La ‘missione grandissima’ affidata a Padre Pio: l’occultamento delle fonti

PADRE PIO DA PIETRELCINA

conserva le sue lettere

(1940 ca)

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in circolazione, e numerose volte ripubblicata, fin dalla prima edizione del 1975, la “biografia ufficiale” di Padre Pio da Pietrelcina, commissionata dalla Postulazione generale dei Cappuccini al veneto padre Fernando da Riese Pio X[1], Padre Pio da Pietrelcina. Crocifisso senza croce[2]. Essa sostituì la prima opera biografica, ordinata inizialmente al padre Alessandro da Ripabottoni[3],  «silenzioso e infaticabile ricercatore»[4]

figlio eletto di questa mia diocesi larinese, che la maggior parte degli studiosi ritiene il primo, vero biografo del Padre, curatore peraltro dei quattro volumi del suo Epistolario[5]. Padre Alessandro scelse come originario titolo Padre Pio da Pietrelcina. In lui la Passione di Gesù[6]. Diverse furono però le pressioni sia per fargli modificare questa intitolazione, che alla fine fu cambiata in Un Cireneo per tutti[7], sia per espungere altre parti ritenute scomode. Se ne parlerà altrove e in un altro tempo.

   

 
 

    L’opera biografica di padre Alessandro era già pronta nel maggio del 1972[8], indicata nell’elenco di tutto il materiale, contenuto all’interno di due valigie, che il 16 gennaio 1973 l’arcivescovo di Manfredonia mons. Valentino Vailati rimise nelle mani del Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, card. Paolo Bertoli, al fine di ottenere il ‘nihil obstat’ per l’introduzione della causa dell’allora Servo di Dio[9]. Rifiutata infine dai committenti romani dell’Ordine cappuccino, per un motivo che verrà meglio indagato in altra sede, venne pubblicata nel 1974 dalla tipografia Franco Leone di Foggia, a spese e cura del “Centro Culturale Francescano” fodiense, e mai più rieditata né ristampata.

        

 
Padre Alessandro Cristofaro da Ripabottoni con Padre Pio da Pietrelcina
Padre Alessandro da Ripabottoni (primo a sinistra) con Padre Pio; il primo a destra è padre Pellegrino Funicelli da Sant'Elia a Pianisi (1964)

  Padre Alessandro da Ripabottoni e la sua biografia
 
 

 

Per tornare invece all’opera di padre Fernando Tonello, edita con i crismi delle autorità ecclesiastiche romane dopo il rifiuto di quelle locali[10], che attinge notevolmente allacribiosa raccolta di informazioni e di dati effettuata da padre Alessandro[11] – che «sunteggia, copia e… imbroglia un po’»[12] pur se composta in una elegante lingua italiana, essa porta con sé un grave difetto: annacqua e a volte mistifica alcuni significativi momenti vissuti dal Frate di Pietrelcina, fino a far passare le gravi persecuzioni che egli subì, proprio “dalla” Chiesa, come ebbe ad affermare con chiarezza e coraggio il card. Lercaro qualche mese dopo la dipartita del Padre[13], come dei semplici malintesi o tutt’al più  degli atti dovuti che la gerarchia si era vista obbligata ad intraprendere di fronte a un “fenomeno” che si faceva fatica a governare.

 

Testo biografico che è «pieno di lacune e manca di prospettiva storica … quanto mai tendenzioso, tutto proteso a giustificare unicamente le Autorità romane»[14], quello di padre Fernando. Alcuni esempi: a proposito della cosiddetta “prima persecuzione”, che fu vero accanimento, specie della gerarchia locale, scrive sfacciatamente:

 

Non era come fu scritto da qualcuno, «persecuzione»: era doveroso controllo, nel desiderio di stroncare eventuali fanatismi e arginare rettamente attività e devozione. Finalmente [sic!], dopo tali prescrizioni e interventi[15], con notificazione del 23 maggio 1931, comunicata a Padre Pio alcuni giorni dopo, gli vengono tolte tutte le facoltà di ministero. Può celebrare la messa, solo entro le mura del convento, in una cappella interna, privatamente, non in chiesa pubblica.[16]

 

 

 

  Padre Fernando da Riese Pio X e la sua edulcorata biografia
 
 

 
     Tacendo dello stato d’animo del futuro Santo, che anzi censura, dà la parola a un confratello che pure ne fu testimone – cioè il padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, guardiano –  citato invece per porre più che altro l’accento sui disordini di piazza:

 

«Appena si rese noto il provvedimento in paese le autorità locali subito si preoccuparono per l’ordine pubblico e, mentre il podestà ... si recava dal prefetto per pregarlo d’interessarsi di questo caso presso la Santa sede, il comandante della stazione dei reali carabinieri di S. Giovanni Rotondo poneva un servizio speciale di vigilanza continua intorno al convento e chiedeva rinforzi alle vicine stazioni per fronteggiare possibili sommosse»[17]. […] Più spesso i contrasti erano favoriti da altri motivi personali o familiari che trovavano sfogo nel caso di Padre Pio, certamente arduo a giudicare. Perciò nessuna meraviglia se in questo ambiente, cui fa da sfondo il tipico temperamento meridionale, vengano a trovarsi, diversamente schierati, i sacerdoti del luogo e la stessa autorità diocesana. Già la storia della Chiesa non era nuova a questi fenomeni. […] Sui perché della tensione, nella cittadina garganica, ci pare impossibile – o, almeno, assai difficile – una risposta umana esauriente da desumersi dalla documentazione storica. Si resta perplessi e addolorati. La matassa appare talmente ingarbugliata, che risulta difficile scoprirne il bandolo.[18]

 

Come vediamo, tace di mons. Pasquale Gagliardi e delle sue malefatte[19], come pure dei canonici di San Giovanni Rotondo avversi allo Stigmatizzato del Gargano, e la butta in sociologia o, peggio, in antropologia spicciola.

 

 

  Oppositori di Padre Pio vecchi e nuovi
 
 

 

Trattando degli anni successivi, padre Fernando s’inventa poi un fantomatico “penoso decennio 1952-1962”[20]– ma sappiamo che fino al luglio 1960 fu un periodo di calma relativa –, introdotto da una frase che Padre Pio riferiva a fatti degli anni Sessanta:

 

Negli anni 1952-1962, la pena toccò le cime più alte. Parlandone, Padre Pio confidava: «Siamo all’ultima stazione, la più lunga e la più dolorosa».[21]

 

Questi dieci anni di “passione” vengono fatti scadere all’arrivo a San Giovanni di un Amministratore apostolico, nella persona del padre Clemente da Santa Maria in Punta[22], cappuccino veneto come l’autore di questa biografia edulcorata e manomissoria, che fu invece un occulto avversario del Padre[23].

