostenendo, senza un po’ di sosta.[20]

 

 

La lunga attesa di uomini e donne, prima di accostarsi al confessionale del Padre

 

 

 

E quellopera immane aveva per felice esito, quando davvero si arrivava  a tanto, sempre  le medesime  parole:  «Ego te  absolvo a  peccatis tuis ... ».

 

La Confessione è l’atto di lasciarsi immergere nel lavacro del sangue di Cristo, e il Confessore è chiamato ad amministrare quel sangue. Ma Padre Pio partecipava a questo atto personalmente, proclamava l’eterna verità della Morte e Risurrezione di Cristo quasi inchiodandosi a quelle tavole di legno. Era solito dire: «Se si sapesse quanto mi costa un’anima[21]. Le anime non vengono date in dono: si comprano. Voi ignorate quello che costarono a Gesù. Ora è sempre con la stessa moneta che bisogna pagarle»[22]: col sangue. E Padre Pio si univa a quel riscatto come mai nessun altro, facendosi mediatore, in modo singolarissimo, del perdono e della grazia che avrebbe trasmesso ai penitenti.

 

 
Confessionale chiesa Santa Maria delle Grazie San Giovanni Rotondo 1935
Il confessionale sistemato all'interno della chiesa conventuale di Santa Maria delle Grazie, come appariva prima del 1935: sopra era adagiato il pulpito
 

 

Era adoperato, a quel tempo, per la delicata funzione, un sobrio confessionale di legno che parrebbe di noce, invero non tanto grande, di cui non abbiamo avuto la possibilità di ripercorrere le vicende iniziali, in quale anno cioè un valente artigiano locale l’abbia fabbricato, e se fosse stato sin da subito assemblato per il chiostro garganico, che venne riaperto, dopo la soppressione perseguita dai Savoia, ai primi di settembre del 1909[23]. Dalle linee stilistiche che mostra, sembrerebbe che sia stato effettivamente realizzato proprio all’inizio del Novecento; per certo sappiamo che Padre Pio se ne servì fin dal suo arrivo stanziale a San Giovanni, nel settembre del 1916. Una targhetta appiccicatavi sopra chiarisce il limite temporale: “usato da p. Pio dal 1916 al 1936”[24].
 

 

L'altare dell'Immacolata

 

 

    Dalle vecchie foto in bianco e nero, osserviamo che in origine esso era assemblato in una maniera alquanto insolita: stava sotto il pulpito ligneo, col quale formava un tutt’uno, addossato alla parete sinistra della vecchia chiesa, posizionato tra l’altare del Crocifisso e quello dell’Immacolata. Ma in occasione del venticinquennale dell’ordinazione sacerdotale del Padre, che correva il 10 agosto 1935 – ci fa sapere il suo massimo biografo –, «per iniziativa di alcune persone del paese, come omaggio della popolazione di S. Giovanni Rotondo, si decise di restaurare la chiesetta, scegliendo per le pitture l’artista milanese Natale Penati, che già lavorava in paese»[25]. Proprio in quel frangente – è ancora il medesimo religioso a ricordarcelo, che cita la Cronistoria del convento – «si abolisce il pulpito che stava nel pilastro tra l’altare dell’Immacolata e quello del Crocifisso»[26], sicché il confessionale, che senza quell’abbellimento ritenuto necessario avrebbe probabilmente sfigurato, venne trasferito nella sagrestia della chiesetta.  

 

 

Il confessionale, ora esposto nella vecchia sagrestia della chiesa conventuale


La sagrestia vecchia

 

 

Prima di quella data aveva assolto egregiamente alla sua funzione: una fila interminabile, di uomini inizialmente, ma poi soprattutto donne[27], che dalle prime luci del giorno alle 11,30[28] di ogni mattina,  attendevano confusamente il loro turno; e il Padre seduto nel rustico trono del suo confessionale ad ascoltare una volta a destra, una volta a sinistra a seconda del turno delle due lente file delle penitenti, la storia dei peccati del mondo[29]. Mentre gli uomini, per senso pratico, venivano ricevuti il più delle volte in sagrestia, spesso nelle ore pomeridiane, e lì s’inginocchiavano per fare l’accusa dei propri peccati; negli ultimi tempi invece, il Frate avrebbe adoperato più frequentemente un semplice genuflessorio, utilizzato usualmente dai sacerdoti per la preparazione e per il ringraziamento della Messa[30], che in seguito si pensò bene di proteggere con una tenda[31]. Accostato al penitente sopra una sedia, dove egli s’assideva, dava l’assoluzione o la negava, in quell’angolo spoglio e assolato della sagrestia[32]. Nei suoi ultimi mesi di vita vi si recava trascinato su una sedia a rotelle[33], convertendo in realtà quella sua pia intenzione, trasmessa un giorno del 1954 al suo padre spirituale:

 

Preferisco esser portato al confessionale sopra una sedia, anziché non poter più confessare.[34]

 

 

Gli altri due confessionali, adoperati dal Padre per confessare gli uomini


La confessione degli uomini

 

 

Ma non mancarono, purtroppo, attorno al confessionale del Padre, in special modo quello delle donne, episodi assai disdicevoli nonché turpi commerci, così come leggiamo nelle già citate Memorie:

 

Tutte le notti si trattenevano dinanzi alla Chiesa centinaia di persone, in massima parte donne, molte delle quali volevano ascoltare la Messa del Padre che viene da lui celebrata sempre alle ore 5 precise sia nell’inverno come nell’estate; le altre aspettavano anche nell’inverno per confessarsi e, non essendovi alcun controllo per quelle che venivano prima e quelle che venivano dopo, accadeva che quando si apriva la porta della Chiesa c’era un arrembaggio pericoloso, perché tutte volevano entrare per le prime ed andare a prendere i primi posti sia vicino all’altare come – in modo speciale – vicino al confessionale.

Tra quelle poi che erano al confessionale succedevano sempre degli incidenti poco piacevoli, perché alcune che erano giunte una sera prima o due tre sere prima, siccome erano più forti e coraggiose, sapevano così ben fare che si trovavano ai primi posti, dietro il confessionale, e quindi si sbrigavano e partivano. C’erano invece delle altre che avevano fatto la veglia per otto fino a dieci mattinate e rimanevano senza confessarsi. Né in questa confusione e in mezzo a tanto disordine mancavano abusi e imbrogli.

Seppi e non una volta sola che c’erano donne del paese che vegliavano la notte a conto di persone che venivano a San Giovanni per confessarsi e che non si sentivano di vegliare in mezzo a tanta gente. Quando al mattino entravano in Chiesa le donne del paese cedevano il loro posto e così senza alcun incomodo potevano soddisfare il desiderio non solo di confessarsi dal Padre ma anche senza aspettare molto. Si capisce che questa agevolazione si pagava con denaro contante. Si arrivava a dare oltre mille lire a queste donne che vegliavano invece delle altre. Così si era creato un vero mercimonio intorno al Confessionale del Padre. […] Ognuno può immaginare la gazzarra, le reazioni, le liti, e talvolta anche le esplosioni ripiene di sdegno che succedevano da parte di quelle persone che nell’arrembaggio quotidiano, quando si apriva la Chiesa, dopo di aver fortunatamente conquistato un posticino più vicino al confessionale del Padre, per opera di queste audaci, si trovavano più indietro. E questo avveniva durante la Messa del Padre Pio e anche durante la celebrazione delle altre Messe.[35]

 

Non possiamo perciò dolerci se al medesimo confratello del Cappuccino stigmatizzato, qualche tempo dopo venne la buona idea di trovare un rimedio efficace a questa piaga, di cui diremo oltre.

 

 
Padre Pio dopo la confessione delle donne
Padre Pio incede a fatica all'interno della chiesa antica di San Giovanni Rotondo, facendosi strada fra le donne in attesa di confessarsi
Padre Tarcisio da Cervinara e Padre Pio
Padre Pio con padre Tarcisio Zullo da Cervinara (a destra)
 

 

Malgrado questi inconvenienti, non ci stupisce affatto che questa gran mole di lavoro dovette essere assai sgradita al maligno, che un bel giorno decise di tirare al Frate un brutto scherzo. Ce lo riferisce il padre Tarcisio da Cervinara, che ricevette la confidenza direttamente da lui, e ce la ripete in un suo volumetto:

 

Una mattina mentre stavo confessando gli uomini, mi si presenta un signore alto, snello, vestito con una certa raffinatezza e dai modi garbati, gentili. Inginocchiatosi questo sconosciuto incomincia a palesare i suoi peccati che erano di ogni genere contro Dio, contro il prossimo, contro la morale: tutti aberranti. Mi colpì una cosa. Per tutte le accuse, anche dopo la mia riprensione, fatta adducendo come prova la parola di Dio, il magistero della Chiesa, la morale dei santi, questo enigmatico penitente controbatteva le mie parole giustificando, con estrema abilità e con ricercatissimo garbo, ogni genere di peccato, svuotandolo di qualsiasi malizia e cercando allo stesso tempo di rendere normali, naturali, umanamente indifferenti tutti gli atti peccaminosi. E questo non solo per i peccati che erano raccapriccianti contro Dio, Gesù, la Madonna, i Santi, che indicava con perifrasi irriverenti senza mai nominarli, ma anche per i peccati che erano moralmente tanto sporchi e rozzi da toccare il fondo della più stomachevole cloaca. Le risposte, che questo enigmatico penitente dava di volta in volta alle mie argomentazioni, con abile sottigliezza e con ovattata malizia, mi impressionavano. Tra me e me, domandandomi, dicevo: “Chi è costui? Da che mondo viene? Chi sarà mai?”. E cercavo di fissarlo bene in volto per leggere eventualmente qualcosa tra le pieghe del suo viso; e allo stesso tempo aguzzavo le orecchie a ogni sua parola in modo che nessuna di esse mi sfuggisse per soppesarle in tutta la loro portata. A un certo momento, per una luce interiore vivida e fulgida percepii chiaramente chi era colui che mi stava dinanzi E con tono deciso e imperioso gli dissi: “Di’ viva Gesù, viva Maria”. Appena pronunziati questi soavissimi e potentissimi nomi, Satana sparisce attristante in un guizzo di fuoco, lasciando dietro a sé un insopportabile irrespirabile fetore.[36]

 

 

 

La Cappella privata del convento, adoperata da Padre Pio durante il periodo di segregazione