 

Principiando lesposizione dei fatti di quella che è conosciuta come “seconda persecuzione”[24], il cappuccino di Riese dice:

 

Le manifestazioni della folla, che s’accalcava in piazza e in chiesa di S. Maria delle Grazie, talvolta avevano del disordinato e del chiassoso. Il comportamento disgustò parecchi. Il primo a soffrirne era Padre Pio. Nella sua Casa Sollievo non mancavano difficoltà e disgusti, nelle responsabilità amministrative. […] Tutto questo causò ripercussioni, non poco spiacevoli, causando a molti amarezze, fastidi, sofferenze. Com’era prevedibile, non si fecero attendere interventi dell’autorità ecclesiastica e dell’Ordine cappuccino.[25]

 

 

 
Devote di Padre Pio assistono alla sua Messa nella chiesa antica della Madonna delle Grazie
Devote davanti alle transenne, mentre Padre Pio celebra a Messa all'interno della chiesa antica

 

Lo scandalo del "banchiere di Dio" Giambattista Giuffrè: i documenti di un clamoroso e doloroso caso
[da Anonimo (E. Brunatto), Padre Pio (livre blanc), Genève 1963]

 
 

  

A proposito del cosiddetto “caso Giuffrè” e della richiesta di denaro da parte dei vertici dell’Ordine a Padre Pio, si riporta in questi termini:

 

Negli anni 1955-1958, fu causa di dispiaceri la clamorosa sconcertante campagna scandalistica sulla stampa nazionale e internazionale, esplosa in seguito al crollo dell’ex banchiere Giambattista Giuffrè, e alla richiesta di prestiti fatta dai Cappuccini – sempre tramite Padre Pio – alla Casa Sollievo. Tale campagna denigratoria raggiunse il colmo negli anni successivi, 1959-1965, inventando fatti, distorcendo documenti, inserendo altri scandali, coinvolgendo la Santa Sede, l’Ordine cappuccino, il vescovo di Padova[26] (Girolamo Bartolomeo Bortignon, NdR) per misure disciplinari diocesane, alcuni ecclesiastici e cappuccini per la sistemazione di microfoni e registratori magnetici nella foresteria e nella cella numero 5, dove Padre Pio conversava (!) con certi «fedelissimi» che pretendevano esserne gli arbitri. Tanto più fu dolorosa questa esplosione della stampa, quanto fu accertato che c’erano alcuni – anche di quelli vicini a Padre Pio – ad orchestrare il chiasso dei quotidiani e dei settimanali a rotocalco.[27]

 

E più oltre, parlando della Visita apostolica di mons. Maccari, scrive:

 

30 luglio 1960: nella cittadina garganica giunse monsignor Carlo Maccari, della S. Congregazione del Concilio, con il compito di visitatore apostolico per il convento e per la Casa Sollievo. Tale visita, protratta sino al 17 settembre, per imprudenti indiscrezioni ebbe larga risonanza sulla stampa. […] Per spiegare almeno un po’ l’accaduto, c’è tutto un ambiente che va tenuto presente, adatto a mantenere rigogliosi fervore e fanatismo. Non devono essere sottovalutati la fragilità umana, il carattere di un popolo, la psicologia della folla.[28]

 

 

 

 

Padre Agostino Daniele da San Marco in Lamis: antico maestro, direttore spirituale e confessore

 
 

  

Subito dopo, il cappuccino veneto arriva a stravolgere il significato di alcune annotazioni messe per iscritto da padre Agostino da San Marco in Lamis, confessore e direttore spirituale del venerato Confratello[29], rasentando la malafede:

 

Padre Agostino, sin dai primi giorni del febbraio 1952, indica gli inizi di questa seconda via crucis, percorsa da Padre Pio: «La guerra di Satana per mezzo di persone delinquenti non finisce, cambia aspetto, ma continua per mezzo di persone in lega con il nemico delle anime». […] L’afflusso dei fedeli, desiderosi di confessarsi, nella piccola chiesa provocava disordini, confusione, persino imbrogli e vero mercimonio per l’assicurazione del posto o del turno. A ciò si prestavano alcune zelanti frequentatrici della chiesetta sangiovannese.[30]

 

Ma invece, lo stesso padre sammarchese, nel suo Diario, proprio in riferimento alla visita di Maccari aveva annotato, in una forma che, seppure indefinita, lascia aperte interpretazioni altrimenti non chiaramente esprimibili per un religioso del suo rango:

 

Alla fine di luglio venne il Visitatore Apostolico, mons. Carlo Maccari, per il convento e per la clinica. Speriamo che satana porti le corna rotte e sia così glorificata l’onnipotenza amorosa di Dio. Senza dubbio il Padre soffre per varie ragioni, ma è sempre rassegnato alla divina volontà, perché sicuro del bene che verrà per l’Opera di Dio.[31]

 

    Ed allora possiamo comprendere che davvero il titolo che egli scelse – Crocifisso senza croce[32] – calza a pennello: Croce immotivata, quella di Padre Pio, delle cui stimmate non si capisce nel profondo la ragione, dacché i “macellai”[33] non lo perseguitarono e non per causa loro egli divenne la vittima di riparazione; le sacre piaghe nella sua carne? Più che farne il rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore, come ebbe a definirlo una volta Paolo VI[34], si trattava invece di un indistinto «segno di contraddizione»[35], impresso nella carne di un umile ed anonimo Frate, offertosi come vittima per la cessazione della grande Guerra mondiale e dell’epidemia di spagnola che ne era seguita[36].

 

 

  Padre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis: la vera guida del giovane Frate
 
 

  

Altro aspetto che qui vorrei approfondire, perché sollevato palesemente da questa biografia del frate trevigiano e in qualche modo attinente – come vedremo – a ciò che si è testé detto, è quello della direzione spirituale del giovane Fra Pio, affidata in primis[37] al padre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis[38]. Padre Fernando da Riese ricostruisce l’argomento in questo modo:

 

Padre Benedetto da S. Marco in Lamis, nel giugno 1922, dovette lasciare la direzione spirituale di Padre Pio, far pervenire al S. Offizio la Cronistoria che aveva scritto intorno a lui, astenersi dal parlare o scrivere di lui, sospendere ogni corrispondenza, epistolare compresa. Si giudicò che la sua direzione spirituale lasciasse a desiderare. Morirà, settantenne, il 22 luglio 1942, senza più vedere e trattare con Padre Pio, il discepolo che aveva guidato nello spirito con autorità e competenza per dodici anni, 1910-1922, carichi di fenomeni mistici. Il discepolo continuò a ricordarlo, con stima e venerazione.[39]

 

E in nota specifica:

 

Sulla sua dottrina e competenza in campo spirituale cf. le 103 lettere da lui scritte a Padre Pio, dal 2 gennaio 1910 al 10 aprile 1922, in Epist. I, pp. 177-1273.[40]

 

 

  Da Sant'Elia a Pianisi a San Marco la Catola
 
chiesa del convento dei Cappuccini di  Sant'Elia a Pianisi
La chiesa conventuale di Sant'Elia a Pianisi, con la sua volta restaurata sul finire del 1905, perché pericolante. Dal 1923 s'iniziarono i lavori di prolungamento della navata di 10 metri, per iniziativa di padre Leone Patrizio da San Giovanni Rotondo
 

  

Ma nella cronologia del suo Cireneo per tutti, giusto in coda, padre Alessandro da Ripabottoni, sulla base della paziente e precisa raccolta di dettagliate informazioni, portata a termine dopo aver preso visione e aver vagliato i documenti disponibili – cosa che padre Fernando non fece mai, perché egli si limitò a “saccheggiare” lopera altrui , aveva sinteticamente annotato:

 

1905

 

Dopo la metà di ottobre: promosso in filosofia, temporaneamente parte (da Sant’Elia a Pianisi, Campobasso) per San Marco la Catola (Foggia) e vi frequenta il primo anno. In questo convento vi trova il padre Benedetto da San Marco in Lamis, che diventa il suo direttore spirituale fino al 1922.

 

(Fonti) Libro delle Determinazioni, f 47v, n 2. Il motivo del trasferimento dello studio fu causato dalla chiesa fatiscente, la cui volta fu riparata da fra Alfonso da Tora, aiutato da alcuni muratori di Sant’Elia a Pianisi.[41]

 

Secondo padre Alessandro, non furono dodici gli anni di direzione spirituale di cui fu responsabile padre Benedetto Nardella, ma ben diciassette. Conseguentemente, dovremmo ritenere che non si possano ridurre al numero di 103 le lettere che egli scrisse al suo discepolo, ma che esso vada aumentato alquanto, e parimenti accresciuto il computo delle epistole che questi gli scrisse, enumerati in 161 dalla ristampa della terza edizione dell’Epistolario primo. Corrispondenza con i direttori spirituali (1910-1922) del 1995.

 

In ogni caso, chi dice il vero tra i due biografi?

 

 

 

  Padre Benedetto Nardella, uomo di Lettere
 
 

  

Risolve definitivamente la controversia lo stesso padre Benedetto in una sua lettera al Ministro generale dei Cappuccini padre Pacifico Carletti da Seggiano[42], del 13 settembre 1911:

 

Fu in questo Convento (di San Marco la Catola) 9 mesi a studiare Filosofia e secondo l’uso di allora dipendeva da me nella Direzione spirituale; da quel tempo volle che io o nelle occasioni di incontro, o per lettera non gli negassi l’accennata Direzione. […] Spinto sempre da me a rivelarmi bene ogni cosa dell’anima sua (già conservo una buona collezione di lettere) ultimamente mi manifestava con sua incredibile vergogna che il Signore gli ha donato il suggello della sua predilezione, facendogli sentire sulle mani e sui piedi dolori acuti sul centro di certe piaghe rosse e visibili comparse in quelle estremità.[43]

 

La direzione spirituale di padre Benedetto ebbe perciò inizio esattamente nell’autunno (fine ottobre) del 1905 ed è indubitabile che questi comunicò per iscritto i suoi consigli spirituali. Nel settembre del 1911, l’allora Provinciale conservava già, dell’anima che guidava, «una buona collezione di lettere». Ed allora perché questa imprecisione – se di semplice imprecisione si tratta – del padre Fernando da Riese: «guidato nello spirito … per dodici anni, 1910-1922»?

 

 

 

  Quel che rimane del sodalizio spirituale tra Padre Pio e i suoi direttori spirituali
 
 

  

La risposta a questo quesito va trovata nelle pieghe della storia controversa dell’Epistolario del Cappuccino pietrelcinese.

 

 

È utile allora ripercorrere in breve quale fu l’origine di questa più che unica raccolta di lettere, in special modo quella del suo primo volume – l’Epistolario primo. Corrispondenza con i direttori spirituali (1910-1922) – edito, come si è detto, una prima volta nel 1971[44]:

 

Il testo autografo delle lettere qui pubblicate si conserva attualmente nell’archivio dei padri cappuccini di San Giovanni Rotondo, e il lettore vorrà sapere, forse, come siano giunte a noi e per quali vicissitudini siano passate finora. […]

 

Quando padre Pio, nel febbraio del 1916, si recò a Foggia, lasciò a casa tutte le lettere fino allora ricevute dai direttori. Non le portò con sé, persuaso che sarebbe presto ritornato; invece non fu così. In seguito padre Agostino, che conservava tutte quelle ricevute da padre Pio, si recò personalmente a Pietrelcina e trovò quasi tutte le sue a lui spedite[45]. Lo stesso padre Agostino, alla morte di padre Benedetto (22 luglio 1942), avvenuta durante il suo provincialato, raccolse buona parte del carteggio di detto padre con padre Pio ed assieme ad un altro plico, trovato sullo scaffaletto della cella n. 5 di padre Pio, contenente lettere di padre Benedetto dirette al suo figlio spirituale, le depositò in una stanza ben custodite in cassetta chiusa. Tutte le altre, invece, il padre Agostino le aveva presso di sé, della cui esistenza nessuno seppe nulla sino al giorno della sua morte, avvenuta nel convento di San Giovanni Rotondo il 14 maggio 1963. Il plico fu depositato nell’archivio del convento di San Giovanni.[46]

 

 

 
Prima edizione dell'Epistolario di Padre Pio da Pietrelcina
La 1ª edizione dell' "Epistolario primo", pubblicata nel 1971
 