 

   

    Ma un brutto giorno, il diavolo si prese la sua temporanea rivincita sul Padre, che si ritrovò d’un tratto “disoccupato”. A causa dell’incredulità, delle gelosie,  delle invidie – era quello il copione steso dal demonio per rivalersi del Frate –, dal Sant’Uffizio arrivò l’imposizione che colse tutti di sorpresa:

 

Patri Pio a Pietrelcina omnes auferantur facultates ministeriales, excepta tantum facultate S. Missam celebrandi, sed intra septa dumtaxat monasterii, in sacello interiori, privatim, non in ecclesia publica.[37]

 

 Gli rimaneva dunque la celebrazione della Messa, ma unicamente entro le mura del convento, in una cappella privata, con la sola presenza del chierichetto. Il superiore di San Giovanni Rotondo, padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi[38], ci racconta in alcuni suoi succinti ricordi quale fu la reazione di Padre Pio al decreto del 23 maggio 1931, che gli serrava il confessionale:

 

Mi feci coraggio, e, dopo vespro, mentre Padre Pio, come al solito, si tratteneva in coro a pregare, lo chiamai nel salottino, ove subito venne, e gli comunicai il decreto del S. Offizio, che gli proibiva di celebrare in pubblico e di ascoltare le confessioni sia dei fedeli, sia dei religiosi. Egli, alzando gli occhi al cielo, disse: «Sia fatta la volontà di Dio!». Poi si coprì gli occhi con le mani, chinò il capo e più non fiatò. Cercai di confortarlo, ma il conforto egli lo trovò solo in Gesù pendente dalla croce, perché poco dopo tornò in coro e vi restò fino alla mezzanotte ed oltre.[39]

 

 

« Per Te sacerdote santo, vittima perfetta »

 

       

Il colpo fu duro, ma Padre Pio, obbediente come sempre, accettò il “grave provvedimento”[40]. Se è vero che gli venivano tolte tutte le facoltà di ministero, gli rimaneva la Messa, e per lui fu tutto. Quella battaglia che egli non poteva vincere contro un nemico occulto e potente, che mirava non già a distruggere l’uomo, ma il “sacerdote santo”, la “vittima perfetta” – un intero programma di vita, che scrisse di suo pugno nel giorno in cui cantò la sua Prima Messa[41] –, la stravinse invece sull’altare del suo Signore, immolandosi fino alla fine per la salvezza anche dei suoi persecutori[42].

 

 Nondimeno, il sentimento del Frate fu di sconforto. Ce lo rivela, nella pagina di Diario del 1° luglio 1931, il suo superstite Direttore spirituale:

 

Trovai il Padre molto abbattuto. Appena fummo insieme nella sua cella, si mise a piangere… Lo lasciai piangere per alcuni minuti… Mi disse che sentiva profondamente la prova inaspettata… «Ma proprio per le anime io sento il dolore della prova», mi disse.[43]

 

 

Due grandi e amici e confessori di Padre Pio:

padre Raffaele da Sant'Elia a Pianisi (1890-1974) e padre Agostino da San Marco in Lamis (1880-1963)

 

   

    Il confessionale di Padre Pio rimase nel suo angolo a prendere polvere, dacché le confessioni dei forestieri crollarono di netto. Venne dimenticato per un po’ di tempo; sicuramente se ne servì qualche altro confratello per amministrare il sacramento della confessione agli abituali frequentatori del convento. Potremmo addirittura ritenere che lo stesso Padre Pio vi si sia inginocchiato per ricevere l’assoluzione dalle sue mancanze, che crediamo lievissime.

 

Dopo interminabili giorni di pene, unite a quelle del Salvatore sopra l’altare, il Padre l’ebbe vinta, anche se la battaglia contro il maligno continuava: il 16 luglio 1933 ritornò a celebrare il Santo Sacrificio nella chiesetta del convento. Veniva anche autorizzato ad ascoltare le sacramentali confessioni dei religiosi fuori della chiesa[44].

 

 
Messa di Padre Pio 16 luglio 1933
Una rara immagine della Messa celebrata da Padre Pio il 16 luglio 1933
 

 

Quasi un anno dopo, il 19 marzo 1934, il Ministro generale padre Vigilio da Valstagna[45] notificava che gli veniva rimessa la facoltà di confessare anche i non religiosi, ma solo uomini. Egli, nel comunicare al padre Provinciale la buona notizia, prescrisse delle rette norme di comportamento per evitare che i disordini attorno al confessionale di Padre Pio si ripetessero. Regole di buon senso, che riportiamo:

 

in occasione della confessione dei fedeli si rechi direttamente al confessionale e finite le confessioni si ritiri immediatamente in convento senza fermarsi per qualsiasi motivo. ... Nel dar corso a queste disposizioni, prenda le necessarie precauzioni per evitare false interpretazioni, sia inopportune manifestazioni pubbliche o eccessivi affollamenti tanto in chiesa che fuori. Nella consueta relazione bimestrale che vostra paternità rimette al S.O., ella farà uno speciale e dettagliato esposto relativo al ministero delle confessioni esercitato da Padre Pio, circa il tempo passato in confessionale, se egli abbia confessato tanto al mattino che nel pomeriggio e se, oltre che nei giorni festivi, anche nei giorni feriali, come pure informerà sollecitamente se in seguito alla presente concessione si verificasse qualche inconveniente.[46]

 

 

I Superiori nei giorni difficili della segregazione:

padre Vigilio da Valstagna (1880-1956) e padre Bernardo d'Alpicella (1883-1937)

 

 

Recatosi espressamente a San Giovanni Rotondo per comunicare la nuova e tanto attesa istruzione, il Ministro provinciale padre Bernardo d’Alpicella[47], in data 25 marzo 1934 emise un’ordinanza scritta, nella quale disponeva:

 

il Padre Pio comunicherà i fedeli solo entro la santa Messa e anche immediatamente prima e dopo la Messa. Potrà ascoltare le sacramentali confessioni degli uomini, in sacrestia, prima della santa Messa e anche subito dopo, e, nei grandi concorsi, anche nel pomeriggio, previo consenso del Superiore locale. Capitando anche qualche uomo nel resto della giornata, potrà confessarlo o in coro o nella saletta. Resta a lui sempre proibito di parlare, senza speciale autorizzazione del Superiore Maggiore, con qualsiasi donna.[48]

 

 

Quello stesso giorno Padre Pio riprese a confessare gli uomini, intrattenendosi per circa un’ora nel confessionale che aveva adoperato per diversi lustri. Il 26, 27 e 28 marzo solo pochi uomini si confessarono da lui; mentre nei giorni 29, 31 marzo e 1° aprile, stette seduto dietro la grata dall’alba fino al meriggio, poiché era presente un gran numero di penitenti[49]. Sopravvenuto il via libera da Roma, ancora padre Bernardo informò il guardiano del convento garganico della facoltà concessa al Frate di Pietrelcina di «riascoltare le sacramentali confessioni utriusque sexus»:

 

in occasione delle confessioni delle donne, si recherà direttamente al confessionale e, finite le confessioni, si ritirerà immediatamente in convento senza fermarsi per qualsiasi motivo. Confesserà, per ora, le donne soltanto nelle ore antimeridiane fino alle 11,30.[50]

 

 

La mattina del 12 maggio, Padre Pio si recò al confessionale alle ore 9 e mezza ed ascoltò le confessioni delle donne per due ore abbondanti. In chiesa – si deve credere, grazie agli avvisi di padre Raffaele, guardiano del cenobio – regnò ordine, perfetto silenzio e compostezza né venne a turbare quella novella pace un qualche disturbo proveniente dalla piazza[51]. Il superiore aveva dato ordine che nessuna donna, nel tragitto che lo portava al confessionale, dovesse avvicinarsi al Padre per conferire con lui o per accostare le labbra alle manopole che celavano le stimmate, pena l’allontanamento dalla chiesa. E nessuno osò disobbedire[52].

 

 

« Ego te absolvo ... »

 

 

Tantissimi peccatori, dopo l’accusazione dei loro peccati davanti a quell’uomo segnato dai fori della Passione, riprendevano le pratiche religiose e ritornavano a frequentare con assiduità i sacramenti:


Mio adorato padre – scrive un massone convertito – credo che abbia il diritto di chiamarla così, perché per mezzo suo rinacqui a nuova vita, rinacqui alla vera vita e conseguentemente mi devo considerare un suo figlio, figlio spirituale. Stamane mi sono di nuovo confessato e comunicato. Mi sento tranquillo.[53]

 

 

Ed un altro deviato, recuperato alla vera vita, riconosce:

 

Padre Pio soltanto sa qual pozzo nero io fossi prima di conoscerlo. Oggi, grazie a Dio e a Padre Pio, questo lurido pozzo, l’è rivenuto spendente, più del sole, mentre una gioia inesprimibile inonda il mio cuore e mi rende felice. Posso dire con franchezza che dal primo giorno del felice incontro con Padre Pio, sono rinato, perché ho trovato Dio e la pace del cuore. Ora capisco cosa significa grazia di Dio.[54]

 

 

La gioia del perdono

 

 

Sono espressioni di umana riconoscenza per quello straordinario e singolarissimo vivificatore di anime morte, che ritroviamo innumerevoli nelle copiose pagine mandate a stampa per rendere testimonianza della sua eroica missione, mentre proprio in quegli anni andava viepiù aumentando l’afflusso dei fedeli penitenti che salivano allarido Promontorio, così come ci riporta la Relazione bimestrale del 7 gennaio 1935:

 

Celebrata la santa messa e fatto il ringraziamento, si reca ogni mattina al confessionale in chiesa e vi resta fino a mezzogiorno. Nel pomeriggio ascolta solo la confessione di qualche uomo.[55]

 

Tanto aumentata era l’accolta quotidiana che in seguito, a partire dal 7 gennaio 1950 – ci ricorda il Ministro provinciale dell’epoca, padre Paolino – si dovette ricorrere a un sistema di prenotazioni[56]. Questo espediente pose finalmente termine ai disordini e agli abusi, di cui abbiamo già detto.