 

Quanto all’inizio di questo proficuo rapporto di corrispondenza con i suoi direttori di spirito, i curatori dell’Epistolario ci tengono a specificare che

 

dal maggio al dicembre del 1909 padre Pio scrisse delle cartoline e qualche breve lettera a padre Agostino, ma non ci sono pervenute. Il carteggio si apre con una lettera di padre Benedetto da San Marco in Lamis del 2 gennaio 1910.[47]

 

Tuttavia già questa annotazione, che compare anche nella ristampa della terza edizione del 1995, non appare veritiera – i curatori dell’Epistolario, come si vedrà, non potevano dire tutto , poiché sin dal 1978 era stata resa pubblica almeno una “lettera obbedienziale” del 15 ottobre 1908, inviata da padre Benedetto al giovane Fra Pio, che in quel frangente si trovava a Pietrelcina per una vacanza di salute, reduce dal convento di Serracapriola:

 

 J.M.J.F. – S. Marco la Catola, 15  10/1908 – Ven. F. in G. Cristo, in virtù della presente ed a pieno merito di S. Obbedienza vi recherete quanto prima nel nostro Convento di Montefusco ove sotto l’obbedienza di quel P. Guardiano attenderete al vostro benessere morale e scientifico. Benedicendola nel Signore, mi raffermo devoto in G. Cristo. F. Benedetto da S. Marco in Lamis, V.° Ple Cappuccino.[48]

 

 

 

  Una "lettera obbedienziale" di padre Benedetto dell'ottobre 1908, inviata a Pietrelcina
 

  San Marco in Lamis a Padre Pio e ai suoi direttori d'anima
 
 

  

La direzione di padre Benedetto Nardella, benché già vicedirettore e padre spirituale del Collegio Internazionale Cappuccino di Roma San Lorenzo da Brindisi[49], ebbe termine nel giugno 1922[50], a seguito della Visita apostolica di mons. Raffaello Carlo Rossi[51], un religioso carmelitano che dall’anno prima ricopriva la carica di vescovo di Volterra, inviato a San Giovanni Rotondo dal Sant’Uffizio. Egli in ventiquattro sedute sottopose ad interrogatorio i frati del convento, alcuni sacerdoti del paese e lo stesso Padre Pio sulle sue stimmate, la sua vita spirituale, il suo apostolato, e in conclusione produsse una Relazione alle autorità romane, che funse da base giuridica ai provvedimenti nei confronti dello Stigmatizzato e dello stesso padre Benedetto, tenuto all’oscuro di quella Visita e di tutto il resto[52].

 

Commenta con amarezza ancora una volta padre Alessandro da Ripabottoni, nella copia da lui dattiloscritta della sua biografia[53], conservata nella Biblioteca Provinciale Sacro Cuore di Campobasso, di cui fu responsabile per un quarto di secolo (una parte censurata nelledizione a stampa):

Nessuno è dichiarato apertamente colpevole e tutti son puniti … Nel 1922 fu allontanato il padre Benedetto da San Marco in Lamis, già per dodici anni provinciale e per diciotto confessore di padre Pio; nel 1923 furono improvvisamente mandati via da San Giovanni Rotondo quattro padri; perché invisi ad un prete del luogo ed all’arcivescovo di Manfredonia (la parte in corsivo è cancellata a matita, NdR); quest’anno è la volta del vicario provinciale; negli anni successivi saranno tanti altri a subire la stessa sorte.[54]

 

 

E tra quei “tanti altri”, anche lui stesso[55].

 

 

  L'indagine sui fatti del 20 settembre 1918
 
 

  

Per tornare al periodo che più cinteressa, mi sembra comodo ed opportuno, a questo punto del discorso, riassumere in una stringata cronologia l’evoluzione dei fatti, così come ce li riportano le fonti a noi note:

 

5 giugno 1904 – Fra Pio molto probabilmente partecipa alla solenne processione per l’Incoronazione dell’effigie di Maria Santissima del Monte a Campobasso[56], in qualità di studente liceale religioso presso il vicino convento di Sant’Elia a Pianisi, dove si trovava dal 25 gennaio di quell’anno;

fine maggio 1905 – si reca per alcuni giorni al Santuario del Monte nella medesima città, per aiutare la locale fraternità cappuccina, che per volere del vescovo Gianfelice ne aveva assunto le funzioni di custode[57]; significativo che primo guardiano del luogo di culto mariano sia stato lo stesso Provinciale padre Pio da Fragneto l’Abate, detto “da Benevento”[58], coadiuvato dal futuro direttore spirituale di Padre Pio, padre Agostino Daniele[59];

15 agosto 1905 – di nuovo alla chiesa campobassana dei Monti, è testimone e diretto interessato dell’Apparizione della Madonna in quel Santuario mariano[60], che gli fa intendere quale sia la sua “missione grandissima”;

fine agosto 1905 – ritorna a Sant’Elia a Pianisi[61];

settembre 1905 – significativo inserimento, in questo contesto “estatico”, di una vera e propria vessazione diabolica: l’episodio del “mostruoso cane”[62];

dopo la metà di ottobre 1905 – si sposta a San Marco la Catola, dove conosce padre Benedetto Nardella, guardiano in quel convento, nonché definitore e lettore di Teologia, che diviene suo direttore spirituale[63].

 

 

 

  Gli eventi degli anni 1904-1905
 
 

  

In questo periodo si sarà certamente confidato col suo nuovo conduttore danima, anche in merito all’Apparizione mariana di due mesi prima. In pratica, il Cielo operò perché, dopo la mariofania campobassana, al Frate venisse data una guida affidabile che gli consentisse di leggere, senza sbandamenti, quelle che erano le volontà celesti inerenti il suo cammino spirituale. L’evento della volta della chiesa santeliana che minacciava di collassare[64] fu solo l’espediente terreno inventato dalla Provvidenza per facilitare il breve spostamento oltre il confine della provincia civile – San Marco la Catola si trova difatti sì nell’alto foggiano, ma a pochi chilometri dal corso del Fortore che separa le due circoscrizioni provinciali – e principiare nella maniera più confacente la nuova direzione spirituale.

 

Dobbiamo perciò ritenere che, fino all’aprile-luglio 1906, Fra Pio si confidasse, con una certa regolarità, direttamente col suo nuovo direttore e che, tornato a Sant’Elia di lì a poco, comunicasse con lui per lettera, come questi difatti rivela nella predetta missiva al Ministro generale dell’epoca: «secondo l’uso di allora dipendeva da me nella Direzione spirituale; e da quel tempo volle che io o nelle occasioni di incontro, o per lettera non gli negassi l’accennata Direzione»[65]. Mancherebbero perciò nell’Epistolario le lettere che vanno quantomeno dalla primavera-estate del 1906[66] alla fine del 1909: tre anni e mezzo di silenzio, che quella voluminosa collezione epistolare non documenta né giustifica.

 

La suddivisione dell’Epistolario primo, scelta dai due curatori, che distingue tre periodi” (maggio 1909-febbraio 1916: permanenza in famiglia a Pietrelcina; febbraio 1916-settembre 1918: dal ritorno in convento alla stimmatizzazione; settembre 1918-maggio 1922: dall’impressione delle stimmate alla fine della direzione di padre Benedetto), dovrebbe essere pertanto accresciuta, per ora, di un “quarto periodo”, che viene necessariamente prima degli altri tre, che vada almeno dalla primavera-estate del 1906 al maggio-dicembre 1909.

 

 

  Storia d'una vittima
 
 

  

È tanto vero che effettivamente l’Epistolario presenta qualche grossa lacuna, che la seconda edizione del Diario del padre Agostino Daniele – e così anche l’ultima in ordine di tempo – esibisce in Appendice, in numero di dodici[67], una significativa raccolta di lettere, mai ricomprese tra le centinaia e centinaia di quella ufficiale, che egli scrisse al giovane allievo – e tuttavia nessuna avuta in risposta da lui –, di cui le prime nove riferite proprio al lasso di tempo che più c’interessa da presso: dal 27 maggio al 14 ottobre 1909; data, questultima, nella quale il giovane Fraticello si trovava a dimorare ancora una volta nel Santuario campobassano dei Monti[68]

 

 

  Il "Diario" di padre Agostino da San Marco in Lamis
 
 

  

Ed allora ci sembra che davvero i Padri cappuccini della Provincia di Sant’Angelo, o almeno quella parte, non sappiamo quanto numerosa, rimasta fedele al Confratello canonizzato nel 2002 abbia voluto, con questo propizio supplemento d’epistole, far trapelare alcune informazioni necessarie a gettare qualche sprazzo di luce sull’oggetto della “missione grandissima” che il Cielo gli aveva affidato fin dagli anni giovanili. Missione che in verità si è già indagata a fondo, e completamente rivelata, in alcune pagine amiche.

  

Così scrive difatti nella Prefazione al Diario il Vice postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione, padre Gerardo Di Flumeri[69], curatore del volume:

 

Ho creduto bene di pubblicare, in “appendice”, un buon gruppo di lettere, le quali, integrando alcuni punti del Diario e dello stesso Epistolario, forniscono al lettore abbondante materiale per uno studio più approfondito di particolari periodi della vita del venerato Padre Pio.[70]

 

 

 
padre Gerardo Di Flumeri con Padre Pio da Pietrelcina
Padre Gerardo Di Flumeri da Deliceto, ritratto insieme a Padre Pio (1963)
 

 

Ed allora, di cosa trattano queste dodici lettere, pubblicate nell’ ‘Appendice n. 1’ dell’edizione del Diario del 1975? Per ora gettiamo un po’ di luce sulle prime nove, quelle inviate nel corso del 1909. Da Montefusco, il 27 maggio di quellanno, dopo alcuni convenevoli padre Agostino scrive al giovane professo:

 

Ho avuto l’obbedienza di condurvi a Campobasso: domani scenderò a parlare col Vicario Generale, perché quel giorno non lo trovai. Mi sarà impossibile ottenere l’Impeditus[71], perché il 5 giugno anche l’Arcivescovo di Benevento tiene ordinazione, quindi non può concederlo. Ad ogni modo cercherò di farvi dispensare dagli esami (oppure faremo alla buona!) e se non è possibile ordinarvi a Campobasso vi ordinerete a Benevento; nell’un caso o nell’altro io verrò a trovarvi.[72]

 

Trapela chiaramente, da queste poche battute, che Fra Pio, il quale aveva già intrapreso la via degli Ordini Sacri da alcuni mesi[73], desiderava ardentemente essere consacrato diacono nel capoluogo dell’allora Provincia di Molise; cosa che infine, come vedremo, non fu possibile ottenere[74].

 

 
panorama di Campobasso ai primi del Novecento
Panorama di Campobasso, vista da est, ai primi del Novecento
 

  

Il giorno dopo, 28 maggio 1909, padre Agostino ritorna sull’argomento:

 

Proprio ora ho parlato col Vicario Generale per l’affare vostro. La dispensa dagli esami non è possibile: lunedì Monsignore mi farà sapere la delegazione, quindi la settimana entrante verrò io a Pietrelcina e per delegazione vi esaminerò con un altro prete di costà: preparatevi alla meglio e non dubitate, ci sono io. Facilmente poi vi condurrò a Campobasso e vi ordinerete il giorno 6 giugno. Allegro e contento![75]

 

Ma ecco, il 30 maggio, la comunicazione dell’imprevisto:

 

Il Vicario Generale di Benevento mi promise che avrebbe chiesto all’Arcivescovo la delegazione degli esami. Oggi mi risponde che l’Arcivescovo vuole esaminarvi lui quando vi ristabilite. Mi dispiace non avere potuto ottenere l’appagamento delle mie brame e vostre. Del resto pensate a ristabilirvi, studiate per quel che potete e poi penserò io stesso a condurvi a Benevento per gli esami e farvi ordinare, non dubitate. O prima o dopo di essere stato a Campobasso verrò a trovarvi e vi manderò pure la Morale. Chiedetemi quel che vi bisogna e quel che volete, io farò tutto il possibile per accontentarvi: basta vi ristabilite bene: il resto si rimedia.[76]

 

Da Benevento, l’11 giugno padre Agostino informa:

 

Ho già parlato con Monsignore Vicario per gli esami dell’Ordinazione: mi ha detto che, se nulla accade in contrario, sono fissati per il 21 corrente. Forse io stesso vi accompagnerò: del resto io vi farò sapere ogni cosa. Con l’aiuto di Dio, voi cercate di prepararvi bene ed io vi auguro ogni cosa ottima.[77]

 

 