 

 

La prenotazione delle donne

 

 

Ma tornando al nostro confessionale, siamo informati che per qualche mese esso riprese la sua antica funzione, ospitando sul suo sedile il Frate stigmatizzato della montagna garganica. Poi, sia a motivo delle diverse disposizioni in merito, di cui abbiamo detto, le quali cercavano di frenare gelosie, preferenze e primi posti  e di mettere un po’ d’ordine nella baraonda che in precedenza si creava intorno al Confessore, dovuta in particolar modo al comportamento di alcune donne devote che, strette a gruppetto, gli erano di croce[57], sia perché – come abbiamo riportato – il pulpito che sovrastava il confessionale venne rimosso, chi ne aveva responsabilità pensò bene di adoperarne un altro.

 

Il padre Bonaventura da Pavullo[58] che, lui emiliano, predicava ogni tanto gli esercizi spirituali ai confratelli garganici, si trovò proprio a San Giovanni quando, nel novembre 1939, arrivò il nuovo confessionale che il Frate stigmatizzato avrebbe adoperato. Questo è il ricordo che ci restituisce:

 

Scesi in chiesa, dopo la visita al Santissimo, ci siamo fermati ad osservare il nuovo confessionale destinato al Padre. È comodo, munito di un diaframma posto tra le due grate per rinforzare la voce. Il cancello però non è ancora ultimato. È il cancello che Padre Pio continua a rifiutare: ha infatti ripetuto che al fine di non farlo sembrare un galeotto è necessario togliere i due scomparti di mezzo.[59]


 

Nel nuovo confessionale ...

Padre Pio al confessionale e altare Immacolata chiesa Santa Maria delle Grazie San Giovanni Rotondo
Padre Pio seduto al suo nuovo confessionale, adagiato nella nicchia che ospitava l'altare del Crocifisso; a destra, vediamo l'altare dell'Immacolata
 

 

 È il confessionale che conosciamo meglio, quello adoperato per le donne, che ammiriamo effigiato in diverse fotografie in bianco e nero, quando il Padre incominciava già a incanutire. Chi si rechi in visita a San Giovanni, potrà ammirarlo ancora oggi, al di là di un vetro protettivo, carico di ex voto o richieste di preghiera le più svariate, depositate in quel lato mancino della vecchia chiesetta di Santa Maria delle Grazie: di grandi dimensioni, dotato di due ampi sportelli simmetrici, uno per lato, necessari a distogliere dagli sguardi indiscreti i penitenti genuflessi, i quali, nell’attesa, potevano starsene comodamente seduti sopra due comode panche, addossate all’incavo della parete. Il Padre vi s’assideva superando la cancellata e lo sportello decorato con le chiavi di San Pietro, lasciando quasi sempre aperta la tendina violacea, ché così gli avevano consentito i superiori, visto che gli mancava l’aria; sopra la sua testa, che vediamo spesso appoggiata alla griglia, il simbolo francescano delle braccia di Cristo e del Serafico Padre incrociate, con le mani, come le sue, trafitte, lo terminava al suo vertice. Per sistemarlo a dovere, i padri avevano addirittura provveduto a smontare l’altare del Crocifisso, e difatti un quadro con l’Adorazione del Crocifisso che gli sta sopra, sta lì a ricordare la dedicazione di questa sacra edicola ormai sparita[60].

 

 
La vecchia chiesa di Santa Maria delle Grazie, come si presenta oggi
La vecchia chiesa di Santa Maria delle Grazie, come si presenta oggi

Il confessionale di Padre Pio, oggi ...

 

 

Questo fu il confessionale che venne sacrilegamente profanato nella primavera del 1960, quando alcuni frati traditori, in combutta con altri più altolocati confratelli, cappuccini e non, introdussero alcuni magnetofoni[61] per carpire informazioni durante le accusazioni dei peccati dei suoi figli e figlie spirituali, in special modo. Sorte che venne risparmiata al nostro confessionale, durante la prima persecuzione portata al Frate.

 

 
Don Umberto Terenzi e i microfoni per spiare Padre Pio
Don Umberto Terenzi, parroco del Santuario romano del Divino Amore, mostra i microfoni adoperati per spiare Padre Pio
 

 

Fu così che al summenzionato padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi[62] – omonimo del “Monaco Santo” vissuto nell’Ottocento – venne la buona idea di farlo pervenire al convento di Larino, che nell’ottobre del 1948 era stato riaperto, per diretto interessamento del già ricordato padre Provinciale casacalendese, dopo la generalizzata soppressione decretata dai Savoia nel lontano 1866.

 

E ancora a Larino, stando a quel che racconta con la sua viva voce Luigi Peroni[63], che fu Direttore generale dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio e uno dei suoi migliori biografi, sarebbe finito pure il bellissimo altare di Sant’Antonio, composto in marmi policromi, che ornava la vecchia chiesa di Santa Maria delle Grazie, e dove possiamo ritenere che Padre Pio abbia qualche volta celebrato la Messa. Venne demolito per consentire la comunicazione tra la vecchia e la nuova chiesa, ultimata nel 1959, prima che l’ultimo Visitatore apostolico monsignor Carlo Maccari[64] disponesse di sbarrare il comodo passaggio con delle panche provvisorie e infine con una cancellata fissa[65], al fine di impedire l’eccessivo contatto tra Confessore e penitenti. Tuttavia, di quest’altra altrettanto significativa spoglia pare si sia perduta ogni traccia[66] né abbiamo notizia che a tutt’oggi esista nella cittadina frentana una siffatta ara sacra. Detto ciò, se qualcuno dei miei lettori avesse notizie diverse dalle mie, sarebbe il caso che si facesse vivo.

 

 
convento Padri Cappuccini di Larino nel 1958
Il convento dei Cappuccini di Larino nel 1958 [foto Archivio Pilone]
Luigi Peroni riceve la comunione da Padre Pio
Luigi Peroni riceve la comunione da Padre Pio
 

 

Significativa questa coincidenza, confessionale e altare: luoghi della fede misticamente connessi e dipendenti l’uno con l’altro. Fino a quando uomini e donne resteranno peccatori, sarà sempre necessario un sacramento che li lavi – la confessione – e ugualmente indispensabile una sorgente che rifornisca l’acqua purificatrice – la Messa. Sono sacramenti che, purtroppo, sono in pericolo, in questo tempo nostro. Sono varchi aperti verso la salvezza che si sta cercando di richiudere: occorre difenderli sempre.

 

 
Padre Pio esce dal confessionale
In questo fermo immagine, alle spalle di Padre Pio vediamo l'altro confessionale, differente, sistemato nel posto dov'era – ed è tornato ad esserci – il confessionale finito a Larino (1965 ca)
 

 

Mi rammarico del fatto che non sia stato possibile appurare, con assoluta certezza, in che data il primo confessionale sangiovannese del Padre sia arrivato nel convento di Larino; tuttavia, dalla visione di alcune riprese video[66bis], databili al 1965 circa, che ritraggono Padre Pio all’interno della sagrestia vecchia, è possibile verificare che già in quella data esso non compariva più in quell’ambiente sempre affollato; e pertanto abbiamo motivo di credere che il suo spostamento verso la località frentana sia da retrodatare, fino a farlo coincidere con l’invio, di cui è sparita ogni traccia, dell’altare marmoreo di Sant’Antonio che, come abbiamo detto, va fatto risalire alla edificazione della nuova chiesa[67], protrattasi dal 1956 al 1° luglio 1959, data nella quale venne solennemente consacrata. Diversamente, possiamo addirittura ritenere che esso vi sia pervenuto appena dopo la sua riapertura, che come abbiamo già riferito si ebbe nellottobre del 1948.

 

Pertanto, dobbiamo dare senzaltro per sicuro che il confessionale venne inviato a Larino, su proposta del padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, già guardiano a San Giovanni per  tredici anni e in quel tempo di famiglia come vicario[68], con Padre Pio ancora in vita e – riteniamo – col suo consenso, almeno implicito.

 

 

La nuova chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie

 

 

 

Ma ora non c’è più! Se lo sono portato via, lì a San Giovanni Rotondo, nel lontano 1971. Eppure quel confessionale davanti al quale uomini e donne piegavano i ginocchi, che perciò presentava, come Dio comanda, due inginocchiatoi, uno per lato, e nel mezzo il posto a sedere del confessore, stava a Larino. Ce lo ricorda nelle sue Memorie il padre Paolo Covino[69], che fu cappellano dellOspedale civile larinese dal ‘69 al ‘73:

 

Nel luglio del 1969 – scrive –, nella chiesa del convento di Larino, trovai il vecchio confessionale usato da Padre Pio dal 1916 al 1935[70]. Lo aveva fatto trasportare in quel convento padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, dopo averlo sostituito con uno nuovo, più grande e rispondente alle necessità del momento. A Larino, più volte, nel confessare, vedevo i fedeli baciare il confessionale e ascoltavo commenti come questi: «Quanti peccati sono stati confessati entro quel legno!». «Quanti peccatori assolti e salvati!». Un bel giorno del 1971, fui privato di quel cimelio. Con una telefonata, padre Lino[70bis], superiore del convento di San Giovanni Rotondo, mi pregava di far riportare il confessionale nel santuario di Santa Maria delle grazie. Attualmente si trova, ingabbiato, nella sacrestia della chiesetta antica, luogo caro a Padre Pio.[71]

 

 

Padre Paolo Covino

 

 

Padre Paolo ci ha lasciati cinque anni fa, ed io ne ho un vago ricordo infantile, a motivo delle mie visite pediatriche al vecchio Ospedale di via Marra. Leggiamo meglio la sua biografia: ordinato sacerdote nel 1942 a Campobasso dal vescovo-vittima monsignor Bologna[72], era nato a San Giovanni Rotondo nel 1918 e cinquant’anni dopo era di famiglia nel convento della sua città d’origine. Lo era soprattutto alle cinque del mattino di quel 22 settembre 1968, quando il venerato cappuccino Padre Pio da Pietrelcina portò a termine la sua estrema salita all’altare del suo Signore, per celebrare la sua Ultima Messa. Le fotografie e i filmati che circolano fanno vedere questo frate dalla folta barba scura, con la sua cotta indossata sopra il saio, mentre premurosamente serve la Messa al Padre, attorniato da due frati diaconi[73]. Poi la notte drammatica, che vogliamo rivivere insieme, riportando ancora le intime sue parole, poiché in quella circostanza padre Paolo Covino ebbe una funzione del tutto particolare:

 

Svegliato dal trambusto, accorsi anch’io e, vedendo le gravi condizioni dell’amato Padre spirituale, mi recai con sollecitudine in sacrestia a prendere l’olio degli infermi e l’occorrente … Al ritorno, nella cella di Padre Pio trovai altri confratelli. C’era anche il superiore, padre Carmelo Di Donato, il quale mi diede il permesso di amministrare l’olio degli infermi e di dare la benedizione apostolica al venerato Confratello, non senza avere prima impartita l’assoluzione «sub conditione». Recitai altre preghiere di rito e conclusi con l’invocazione: «Signore, nelle tue mani raccomando il mio spirito», mentre i confratelli, inginocchiati all’intorno, pregavano. Poco dopo il venerato Padre Pio da Pietrelcina, ripetendo i nomi dolcissimi di Gesù e Maria, chinò la testa e spirò. Erano le ore 2,30 del 23 settembre 1968. Padre Pio morì seduto sulla poltrona.[74]

 

 
 

 

   

    Se ne andò con l’abito cappuccino addosso. Per una vita intera, certi giorni seduto nel tribunale di penitenza fino a interrompere che per poche ore, aveva ascoltato peccati ritenuti indicibili, perché a confessarsi da lui andavano anche i più incalliti e dissoluti peccatori: massoni, malfattori, depravati, perfino criminali forse; cadute e mancanze di una moltitudine di gente, proveniente da ogni parte della Penisola e da ogni latitudine del globo. Umanità immonda, che attendeva di rimettersi in cammino dopo le rese al demonio, che agli occhi del Signore mai vanno intese come incondizionate e definitive: nessuno si scoraggi!