 
Veduta del Monte di Campobasso
Il Monte di Campobasso, visto da sud, con le chiese di S. Bartolomeo e di S. Giorgio. In cima, vediamo il Castello Monforte. Dietro di esso – non visibile – la chiesa di Santa Maria del Monte
 

  

Proprio da Campobasso, dieci giorni dopo, nuove istruzioni a proposito dell’ordinazione diaconale del giovane discepolo, oramai imminente, che però viene dirottata altrove:

 

Telegrafai e scrissi a Morcone, perché vi avessero accompagnato a Benevento per gli esami. Quando tutto sarà fatto, ottenuta cioè l’approvazione e l’Impeditus, cercate di ordinarvi a Morcone da Monsignor Della Camera.[78]

 

Ed infatti proprio così avvenne, perché Fra Pio fu ordinato diacono a Morcone, domenica 18 luglio 1909, da mons. Benedetto Maria Della Camera, vescovo di Termopile, anche se, visti i sistemi di comunicazione di allora, padre Agostino non dovette saperlo in tempo, poiché così scrive ancora il 29 giugno, quando l’ordinazione diaconale era di là da venire:

 

Credo che a quest’ora siate già Diacono e prego Iddio che vi ridoni a me che penserò subito per il Sacerdozio. Informatemi di tanto in tanto della vostra salute: è poi superfluo dirvi una parola di rassegnazione in tutto al Volere Celeste.[79]

 

Seguono due altre succinte comunicazioni scritte, che fanno riferimento l’una all’incontro tra padre spirituale e novello diacono nella natìa Pietrelcina[80], l’altra a non meglio specificati «stato» e «intenzione» da riferire al Provinciale[81], ma dal contesto parrebbero ascrivibili a problemi di salute[82], probabilmente la stipsi cronica che l’affliggeva da tempo.

 

 

 

  Il diaconato ricevuto nel convento di Morcone
 
 

  

E finalmente, l’ultima missiva di quell’anno 1909, datata al 14 ottobre, nella quale padre Agostino Daniele ritrova il diacono Fra Pio proprio nel Santuario dei Monti a Campobasso:

 

procurate costà di restarvi meno scontento che sia possibile, perché certo non vi potrà mancar nulla. […] Se mai poi costà non vi troverete bene, scrivete o fate scrivere: nel Padre Provinciale[83] troverete sempre accoglienza e nel vostro antico Lettore sempre un padre.[84]

 

C’è addirittura chi ha ipotizzato che l’ordinazione sacerdotale del futuro Santo dovesse avvenire, per desiderio dei suoi superiori – lo stesso padre Agostino, in particolare – nel capoluogo molisano[85]; ma questa è ipotesi che, giunti a questo punto del nostro percorso, non ci riguarda e non cambia di molto le carte in tavola.

 

 

 

  Con i confratelli, malgrado tutto ...
 
 

  

Quel che invece mi preme sottolineare è che la centralità del Santuario mariano del capoluogo molisano nella vicenda biografica del Frate di Pietrelcina, ancorché misconosciuta ed anzi celata[86], è implicitamente ammessa, in più passaggi delle sue accurate ricostruzioni storiche, da padre Alessandro da Ripabottoni, come ad esempio laddove torna a parlare dei malanni fisici del suo Confratello:

 

La malattia di padre Pio viene giudicata «misteriosa», come misteriosa era la permanenza a Pietrelcina.

 

Un giorno da me interrogato, rispose: «Padre, non posso dire la ragione, per cui il Signore mi ha voluto a Pietrelcina, mancherei di carità! …». E non l’ho mai più interrogato su tale argomento.[87]

 

E il mistero è rimasto. Noi non azzardiamo ipotesi, proprio per non mancare di carità e ci limitiamo soltanto ad esporre i fatti. La vita di padre Pio fuori convento si prolunga oltre il previsto e il padre Benedetto tenta a più riprese di ricondurlo nel chiostro, mandandolo al santuario di Santa Maria del Monte a Campobasso ... [88]

 

 

 

  Ancora una volta nel Santuario campobassano di Santa Maria del Monte
 
 

 

Eccoci dunque al punto: poco indagati gli anni molisani del giovane Cappuccino, anche perché occultate molte fonti scritte. D’altro canto sappiamo con sicurezza che molti documenti riguardanti la vita intima di questo grande Santo della Chiesa, forse perfino le sue lettere, sono andati distrutti o comunque tenuti segreti:

 

Si credeva da tutti che il M.R.P. Benedetto da San Marco in Lamis Provinciale e anche guida spirituale del Padre Pio dovesse possedere molti documenti autentici del Padre. Ma con somma meraviglia e disappunto di tutti, quando questo Padre benemerito della Provincia venne a morire, si cercarono nella sua stanza i documenti che riguardavano il Padre Pio, ma non si trovò proprio nulla. Che cosa se n’era fatto di detti documenti che, secondo la supposizione di quasi tutti i Religiosi, erano posseduti dal M.R.P. Benedetto? Misteri![89]

 

 Eppure, lo stesso venerato Padre, ancora in vita, aveva voluto abbandonarsi a qualche preziosa confidenza:

 

«Lasciate che cada un’ombra di cipresso (si riferiva alla sua morte, NdR), e vedrete come salterà tutto fuori». […] Ed aggiunse: «Solo di quello che ho scritto, per due anni: uno o due fogli di protocollo al giorno…, vedete quanto ce ne dev’essere…», e con le mani faceva un gesto, come per dire: «un grande volume».

E veramente, dopo «caduta un’ombra di cipresso», sono saltati fuori molti scritti suoi e dei suoi direttori spirituali.

Ci auguriamo che presto «salti fuori» anche quel cumulo di fogli formato protocollo, che dovrebb’essere il diario (o la «Storia di un’anima») impostogli dal M.R. padre Benedetto da San Marco in Lamis.[89bis]

 

Ma di tutto ciò, a tutt’oggi, nulla di nulla.

 

 

 

  Assorto ...
 