 

 

Due dolorose sottrazioni

 

 

   

Il 1971 fu dunque per Larino un anno davvero infausto: nella notte tra il 25 e il 26 gennaio il trafugamento del seicentesco busto argenteo del Patrono e, qualche mese dopo, la riconsegna alla sede originaria del confessionale di Padre Pio da Pietrelcina.

 

Peccato davvero! Direi che l’intenzione era veramente ottima ed opportuna anche, soprattutto in riferimento alle inenarrabili intenzioni che stavano dietro il furto del venerato simulacro del Santo Protettore, che abbiamo motivo di credere vadano collegate alle pratiche segrete di certi gruppi osceni che perturbano, con i loro “riti”, la vita zelante e pacifica della locale comunità cristiana. Peccato che se lo siano portato via, perché quel confessionale del Padre avrebbe forse aiutato qualcuno a vuotare il sacco davanti a Dio in modo più lieto.

 

 
Antonio Solario detto Lo Zingaro Madonna della Croce Larino Convento Cappuccini
ANTONIO SOLARIO, detto "LO ZINGARO", Madonna della Croce (inizio XVI sec.). Larino, convento dei Frati Cappuccini
 

 

 

Ma noi confidiamo che dall’altro mondo, il Santo che portò le cavità dei chiodi del Martirio di Cristo nella propria carne intercederà perché qualche riottoso – che sia peccatore ordinario o anche affiliato a una “associazione a peccare” di stampo occulto, come purtroppo ce n’è da tempo oscuramente remoto –, si faccia coraggio e s’inginocchi contrito, per mondarsi delle proprie colpe innanzi al Dio fattosi carne. Prima che sia davvero troppo tardi.

 

A volte  basta anche un paio di seggiole  affiancate:  Ego te absolvo.  E vai in pace …




Bibliografia:

 

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Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, Brevi cenni riguardanti la vita del Padre Pio e la mia lunga dimora con lui, ms, ff. 44, in Archivio Storico Padre Pio da Pietrelcina

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L. Triggiani, I Conventi dei Cappuccini di Foggia. Storia e Cronaca, San Giovanni Rotondo 1979

M. Winowska, Il vero volto di Padre Pio, Modena 197215

 



   [1] A. D’Apolito, Padre Pio da Pietrelcina. Ricordi, esperienze, testimonianze, San Giovanni Rotondo 20107, p. 84.

   [2] Tarcisio da Cervinara, Padre Pio confessore, in Atti del 1° Convegno di Studio sulla spiritualità di Padre Pio, San Giovanni Rotondo 1973, p. 218.

    [3] Venne ordinato sacerdote il 10 agosto 1910, nel sacello dei canonici del Duomo di Benevento, da mons. Paolo Schinosi, arcivescovo titolare di Marcianopoli.

    [4] Gerardo Nardella nacque a San Marco in Lamis (Foggia) il 16 marzo 1872. Entrò nell’Ordine Cappuccino a Morcone l’11 dicembre 1890, ed emise i voti perpetui a San Miniato al Tedesco (Pisa) il 5 luglio 1895. Ivi venne ordinato sacerdote l’11 aprile 1898. Guardiano a San Marco la Catola più volte, vi conobbe il giovane Fra Pio Forgione, divenendone da quellanno 1905 suo direttore spirituale, compito che conservò fino al maggio-giugno 1922, quando il Sant’Uffizio dispose la cessazione di ogni rapporto fra i due. Stretto collaboratore del Ministro provinciale padre Pio da Fragneto l’Abate (1842-1908), assunse la direzione della religiosa Provincia alla sua morte (6 agosto 1908), prima come Vicario e infine come Provinciale effettivo, carica che conserverà per ben undici anni, fino al 5 luglio 1919, a motivo del Primo Conflitto Mondiale, che aveva impedito che si celebrassero regolari Capitoli. Messo in ombra dalle vicende legate al Frate con le stimmate, ricoprì in seguito diversi altri incarichi, tra i quali quello di vice-rettore, direttore spirituale ed economo del Collegio Internazionale “S. Lorenzo da Brindisi” di Roma. Di nuovo guardiano a San Marco la Catola, nel 1934 venne mandato a riaprire il convento di San Severo (Foggia), rimasto chiuso dal 1867. Qui rimase fino alla sua morte, avvenuta in questo convento il 22 luglio 1942. Per volontà dei Superiori, il 15 marzo 1975 le sue spoglie mortali furono traslate a San Giovanni Rotondo, nella cappella funebre dei genitori del suo allievo Padre Pio. Uomo di multiforme ingegno, ha lasciato diversi scritti di agiografia e di spiritualità, ma dell’una e dell’altra solo una parte, come pure le lettere a Padre Pio, venne pubblicata. Il restante, insieme a tanto materiale predicabile, è conservato manoscritto. Espresse i sentimenti e le aspirazione del suo animo in poesie, che raggruppò sotto il titolo Come l’ape a significare la selezione dei motivi ispiratori, in pitture ed in bozzetti fittili di squisita fattura, solo in piccola parte salvati e conservati. Sulla sua figura vd. R. Fabiano, Padre Benedetto Nardella da S. Marco in Lamis (1872-1942). Pedagogo o Maestro. Ministro Provinciale Cappuccino. Direttore spirituale di Padre Pio, Foggia 2012; per un’agile pubblicazione che riassume la sua biografia vd. M. Iafelice, Padre Benedetto Nardella, in «Voce di Padre Pio» 3 (marzo 2010), pp. 58-63.

   [5] Fernando da Riese Pio X, Padre Pio da Pietrelcina. Crocifisso senza croce, San Giovanni Rotondo 20078, pp. 225-226. Padre Pio chiese al Provinciale che gli venisse concessa la facoltà di confessare per il Giovedì santo del 1911, mentre si trovava a Pietrelcina, ma si capisce che questa domanda era già stata inoltrata al diretto interessato, verosimilmente già nel Natale dell’anno prima: «vengo poi nuovamente a pregarla, a nome del parroco, affinché voglia degnarsi di accordarmi la detta facoltà di confessare gli uomini, perché lui non dubitando del suo permesso, si trovò già avvisato il popolo. Le faccio notare che detta facoltà abbraccerebbe il solo precetto pasquale. Del resto non ci sarà se non qualche ora di occupazione il solo giovedì santo» (lettera di Padre Pio a padre Benedetto, senza data, ma certamente di inizio aprile 1911, in Epist. I, p. 111). La risposta fu sempre negativa, anche per quel che concerneva la sola confessione degli infermi (lettera di Padre Pio a padre Agostino, del 12 marzo 1913, in ibid., I, p. 193), per i motivi che abbiamo ricordato (cfr. lettera di padre Benedetto a Padre Pio, del 12 aprile 1911, in ibid. I, p. 113; lettera di padre Benedetto a Padre Pio, del 4 marzo 1912, in ibid., I, p. 142; lettera di padre Benedetto a Padre Pio, del 16 marzo 1913, in ibid., I, p. 196; lettera di padre Agostino a Padre Pio, del 9 aprile 1913, in ibid., I, pp. 200-201).

   [6] Appartenente alla nobile famiglia dei Cerase di Foggia, nacque il 1° novembre 1868 e morì il 25 marzo 1916. Padre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis ne tracciò un breve profilo: Raffaellina Cerase, dei nobili di Foggia, terziaria francescana. Tesoro nascosto, Barletta 1917. Conobbe Padre Pio tramite il padre Agostino da San Marco in Lamis, dal quale ottenne licenza di scrivergli. Così, dal 24 marzo 1914 sino alla fine del 1915, si instaurò, fra Padre Pio e donna Raffaelina, una nutrita e altamente spirituale corrispondenza, raccolta nel 2° volume dell’Epistolario del Padre. Per ulteriori notizie sulla santa donna vd. G. Di Flumeri, Padre Pio direttore di anime. La direzione spirituale di Donna Raffaellina Cerase. Atti del 1° Convegno di Studio cit., pp. 245-284.