 

  

Epperò i curatori dei quattro volumi di lettere insistono:

 

A nostro avviso, non manca nessuna lettera del padre Pio, se si eccettua qualche cartolina postale che, per il fatto stesso della non riservatezza, non doveva contenere notizie intime di rilievo. Anche la corrispondenza di padre Agostino è quasi completa; quelle poche lettere a noi non pervenute devono essere scomparse fortuitamente e ci auguriamo che possano essere rintracciate, anche se non diamo ad esse grande importanza. Invece la corrispondenza di padre Benedetto è più lacunosa ... . Molto probabilmente le lettere mancanti furono distrutte, in un secondo tempo, dallo stesso autore, perché in esse aveva descritto il suo mondo interiore come quasi confessione; e questo spesso si deduce dalle risposte di padre Pio.[90]

 

Abbiamo però già verificato che queste valutazioni, seppure rilasciate senza costrizione, sono smentite dall’ ‘Appendice n. 1’ alla seconda edizione del Diario di padre Agostino, che raggruppa un significativo numero di sue lettere le quali, contrariamente a quanto si sostiene, hanno grande importanza. Per di più, nell’ ‘Appendice n. 2’ della stessa edizione del Diario, che pubblica quattro missive di padre Benedetto all’altro direttore suo conterraneo, si fa chiarezza su chi dovesse aver cura della custodia di tutta quanta la corrispondenza epistolare intercorsa tra Pio Forgione e i suo direttori d’anima:

 

Vostra paternità mi mandi per santa ubbidienza tutta[91] la corrispondenza del Padre Pio e ciò col suo beneplacito e per volere di Gesù da lui espressi in questi termini: «Se il mio stato muove in voi l’interesse e la compassione, vi prego di accordarmi un favore nei limiti sempre di una possibile indulgenza che è figlia della stessa giustizia, cioè di farvi rimettere tutte le corrispondenze che inviai al Padre Lettore[92], coll’obbligo di tener tutto segreto, essendo questo il comando di Gesù»[93]. Lei poi sa che non è una velleità in me il desiderio di possedere tali documenti che serviranno alla gloria di Dio e ad onore del nostro comune e carissimo Padre Pio.[94]

 

Impensabile perciò che lo stesso padre Benedetto abbia potuto valutare poi di distruggerle, così come viene spiegato nell’ ‘Introduzione’ all’Epistolario primo[95].

 

Difatti, più di qualcuno[96] sostiene che a farle sparire, o addirittura a passarle per il camino – ma sappiamo che tante volte, prima di ciò, i confratelli più giudiziosi provvidero a farne copia –, si arrivò soprattutto per diretta decisione di quell’esecutore di ordini implacabile che fu il “carceriere” di Padre Pio, il quale lo tenne sotto controllo negli anni successivi alla Visita apostolica di mons. Maccari, che rispone al nome di padre Rosario Pasquale da Aliminusa[97]

 

 

  L'ultima persecuzione ... ma il calvario continuava
 
 

 

 È perciò molto lacunoso l’Epistolario primo. Questo è comprovato proprio dal «buon gruppo di lettere»[98] che padre Gerardo Di Flumeri decise di inserire in Appendice alla seconda edizione del Diario. Nelle altre tre scritte da padre Agostino al suo discepolo, oltre alle nove di cui già abbiamo detto, queste però inviategli quando la direzione spirituale di padre Benedetto per decisione superiore era già terminata da anni[99] ed era lui l’unico responsabile della conduzione del confratello, gli comunicava queste nuove:

 

Il Provinciale[100] mi scrive queste testuali parole: «Padre Pio può, senz’altro, quando crede aprire a vostra Paternità l’animo suo … Di ciò è bene che Lei non ne faccia parola con nessuno». […] Io ho tanto piacere, non perché la mia pochezza possa valere a giovarti, ma perché so che tu senti il bisogno di un conforto e m’auguro che Gesù, con la sua grazia, potrà procurartelo per mezzo mio. Dunque, quando credi, puoi liberamente aprirmi l’animo tuo, come dice il Provinciale. Io ti prego di farlo, non solo quando credi, ma spesso, perché è volontà di Dio. […] Naturalmente ragioni di prudenza consigliano che nessuno sappia della nostra corrispondenza. È cosa privata tra noi due, dinanzi al Signore con la benedizione dell’autorità.[101]

 

    La lettera – del giorno di Santo Stefano del 1925 – certifica quindi che la ‘Corrispondenza con i direttori spirituali’, di cui tratta l’Epistolario primo – o meglio, con lunico direttore superstite, padre Agostino Daniele continuò anche dopo il 1922[101bis], e che pertanto ai “quattro periodi” già elencati ne va aggiunto un “quinto”, successivo a quell’anno, che deve necessariamente avere come limite temporale estremo il trapasso di padre Agostino[102].

 

Ma siamo certi che effettivamente Padre Pio accettò di scambiare altra corrispondenza con il suo antico lettore? Risponde a questa domanda lepistola successiva che questi gl’inviò alcuni giorni dopo:

 

Ebbi la tua e la gradii tanto. Gradii i tuoi auguri (certamente per Natale, NdR) e Gesù lo sa come io brami ricompensarti la carità delle tue preghiere. Ti raccomando di non pensare neppure che qualcuno ti abbia abbandonato. […] Non basta che noi siamo uniti innanzi a Gesù, nel suo Cuore Santissimo. Dobbiamo essere uniti anche nella santa corrispondenza epistolare delle nostre anime.[103]

 

E tuttavia, l’ultima delle dodici lettere di padre Agostino scritte al Confratello, che l’ ‘Appendice n. 1’ del Diario presenta, ci rivela che Padre Pio si limitò alquanto, almeno fino a quell’epoca, nel rispondere per iscritto:

 

So che non dormi per me, anzi … Ma perché qualche volta non dovrò vedere un tuo rigo? Non è ancor giunta l’ora di Dio? Attendiamo e preghiamo![104]

 

 

 

  I grandi scrittori-difensori del futuro Santo:
padre Alessandro da Ripabottoni e padre Gerardo Di Flumeri
 
 

   

    In conclusione di queste note, nel mentre non possiamo non riaffermare che il curatore dell’intero Epistolario di Padre Pio da Pietrelcina e l’estensore della sua prima vera biografia – padre Alessandro da Ripabottoni – e il Vice postulatore della sua causa di canonizzazione – padre Gerardo Di Flumeri, con cui collaborò[105] hanno dovuto sottostare al voto d’obbedienza e parecchio limitarsi nel loro operato, pur essendo al corrente di diversi fatti molto rilevanti, va detto anche che la manomissione cronologica del forestiero, inesperto e accomodante padre Fernando da Riese – «Padre Pio, il discepolo che (padre Benedetto) aveva guidato nello spirito con autorità e competenza per dodici anni, 1910-1922»[106] mirava quasi certamente a far cadere nell’oblio un certo imprecisabile numero di lettere che il primo direttore danima del futuro Santo gli fece recapitare, e viceversa.