   [7] Michele Daniele nacque a San Marco in Lamis (Foggia) il  9 gennaio 1880. Terminati gli studi ginnasiali, entrò nell’Ordine Cappuccino e vestì l’abito a Morcone, il 19 agosto 1897. Inviato nella Provincia Toscana per motivi di studio, vi venne ordinato sacerdote a  San Miniato al Tedesco (Pisa) il 15 marzo 1903. Tornato nella sua religiosa Provincia, si specializzò in lingua francese e greca, quindi ottenne la laurea in filosofia. Richiamato alle armi durante la Grande Guerra, si distinse per il servizio prestato nella Croce Rossa Italiana, tanto da meritare una decorazione. Superiore in vari conventi, fu Ministro provinciale per tre volte: dal 6 agosto 1938 al 12 agosto 1941, quindi riconfermato fino al 4 novembre 1944, e una terza volta dal 24 luglio 1956 al 23 luglio 1959. Nel dicembre 1944, e fino al giugno 1952, ricoprì la carica di superiore del convento di San Giovanni Rotondo, dove in seguito dimorò dal 1959 sino alla morte, avvenuta il 14 maggio 1963. Fu il fondatore della prima Missione della religiosa Provincia di Foggia in terra d’Africa (Chèren e Bassopiano occidentale, in Eritrea). Ebbe molti discepoli, il più illustre dei quali è stato il Padre Pio da Pietrelcina, che conobbe a Serracapriola nel 1907 e alla cui guida spirituale venne associato, coabitando in questa funzione con il conterraneo padre Benedetto Nardella, fino a quando nel giugno 1922, dopo i divieti del Sant’Uffizio, rimase unico direttore. Fu accanto al futuro Santo con le stimmate nei momenti più importanti della sua giovinezza: dal ritorno a Pietrelcina del 1909, all’ordinazione sacerdotale del 10 agosto 1910, alla sua Prima Messa del 14 agosto, alle estasi e alle vessazioni diaboliche di Venafro dell’ottobre-dicembre 1911, fino al suo rientro nel chiostro, nel convento di S. Anna di Foggia, il 17 febbraio 1916. Di ciò è rimasta traccia nel primo volume dell’Epistolario, che raccoglie ben trecentosettantasette lettere, da lui scritte al suo illustre discepolo. Fu per Padre Pio, al contempo, direttore spirituale e angelo consolatore. Ci ha lasciato un Diario in quattro quaderni, di cui si è saputo solo dopo la sua morte, dato alle stampe nel 1971 (vd. nota seguente). Per un rapido profilo biografico vd. M. Iafelice, Padre Agostino d San Marco in Lamis, in «Voce di Padre Pio» 1 (gennaio 2010), pp. 52-57.

   [8] Agostino da San Marco in Lamis, Diario, ed. M. Di Vito, San Giovanni Rotondo 20124, p. 63.

   [8bis] Padre Pio rimase nel convento di S. Anna a Foggia, dove soffrì terribili tentazioni diaboliche, fino al 3 settembre 1916 (F. Grottola, Padre Pio a Foggia. Una sede voluta dagli uomini e approvata da Dio, San Giovanni Rotondo 2009).

  [9] Padre Pio arrivò a San Giovanni Rotondo, per la prima volta, la sera del 28 luglio 1916, accompagnato da padre Paolino da Casacalenda, superiore del convento. Si sentiva meglio in questo luogo, ma dopo una settimana circa scese di nuovo a respirare l’aria afosa di Foggia, perché il permesso chiesto al Provinciale, anche se non necessario, tardava a venire. Il 4 settembre successivo, tornò “provvisoriamente” al convento garganico, aspettando l’arrivo del padre Provinciale, per la decisione della sua stabile dimora. Venne infine lasciato in questo convento, con l’ufficio di direttore spirituale del Seminario serafico (cfr. lettera di Padre Pio a padre Agostino, del 4 settembre 1916, in Epist. I, p. 472; lettera di Padre Pio a padre Benedetto, del 6 settembre 1916, in ibid., I, pp. 473-374). Vi sarebbe rimasto per altri cinquantadue anni, fino alla morte, avvenuta il 23 settembre 1968.

   [9bis] Padre Paolino da Casacalenda, al secolo Francesco di Tomaso, nacque a Casacalenda (Campobasso) il 10 aprile 1886. Entrato nel noviziato il 10 agosto 1901, divenne sacerdote l’11 ottobre del 1908. Un mese dopo, ecco il felice incontro con Fra Pio da Pietrelcina, nel convento di Montefusco (Avellino), dove si frequentarono per un paio di settimane (lettera di Padre Pio a padre Paolino, del 15 dicembre 1914, in Epist. IV, pp. 65-66). Rettore dello Studio interprovinciale di Chiaravalle Centrale, vicario, lettore, guardiano in diversi conventi, tra i quali quello di San Giovanni Rotondo – ne era in verità presidente, visto l’esiguo numero di frati ospitati –, al cui ufficio venne rieletto il 2 luglio 1916, in sostituzione del padre Serafino Villani da San Marco in Lamis, richiamato alle armi. Fu proprio lui a volere Padre Pio in quel convento garganico, che raggiunse una prima volta – per breve tempo – il 28 luglio 1916 e, definitivamente, il 4 settembre di quell’anno. Era ancora guardiano il 20 settembre 1918, quando Padre Pio ricevette il dono delle stimmate visibili e permanenti. Accusato di leggerezza e poca serietà nell’espletamento delle sue mansioni, in ispecie per aver permesso una sorta di mercato intorno alla figura del Padre, verrà trasferito come precettore a Gesualdo (Avellino), per la qual cosa ebbe molto a soffrire nell’anima e nel corpo, mentre il convento passava alle dirette dipendenze della Curia provincializia. Il 4 novembre 1944, in pieno periodo bellico, il Ministro generale dei Cappuccini, il padre belga Donato Wynant da Welle gli conferì l’ufficio di Ministro provinciale dei Cappuccini di Foggia, carica che mantenne fino al 12 agosto 1947 e a cui venne subito rieletto, plebiscitariamente, fino al 25 luglio 1950. In questa veste si attivò per la riapertura del convento di Larino, desiderata anche da Padre Pio, che avvenne il 24 ottobre 1948. Molto attiva la sua presenza anche a Cerignola (Foggia), dove rimase per un ventennio, con vari incarichi, a cavallo del suo Provincialato, prima e dopo lultima Guerra. Morì presso la “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo il 31 ottobre 1964. Il suo corpo venne tumulato lindomani a Cerignola. Il IV volume dell’Epistolario conserva quarantadue lettere scritte da Padre Pio a padre Paolino da Casacalenda, dalle quali traspare lo strettissimo vincolo d’amicizia che li legava. Della sua consuetudine con il futuro Santo, padre Paolino ha invece lasciato un diario, il cui titolo completo è P. Paolino da Casacalenda, ex Provinciale Cappuccino: le mie memorie intorno al Padre Pio da Pietrelcina da conservare nell’Archivio del Convento, dato alle stampe nel 1978 (vd. nota seguente). Per un breve profilo biografico vd. M. Iafelice, Padre Paolino da Casacalenda, in «Voce di Padre Pio» 3 (marzo 2009), pp. 46-51.

   [10]  Si erano conosciuti a Montefusco alla fine di novembre del 1908, quando padre Paolino era già sacerdote – venne ordinato l’11 ottobre 1908 –, mentre Fra Pio interrompeva la sua permanenza nella natia Pietrelcina, dovuta a motivi di salute, dopo essersi congedato da Serracapriola, dove aveva studiato teologia. La loro comune presenza in quel convento durò solamente quindici giorni (Paolino da Casacalenda, Le mie memorie intorno a Padre Pio, ed. G. Di Flumeri, San Giovanni Rotondo 1978, pp. 38-41; lettera di Padre Pio a padre Paolino, del 15 dicembre 1914, in Epist. IV, pp. 65-66).

    [11]  Paolino da Casacalenda, op. cit., p. 54.

   [12] Riprendiamo questo racconto, del padre Domenico da Macchia Valforte, che illustra bene quali fossero le motivazioni che inducevano Padre Pio a negare l’assoluzione: «Nei miei primi anni di vita sacerdotale mi impressionava il fatto che padre Pio cacciasse dal confessionale alcuni penitenti. Non mi sapevo spiegare questo modo di agire, che mi sconvolgeva, nella vita di un uomo che io ritenevo senz’altro molto virtuoso. […] (Una mattina) fui pregato di aiutare a confessare le donne, e fra le tante si presentano prima una, poi un’altra: erano state scacciate da padre Pio, proprio in quel momento. La prima tutta sconvolta, tutta piangente per essere stata allontanata da padre Pio, appena – mi disse lei – aperto lo sportello della grata del confessionale: l’aveva redarguita e mandata via in malo modo. Io con molta pazienza cercai di calmarla, rassicurarla e finalmente dopo un lavoro di persuasione, di convincimento abbastanza lungo, calmatasi, riuscii ad ascoltare la sua confessione. Poi, tutta contenta, tutta tranquilla, si accostò perfino alla comunione. Venne la seconda penitente, trattata da padre Pio allo stesso modo: rimproverata, senza che avesse aperto bocca e mandata via. Si confessò anche lei e, rasserenata e tranquilla, andò a comunicarsi. Da questi due casi capii perché padre Pio non confessò: con il suo misterioso modo di agire, che d’altra parte sconsigliava agli altri sacerdoti, rude ed energico, mise in subbuglio le due coscienze e non andò oltre; però con la scossa fortissima, di cui quelle due anime avevano bisogno, le aveva ricondotte sulla via del vero pentimento ed a tornare in grazia di Dio. Invece se le avesse confessate, la loro confessione sarebbe stata una delle tante e solite confessioni, alternate tra propositi, pentimenti e ricadute, senza un effetto salutare. Padre Pio con quel modo brusco le aveva curate e, con la grazia di Dio e la sua preghiera, anche guarite» (Alessandro da Ripabottoni, Padre Pio da Pietrelcina cit., pp. 675-677). Del resto, lo stesso Padre Pio era stato chiaro, proprio riguardo alla rigidezza con i peccatori consuetudinari: «Intendiamoci: se è una povera anima che ha molto peccato e che fa del suo meglio per emendarsi è bene usare misericordia; ma se ogni otto, o quindici, o venti giorni accusa sempre le stesse colpe, ebbene, allora mandiamola lontano affinché non si creda che l’assoluzione possa darsi così, senza tanto pensare» (Bonaventura da Pavullo, Padre Pio visto da vicino. Pagine di diario, ed. G. Di Flumeri, San Giovanni Rotondo 1987, p. 30).

   [13] D. Labellarte, L’amore alla verità in Padre Pio, in «La Casa Sollievo della Sofferenza» 22 (1971) 3, p. 21.

   [14] M. Winowska, Il vero volto di Padre Pio, Modena 197215, p. 140.

   [15] Cfr. P. Funicelli, Arciconfraternita della buona morte, in «Voce di Padre Pio» 12 (1981), p. 12s.

   [16] Fernando da Riese Pio X, op. cit., p. 259.

   [17] Paolino da Casacalenda, op. cit., pp. 131-132.

   [18] Lettera di Padre Pio a padre Benedetto (3 giugno 1919), in Epist. I, p. 672.

   [19] Lettera di Padre Pio al maestro Angelo Càccavo (11 maggio 1919), in Epist. IV, p. 300.

   [20] Lettera di Padre Pio a padre Benedetto (16 novembre 1919), in Epist. I, pp. 679-680.

   [21] M. Winowska, op. cit., p. 170.

  [22] S.M. Manelli, Padre Pio da Pietrelcina vittima di sangue, in «La Casa Sollievo della Sofferenza» 22 (1971) 17, p. 15.

   [23] L. Triggiani, I Conventi dei Cappuccini di Foggia. Storia e Cronaca, San Giovanni Rotondo 1979, p. 42.

   [24] Alessandro da Ripabottoni, Dietro le sue orme. Guida storico-spirituale ai luoghi di Padre Pio, San Giovanni Rotondo 1979, p. 193.

   [25] Ibid., p. 178. Riguardo alle numerose pitture presenti nella chiesa, il 20 novembre 1936, ad un perplesso padre Bonaventura da Pavullo, che si trovava a San Giovanni Rotondo per predicare gli esercizi spirituali, Padre Pio rispose così:  «Che vuoi, questa lo è un po’ troppo. Ma è così da poco: fino all’anno scorso le pareti erano tutte bianche. Esagerare, no; ma renderla bella è giusto. Si fa per il Signore. E poi bisogna tener conto dei tempi che corrono. Oggi si vuol far godere anche di ciò che è esteriore. Infatti non dobbiamo credere che tutti siano formati, che tutti sappiano scoprire dov’è il sostanziale. La nostra austerità dobbiamo mantenerla all’interno, nelle nostre cose. Questo è importante.» (Bonaventura da Pavullo op. cit., p. 25).

    [26] Alessandro da Ripabottoni, Dietro le sue orme cit., p. 179.

   [27] Il padre Paolino da Casacalenda ci informa, riferendosi all’anno 1919, che Padre Pio, il quale «da diversi mesi aveva ricevuto la confessione utriusque – cioè la facoltà di confessare uomini e donne – confessava esclusivamente gli uomini in sacrestia mentre tutti gli altri Padri della Comunità e i forestieri si davano il turno in Chiesa per confessare le donne» (op. cit., p. 133). La stessa fonte ci fa sapere che Padre Pio confessava abitualmente anche gli studenti del Seminario serafico, di cui aveva la direzione, e che in seguito il Sant’Uffizio decretò di trasferire altrove (ibid., p. 119).

   [28] Ancora padre Paolino ci rivela che «egli scendeva a confessare fin dalle ore 5,30 e fino alle 11,30» (op. cit., p. 135).

   [29] Da un articolo del giornalista Orio Vergani, riportato in Alessandro da Ripabottoni, Padre Pio racconta e dice, ed. G. Di Flumeri, San Giovanni Rotondo 20002, p. 318. Subito dopo, a mezzogiorno in punto – ci fa sapere ancora una volta padre Paolino –, il Frate, allora già stigmatizzato, celebrava la sua Messa, proprio per liberarsi dalle confessioni (op. cit., p. 134). La celebrava in canto «per far cessare il clamore che spontaneamente parte da una grande folla, ammassata in luogo ristretto; e poi per far sentire la Messa alla gente di fuori tanto lontana dalla porta della chiesa» (op. cit., p. 158).

    [30] Paolino da Casacalenda, op. cit., p. 209.

   [31] La tenda venne approntata, su segnalazione del Procuratore e Commissario dei Cappuccini padre Agatangelo Carpaneto da Langasco al Ministro provinciale padre Paolino da Casacalenda, per evitare «qualche commento e disappunto» tra i fedeli in attesa di confessarsi, i quali potevano vedere quando il Padre negava a qualcuno l’assoluzione (lettera del 30 novembre 1949, in Paolino da Casacalenda, op. cit., appendice, n. 3, pp. 350-351; vd. anche p. 210).

   [32] Luigi Peroni ci riporta che, in un primo tempo, Padre Pio confessava in un confessionale sistemato nell’angolo opposto; solo negli ultimi anni egli avrebbe adoperato il genuflessorio e la sedia (min. 40 di questo video).

  [33] Alessandro da Ripabottoni, Padre Pio da Pietrelcina cit., p. 533. Padre Alessandro, consultando la Cronistoria del convento, ci informa che nell’arco dell’anno 1967 si confessarono circa diecimila uomini e quindicimila donne (ibid., p. 541). «Le persone che riescono a confessarsi sono la minima parte dei pellegrini che vengono a San Giovanni Rotondo, fra cui moltissimi sacerdoti in preferenza del clero secolare. Padre Pio ogni giorno confessa 35-40 donne e 25-30 uomini; la grandissima parte dei pellegrini deve contentarsi di assistere alla sua Messa mattutina e di vederlo nel matroneo della chiesa, e quando passa per andare e tornare dalle confessioni» (Cronistoria, ms II, f. 772, 25 gennaio 1967, citato in ibid., p. 574).

   [34] Agostino da San Marco in Lamis, Diario (12 novembre 1954), p. 231.

   [35] Paolino da Casacalenda, op. cit., pp. 201-203.

   [36] Tarcisio da Cervinara, Il diavolo nella vita di Padre Pio, ed. G. Di Flumeri, San Giovanni Rotondo 1991, p. 49; riportato da M. Tosatti, Padre Pio e il diavolo. Gabriele Amorth racconta…, Casale Monferrato 2003, pp. 106-107. Un analogo episodio è ricordato dal padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi: «Cosa strana: vie era (in sagrestia) un sol uomo, vestito di nero e di aspetto per niente buono e rassicurante. Incomincia la confessione, ne accusa un sacco ed una sporta, e non la finiva mai: più ne diceva e più ne scovava. Intanto padre Pio lo ascolta con tutta la sua calma e pazienza; ma nell’indurlo ad accettare la penitenza ed a recitare l’atto di dolore per non offendere mai più Gesù, al solo sentire pronunziare questo santissimo Nome, quella belva di uomo scompare sull’istante davanti agli occhi di padre Pio, come un vento impetuoso ed una specie di terremoto da scuotere la sacrestia e la chiesa. Padre Pio non vede più nessuno… Va nel corridoio del chiostro e nessuno, entra nella chiesa dove un gruppetto di donne aspettavano per la confessione e nessuno, anzi domanda se fosse uscito un uomo dalla sacrestia e la maestra Pompilio Maria risponde: “Nessuno, padre, è uscito dalla sagrestia ed è passato di qua” e poi aggiunge: “Avete sentito padre, che rumore?”. Padre Pio si rattrista e dice tra sé e sé: “Era proprio lui, quel mostro di Belzebub…”. Dopo finito di confessare, va a refettorio per il pranzo; ma sempre conturbato, tanto che gli stessi collegiali si accorgono che non sta bene e, curiosi, domandano cosa sia accaduto. Padre Pio risponde accennando solo qualche cosa. Ancora oggi don Giuseppe Vecere da Santa Croce di Magliano, che si trovava come collegiale a  San Giovanni Rotondo, ricorda che padre Pio andò tutto spaventato a refettorio, per quanto gli era accaduto in mattinata. A me poi egli l’ha raccontato personalmente più di una volta» (Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, ms cit., ff 103s, riportato in Alessandro da Ripabottoni, Padre Pio da Pietreclina cit., p. 610).

  [37] Decreto della Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio, del 23 maggio 1931 (prot. 255-19).

   [38] Vd. infra n. 62.

   [39] Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, ms. cit., ff. 70s; cfr. Bernardino da Siena, Padre Pio e la Chiesa, in Atti del 1° convegno di studio cit., pp. 142-147.

   [40] La sera del 9 giugno 1931 arrivò per posta la lettera del Sant’Uffizio, che conteneva proprio questa espressione: «se fa bisogno, che padre Pio si sottoponga docilmente al grave provvedimento, e faccia opera, per quanto è da lui, di persuaderne anche altri che ne avessero bisogno» (Alessandro da Ripabottoni, Padre Pio da Pietrelcina cit., p. 321).

   [41] Dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 10 agosto 1910 nella Cappella dei canonici del Duomo di Benevento, Padre Pio celebrò la sua Prima Eucaristia il 14 agosto; scrisse il suo pensiero-ricordo in questi termini: “Gesù | mio sospiro mia vita | oggi che trepidante | Ti elevo | in un mistero di amore | con Te io sia pel mondo | Via Verità Vita | e per Te sacerdote santo | vittima perfetta”. Il discorso di circostanza fu tenuto dal padre Agsotino da San Marco in Lamis ed il padre Benedetto Nardella “all’amato alunno dei Cappuccini di S. Angelo”, “dolcissimo padre Pio” inviava una immaginetta-ricordo (cfr. Epist. I, p. 96 e n. 1) [Alessandro da Ripabottoni, Padre Pio da Pietrelcina cit., p. 124 e n. 13].

   [42] Tutte le fonti sono concordi nel riportare che in quel periodo di segregazione, la Messa del Padre si allungò di molto: «celebrata la Messa che dura non più mezz’ora, ma un’ora  e mezza ed il giorno del santo Natale resta sull’altare circa quattro ore» [Relazioni bimestrali (8 gennaio 1932)]; «dopo essere stato in Coro con gli altri a dir l’Ufficio, si prepara per la Messa. Poi va in Cappellina, dove celebra a porta chiusa col suo inserviente e la Messa dura anche più di un’ora» (Agostino da San Marco in Lamis, op. cit., p. 93); «quella mattina (del 2 giugno 1932) la Messa durò un’ora e trentacinque minuti. Il Memento dei vivi 25 minuti, quello dei morti 15. Dopo la Comunione delle sacre specie del Pane durò quasi 20 minuti. Mi fu detto che la Messa ha sempre più o meno la stessa durata. Durante la Messa piangeva e si vedeva proprio trasformato … Dopo, nel colloquio avuto, mi disse. “Anche durante la santa Messa bisogna andare avanti proprio a forza, con le tenaglie … Dio mio, che tormento!...”» (ibid., p. 99); «La mattina la sua Messa in Cappellina dura sempre più di un’ora» (ibid., giornata del 22 novembre 1932, p. 102); «La Messa durò un’ora e 40 minuti. Durante la Messa sembrava trasformato e molte lacrime uscivano dagli occhi» (ibid., giornata dell’11 febbraio 1933, pp. 102-103); «(i visitatori apostolici) domandano del Padre Pio, con il quale doveva parlare mons. Pasetto. Gli dico che è in cappella ove celebra la santa Messa, e che non sarà pronto prima delle ore 10, essendo già dalle 7 sull’altare. Mons. Pasetto va in cappella per assistervi, ma dopo un poco si stanca e viene fuori, lo stesso fa mons. Bevilacqua» (Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, Accenni su episodi più rilevanti riguardanti la vita del Padre Pio da Pietrelcina, ms f. 75s).

   [43] Agostino da San Marco in Lamis, op. cit., p. 90.

   [44] Fernando da Riese Pio X, op. cit., p. 343.

  [45] Vigilio Federico Dalla Zuanna nacque a Valstagna (Vicenza) il 24 dicembre 1880. Venne ordinato sacerdote nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini il 25 luglio 1904. Fu dapprima cappellano militare durante la Prima Guerra Mondiale, Ministro provinciale del Veneto e in seguito Ministro generale dell’Ordine dal 1932 al 1938. Nel corso del suo mandato visitò molti paesi europei e le missioni nel Paranà, in Brasile. Contemporaneamente divenne Predicatore apostolico presso la Santa Sede. Nel 1940 ricevette la nomina di consultore presso la Sacra Congregazione dei Riti. Eletto vescovo di Carpi il 12 maggio 1941, durante l’ultima Guerra si distinse per la sua azione in soccorso della popolazione oppressa dall’occupante germanico. Rinunciò alla carica il 24 novembre 1952, per ritirarsi a Roma, dove si spense il 4 marzo 1956.

   [46] G. Preziuso, La Segregazione di Padre Pio (8), in «Voce di Padre Pio» 6 (giugno 2008), pp. 34-39, qui p. 38.

   [47] Antonio Mazza nacque ad Alpicella (Savona) il 27 maggio 1883. Alunno della Provincia cappuccina di Parma, vestì l’abito cappuccino il 29 maggio 1898 nella Provincia monastica di Parma e ricevette l’ordinazione sacerdotale il 23 dicembre 1905. Resse la Provincia di Foggia come Commissario generale dal 14 aprile 1924 al 3 agosto 1925, quindi venne nominato Ministro provinciale con decreto generalizio; con lo stesso sistema verrà riconfermato il 25 luglio del 1928 mentre, il 20 agosto del 1935, divenne Provinciale con una regolare elezione e iniziò il suo quarto mandato, che però non riuscì a terminare, poiché morì l’ultimo giorno del 1937, nel convento di S. Anna a Foggia. Il padre Agostino da San Marco in Lamis, nel darne l’annunzio alla religiosa Provincia, scriveva, tra l’altro, queste commosse parole: «Per più di 13 anni noi tutti abbiamo ammirato la sua modestia, la sua umiltà, la sua amabilità. Egli si era affezionato alla nostra Provincia e la chiamava sua. Difficilmente parlava di se stesso e si può dire che per caso, come accade talvolta nei discorsi famigliari, abbiamo saputo quale sia stata la sua attività nella sua provincia di Parma» [Cronistoria, I, f. 134s; M. Iafelice, Bernardo d’Alpicella (Antonio Mazza, 1883-1937), in «Voce di Padre Pio» 9 (settembre 2010), pp. 58-63].

   [48] Lettera di padre Bernardo d’Alpicella, San Giovanni Rotondo 25 marzo 1934, in Archivio Postulazione Generale dei Cappuccini, Roma, f. 1.

    [49] Cfr. Relazioni bimestrali (8 maggio 1934).

   [50] G. Preziuso, La Segregazione di Padre Pio (9), in «Voce di Padre Pio» 7-8 (luglio-agosto 2008), pp. 22-25, qui p. 24.

   [51] Cfr. Relazioni bimestrali (7 luglio 1934).

   [52]  G. Preziuso, La Segregazione di Padre Pio (9) cit., p. 25.

   [53] Relazioni bimestrali (20 gennaio 1931).

   [54] È Alberto Del Fante che parla, nel resoconto di padre Fortunato De Marzio [Le mie memorie su Padre Pio, ed. P. Giuliano, s.l.s.d. (Foggia), p. 86].

   [55] Relazioni bimestrali (7 gennaio 1935, f. 2).

   [56] Paolino da Casacalenda, op. cit., pp. 200-208.

   [57] Raffaele da S. Elia a Pianisi, Accenni su episodi più rilevanti cit., III, ff. 10-11; Fernando da Riese Pio X, op. cit., p. 343.

  [58] È lo stesso padre Bonaventura Romani da Pavullo, il cui nome ritornerà nel contesto della squallida storia dei registratori collocati nel confessionale di Padre Pio, al tempo in cui egli era Definitore generale dell’Ordine Cappuccino (cfr. infra n. 61).

    [59] Bonaventura da Pavullo, op. cit., p. 47.

   [60] Si tratta di un dipinto ad olio su tela, attribuito a un seguace di Giacomo del Po, attivo nel XVIII sec. (Alessandro da Ripabottoni, Dietro le sue orme cit., p. 178).

   [61] I microfoni vennero piazzati anche nella cella n. 5, da Padre Pio adoperata dal 1916 al 1948, e in altri ambienti dove egli usava intrattenere i suoi visitatori. Consulenti ed autori materiali di questa sacrilega ignominia furono don Umberto Terenzi, parroco del Divino Amore di Roma (poi promosso monsignore), padre Emilio D’Amato da Matrice, guardiano del convento di San Giovanni Rotondo, fra Giustino da Lecce e fra Masseo Cannito da San Martino in Pensilis. Tuttavia, ben più altolocate furono le autorità ecclesiastiche, cappuccine e non, ch si macchiarono dello squalificante atto [sulla vicenda, una versione edulcorata in S. Campanella, Giovanni XXIII (3), in «Voce di Padre Pio» 4 (aprile 2010), pp. 46-51; mentre molto più colpevolista appare essere la ricostruzione dei fatti apparsa in questa pagina del sito dedicato ad Emanuele Brunatto, strenuo difensore del Padre].

   [62] Daniele D’Addario, figlio di Teodoro ed Elisabetta Colavita, nacque a Sant’Elia a Pianisi (Campobasso) il 17 agosto 1890. Vestì l’abito cappuccino il 9 novembre 1905. Conobbe Fra Pio quando venne a studiare nel suo paese, mentre si trovava in convento in qualità di fratino che frequentava la scuola media. Richiamato alle armi, dovette interrompere gli studi, che riprese, anche su consiglio di Padre Pio, venendo ordinato sacerdote a Montefusco, l’8 settembre 1922. Si trattenne brevemente a San Giovanni Rotondo, per la prima volta, come «supplemento alla quaresima» nel 1924. Poco dopo venne nominato guardiano di quel convento, carica che detenne dal 28 agosto 1928 al 26 agosto 1941; per restarvi anche negli anni successivi, con la funzione di vicario ed economo. Rimase accanto al Padre per trentotto anni, come consigliere ed amico, difendendolo sempre dalle accuse, e per questo pagando di persona con l’allontanamento dal convento garganico. Fu uno dei confessori di Padre Pio, dal 1926 al 1944, e l’unico dopo la scomparsa di padre Agostino da San Marco in Lamis, nel 1963. Per incarico delle superiori autorità ecclesiastiche, durante gli anni della seconda persecuzione avviata sotto il pontificato di Giovanni XXIII, e formalmente mai conclusa, sottopose il venerato Confratello ad un rispettoso interrogatorio sull’origine delle sue stimmate (29 marzo e 31 maggio 1966, 20 marzo 1967). “Cacciato” da San Giovanni Rotondo nell’agosto del 1961, per un certo periodo fu di famiglia anche nel convento di Larino. Della sua consuetudine con il Frate, ha lasciato due memorie scritte, rimaste inedite: un Diario, in cui narra le vicende dal 1943 al 1955 (Accenni su episodi più rilevanti riguardanti la vita del Padre Pio da Pietrelcina, ff 144 + 44 + 10), oltre ad una serie di cinque quadernetti (Brevi cenni riguardanti la vita del Padre Pio e la mia lunga dimora con lui, ff 44), in cui  narra l’infanzia, il noviziato, la sua conoscenza di Padre Pio. Morì il 29 ottobre 1974, nella “Casa Sollievo della Sofferenza”. Riposa a San Giovanni Rotondo, nella cappella dei Frati Cappuccini. Nel trigesimo della morte, i suoi confratelli hanno lasciato questo ricordo: «Eri solido e forte come una quercia nel fisico, ma soprattutto lo eri nella tempesta del carattere e dello spirito: semplice, retto e coscienzioso, austero ed equilibrato. … Padre Pio pregava, intuiva, ideava, ma eri tu a capire l’idea e a concretizzarla, con il tuo spiccato senso pratico ed equilibrio. Perciò ti vediamo sempre accanto a Padre Pio, come suo inseparabile amico e compagno» [M. Iafelice, Padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, in «Voce di Padre Pio» 2 (febbraio 2010), pp. 58-63; G. Alimonti, Vicino a Padre Pio, I, San Giovanni Rotondo 2013, p. 45].

   [63] video Youtube (min. 7,45). Questo il racconto di Peroni: «Al posto dell’altare ora c’è una vetrata, che permette la comunicazione tre le due chiese. Al tempo di Maccari ci misero una cancellata, per impedire che la gente affluisse, si avvicinasse a Padre Pio. Era un altare meraviglioso, un piccolo altare. Io chiesi ai padri: “Ma che fine ha fatto l’altare, dopo che l’avete demolito?”. “Non lo sappiamo, sta là al primo piano”; e vidi nel matroneo: c’era l’altare di Sant’Antonio. Dissi: “Che fine ha fatto l’altare?”. “L’abbiamo portato a Larino”. Poi, dopo invece, non ho più saputo niente di quest’altare; ché io volevo venire da Roma a prenderlo con un camioncino». Subito dopo, Peroni spiega che la statua del Santo di Padova è invece stata collocata in una cappella laterale della nuova chiesa; tuttavia, successivamente dev’essere stata rimossa – probabilmente al tempo della canonizzazione di Padre Pio –, poiché al suo posto compare oggi un simulacro bronzeo del novello Santo.

   [64] Il 30 luglio 1960, mons. Maccari, allepoca segretario del Vicariato di Roma nellUfficio I del Culto Divino nonché consultore della Congregazione del Concilio, accompagnato da don Giovanni Barberini, giunse a San Giovanni Rotondo come Visitatore apostolico inviato dal card. Alfredo Ottaviani, Segretario del Sant’Uffizio. Rientrò provvisoriamente a Roma il 6 agosto per riferire le sue impressioni e «per non turbare, con la sua presenza, la celebrazione del cinquantesimo di Messa di Padre Pio». Il 16 agosto Maccari tornò a San Giovanni Rotondo e vi rimase per un’altra quarantina di giorni, durante i quali interrogò moltissime persone, compresi Padre Pio e il commendator Battisti, l’incaricato della gestione finanziaria dellOspedale “Casa Sollievo della Sofferenza”. Il 5 novembre consegnò al SantUffizio il frutto di tale lavoro: una relazione di 208 pagine, più due cartelle di documenti. Questi alcuni stralci di quel rapporto: «C’è oggi una vera industria, che vive e prospera con la propaganda della “santità del primo sacerdote stigmatizzato”. “Tutta quest’atmosfera di falso soprannaturale... non è altro che il frutto di una colossale e capillare organizzazione in mano a pochissime figlie spirituali, a loro volta aiutate e sostenute ciecamente da altri uomini e donne... . Non risponde a verità dire che l’interessato principale sia completamente all’oscuro di una macchina che si fa sempre più mastodontica e che reca in tutto il mondo la fama della sua “santità” e dei suoi “miracoli”». Queste le misure proposte: a) ricondurre il religioso alla osservanza della regola conventuale, pur tenendo conto dell’età e delle condizioni di salute; b) togliere l’ora fissa nella celebrazione quotidiana della Santa Messa, cominciando (con il pretesto dell’età e della salute) a posticipare l’orario attuale; c) proibire ai sacerdoti e molto più ai Vescovi di servire la Messa a Padre Pio o assistervi entro il presbiterio; d) conservare l’attuale disciplina per le confessioni delle donne, ma rivedendo attentamente il sistema delle prenotazioni e facendo sì che le “pie” e le “fedelissime” si accostino al confessionale del Padre non più di una volta al mese; e) trovare un direttore spirituale prudente ed esperto. Eliminare ogni interferenza della Curia provincializia di Foggia; scegliere il guardiano sempre da altra Provincia; procedere ad un graduale ricambio di religiosi, prendendoli anche da altre Province». Queste valutazioni furono accolte e fatte proprie dal Sant’Uffizio nella riunione del 14 dicembre 1960 [un’utile sintesi in M. Iafelice, Monsignor Carlo Maccari, in «Voce di Padre Pio» 4 (aprile 2015), pp. 24-27].

     [65] Cronistoria, ms. II, f. 567s. La disposizione è del 16 agosto 1960.

   [66] Il padre Alessandro da Ripabottoni, che scriveva nel 1979, già in quella data lo reputava «sparito» (Dietro le sue orme cit., p. 181).

   [66bis] In questo filmato, al min. 5.12, vediamo effettivamente il nostro confessionale, esposto dietro a una cancellata. Dobbiamo ritenere, perciò, che esso non venisse più adoperato da Padre Pio, ed anzi mi pare accertato che queste inquadrature iniziali siano state realizzate dopo la morte del santo Frate cappuccino, quando cioè i suoi confessionali divennero cimeli da musealizzare. Questa ripresa video comincia difatti con un primo piano dell’esterno del convento – a colori –, che poi dissolve in bianco e nero, proprio per accordarsi con quello che viene dopo, che è chiaramente più antico. Ciò che segue, in effetti, è chiaramente un filmato di repertorio, che ci mostra il Padre incedere tra due fila di fedeli, all’interno della vecchia sagrestia, mentre alle sue spalle compare un confessionale del tutto diverso, posizionato però dove si trovava il nostro (min. 7.12). Essendo questo spezzone d’archivio databile al 1965 circa, risulta determinato che a quell’epoca il confessionale di cui stiamo dicendo, in quella data aveva già lasciato San Giovanni Rotondo, alla volta di Larino (la stessa inquadratura è riproposta al min. 49,30 di questo vecchio filmato a colori).

   [67] Opera dell’architetto Giuseppe Gentile di Bojano (Campobasso), realizzata dall’impresa A. Pedone di Cerignola (Foggia), maestosa e imponente, concretizza la raccomandazione di Padre Pio all’architetto: «la chiesa sia tutta un cantico di gloria al Signore per la sua arte e per la sua ricchezza, ma sia soprattutto la vera casa della preghiera e del raccoglimento». Iniziata il 2 luglio 1956 e portata a termine dopo due anni, sotto la direzione dello stesso architetto progettista, fu consacrata il 1° luglio 1959. «Ampia», «bella» e «maestosa» nella facciata di travertino, che si estende su un fronte di 35 m, è di estrema semplicità nelle sue linee e sviluppo volumetrico, con evidenti richiami al romanico (Alessandro da Ripabottoni, Dietro le sue orme cit., pp. 196-198).

   [68] Quelli furono gli ultimi mesi di guardiania di padre Carmelo Durante da Sessano (24 settembre 1953-5 ottobre 1959), cui seguirono quelli della breve guida del padre Emilio D’Amato da Matrice (5 ottobre 1959-18 settembre 1960), coinvolto nella storia dei microfoni nel confessionale di Padre Pio (vd. supra n. 61). Si ebbero poi i burrascosi anni del “carceriere” di Padre Pio, il siciliano padre Rosario Pasquale da Aliminusa (18 settembre 1960-23 gennaio 1964), che un figlio spirituale del Padre, don Attilio Negrisolo, che gli stette vicino per lungo tempo nella gioia e nel dolore, ebbe a definire “delinquente” (la testimonianza di don Attilio Negrisolo è disponibile nel canale Youtube: 1ª parte; 2ª parte). Il confessionale potrebbe essere stato inviato a Larino proprio nei primi mesi della “guardiania-carcere” di padre Rosario da Aliminusa, talché padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi potrebbe aver pensato bene di “liberarlo”, per farlo pervenire in un convento della sua provincia civile d’origine – Campobasso –, che probabilmente, dopo la riapertura dell’ottobre 1948, ne era sprovvisto ovvero ne aveva uno di valore, anche estetico, alquanto scarso. Diversamente, come si è detto nel testo, vi potrebbe essere pervenuto sin dalla riapertura del convento.

   [69] Nacque a San Giovanni Rotondo il 25 dicembre 1918, anche se all’anagrafe fu registrato il 2 gennaio, dichiarando che la sua nascita era avvenuta il primo giorno dell’anno. I suoi genitori, Michele e Maria Assunta Magno, lo fecero battezzare con il nome di Pietro il 4 gennaio 1919, nella chiesa madre del paese, dal canonico don Domencio Palladino. Un mese dopo, Assunta portò quel bambino al convento dei Cappuccini per farlo benedire da Padre Pio, che da quattro mesi portava impresse le stimmate nelle mani, nei piedi e nel costato. Il Frate tracciò un segno di croce sul capo del neonato e disse alla donna: «Auguri… auguri… auguri!». «Perché tanti auguri?», chiese Assunta. «Questo bambino sarà sacerdote», rispose Padre Pio. Pietro, ignaro della profezia fatta dal Cappuccino di Pietrelcina a sua madre, dall’età di sei o sette anni cominciò a frequentare il convento e a servire la Messa di Padre Pio. Nacque così la sua vocazione. Il 17 settembre 1935, nel convento di Morcone, Pietro indossò l’abito cappuccino e cambiò il suo nome in fra Paolo da San Giovanni Rotondo. Dopo gli studi teologici, compiuti nel convento di Campobasso, il 21 marzo 1942 fu ordinato sacerdote, nella chiesa del Sacro Cuore del capoluogo molisano, da mons. Secondo Bologna, vescovo della città. Padre Paolo svolse il suo ministero in vari conventi: per cinque anni a Cerignola, per diciassette a Foggia, per tre al convento di Santa Maria del Monte a Campobasso e, nel giugno del 1968, venne destinato a San Giovanni Rotondo come sacrista. Spesso serviva la Messa a Padre Pio. L’anno seguente padre Paolo ebbe l’incarico di cappellano all’ospedale di Larino; nel 1973 fu trasferito a San Severo e nel 1985 tornò a San Giovanni Rotondo, come cappellano dell’infermeria provinciale, dove è rimasto fino alla morte, avvenuta il 17 dicembre 2012 (notizie tratte da questa fonte).

   [70] Il padre Alessandro da Ripabottoni chiarisce che in verità esso fu usato fino al 1936 (NdR, vd. supra).

   [70bis] Si tratta di padre Lino Barbati da Prata (1923-1980), che fu guardiano del convento di San Giovanni Rotondo dal 1° ottobre 1970 al 6 settembre 1973; autore di alcune monografie su Padre Pio, in particolare sullinfanzia e la prima giovinezza [Lamore di padre Pio per Pietrelcina, San Giovanni Rotondo 1971; Beata te, Pietrelcina, San Giovanni Rotondo 1976 (con padre Alessandro da Ripabottoni), NdR].

   [71] P. Covino, Ricordi e testimonianze, San Giovanni Rotondo 20116, pp. 235-236.

   [72] Mons. Secondo Bologna nacque a San Pietro del Gallo, frazione di Cuneo, il 9 agosto 1898. L’8 gennaio 1940 venne nominato vescovo di Boiano-Campobasso, e fece il suo ingresso in diocesi quando la guerra era già scoppiata; per tutta la durata del conflitto rimase vicino alla gente. Quando nel 1943 le truppe tedesche occuparono la città, si premurò di evitare stragi e distruzioni all’interno di essa. Il 10 ottobre 1943 disse, nell’omelia della messa mattutina: «Signore, se per la salvezza di Campobasso serve una vittima, prendi me e salva il mio popolo». Morì la sera stessa, nella cappella del seminario, in seguito allo scoppio di una granata lanciata probabilmente dallesercito canadese. Qui un ricordo del Prelato.

   [73] Onorato Marcucci da San Giovanni Rotondo (diacono), Valentino da San Giovanni Rotondo (suddiacono) [Cronistoria, ms II, f. 801, riportata in Alessandro da Ripabottoni, Padre Pio da Pietrelcina cit., p. 547].

   [74] P. Covino, op. cit., pp. 203-204.

 

 

Pubblicato MERCOLEDÌ, 6 SETTEMBRE 2017

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