 

 
Padre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis Madonna della Pace, in marmo. Campobasso, chiesa di Santa Maria del Monte
P. BENEDETTO NARDELLA DA SAN MARCO IN LAMIS, Madonna della Pace (1917), modello in terracotta fatto realizzare in marmo a Napoli. Campobasso, chiesa di Santa Maria del Monte
 

  

    Lettere che verosimilmente trattavano – anzi dovremmo dire più correttamente trattano, perché si deve ritenere che giacciano ancora nel fondo di qualche archivio, almeno in copia – quasi sicuramente di quel che avvenne il 15 agosto 1905 nel Santuario campobassano dei Monti, dove la Madonna apparve al diciottenne Fraticello, nellatto di presentargli l’Agnello crucifero che ascende al suo Calvario. Era cioè necessario, per volere dei committenti dell’opera biografica – per un interesse privato o perché pressati da autorità ecclesiastiche deviate, non è rilevante ai nostri fini , occultare agli occhi del mondo la “missione grandissima” che il Cielo aveva affidato all’umile Cappuccino di Pietrelcina: precorrere e sostenere l’uomo dei dolori che sale il Monte, mostrato sopra le fronde dell’azinheira sacra ai tre Pastorelli di Fátima dalla Donna più brillante del sole[107] il 13 luglio 1917, per consegnare loro un messaggio di ammonimento e di speranza per l’umanità intera.

 

 

 
José Leite Apparizione di Nostra Signora di Fatima ai tre Pastorelli (1936) parrocchia di Marinha Grande (diocesi di Leiria-Fatima)
 

 

Ciò che abbiamo trovato negli archivi lo portiamo alla conoscenza del pubblico – per quanto ci è stato consentito – con dovizia. A chi restasse deluso perché non trova quello che cerca, rispondiamo che gli archivi non svelano i loro segreti tutto in una volta.[108]

 

 
 

 

 

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Vailati arciv. V., Relazione sullo svolgimento delle indagini previe alla Causa di Beatificazione di padre Pio, in «Voce di padre Pio» 4 (maggio 1973) 11

J. Willoughby [Emanuele Brunatto], Gli anticristi nella Chiesa di Cristo, Paris 1933


[1] Veneto di nascita (1926-2006), Pietro Tonello vestì l’abito cappuccino nel 1942 e fu ordinato sacerdote nel 1951. Scrittore e studioso di papa Pio X, di mons. Andrea Giacinto Longhin e di altri santi e beati nonché insegnate in diversi istituti della sua provincia monastica veneta.

[2] Dopo la prima edizione del 1975, il libro venne riedito negli anni 1984, 1987, 1991, 1996, 1998, 2002. Quella del 2007 è l’ottava e ultima edizione in lingua italiana.

[3] Molisano di nascita (1920-2002), Raffaele Cristofaro fece il suo ingresso nell’ordine cappuccino il 23 novembre 1938. Ordinato sacerdote a Campobasso il 17 febbraio 1946,  dal 1953 ricoprì diverse cariche in seno alla Provincia monastica. Insegnante nello studentato di Teologia di Campobasso (1965-1989) e nel Postnoviziato della stessa città (1989-2002), nel 1976 gli fu affidato anche il compito di bibliotecario della Biblioteca Provinciale “Sacro Cuore”, sempre nel capoluogo molisano. È stato collaboratore principale di padre Gerardo Di Flumeri, Vice postulatore della causa di beatificazione di Padre Pio da Pietrelcina (1970-2002).

[4] Alessandro da Ripabottoni. Padre Pio da Pietrelcina. Un Cireneo per tutti, Foggia 1974 (aletta della sovraccoperta).

[5] L’Epistolario primo. Corrispondenza con i direttori spirituali (1910-1922), a cura dei padri Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni (1377 pp.), venne pubblicato nel 1971; gli stessi religiosi cappuccini editarono nel 1975 il secondo volume: Corrispondenza con la nobildonna Raffaelina Cerase (1914-1915), di 583 pp.; nel 1977 venne dato alle stampe, sempre coi medesimi curatori, il terzo volume: Corrispondenza con le figlie spirituali (1915-1923), di 1173 pp.; per finire, solo nel 1984 la raccolta venne completata con l’uscita del quarto volume: Corrispondenza con diverse categorie di persone, anch’essa curata dai medesimi padri (1039 pp.). Successivamente vennero date alle stampe altre edizioni dell’intero Epistolario, curate, rivedute, corrette e a volte ampliate dal Vice postulatore della causa di canonizzazione, padre Gerardo Di Flumeri.

[6] Una mia piccola scoperta, di cui ho intenzione di intrattenermi in un altro spazio web (vd. infra n. 53).

[7] Una versione più breve (389 pp.), scritta dallo stesso Autore, è invece stata editata più volte col titolo di Padre Pio da Pietrelcina. “Il cireneo di tutti” (San Giovanni Rotondo 1978). Dopo la canonizzazione di Padre Pio, il titolo della biografia è mutato in San Pio da Pietrelcina. “Cireneo di tutti”, edita una prima volta per le Edizioni Padre Pio da Pietrelcina di San Giovanni Rotondo nel 2003.

[8] G. Pagnossin, Il Calvario di Padre Pio, II, Conselve 1978, pp. 325, 326.

[9] Bernardino da Siena, La Causa di beatificazione di padre Pio, in «Voce di padre Pio» 2 (dicembre 1971); 4 (febbraio 1973) 12; Vailati arciv. V., Relazione sullo svolgimento delle indagini previe alla Causa di Beatificazione di padre Pio, in «Voce di padre Pio» 4 (maggio 1973) 11; Alessandro da Ripabottoni, op. cit., pp. 783-784, 848.

[10] Mons. Vailati, arcivescovo di Manfredonia, negò il ‘nihil obstat’ alla biografia di padre Fernando, per gli stessi motivi addotti dal Postulatore generale padre Bernardino Romagnoli da Siena nell’esonero di padre Alessandro da Ripabottoni. Il libro di padre Fernando venne pubblicato con l’approvazione della Congregazione per la Cause dei Santi, firmata da mons. A. Pietro Frutaz, con quella del padre Generale dei Cappuccini Pasquale Rywalski da Lens, con l’imprimatur del Vicariato di Roma e – dulcis in fundo – con un proemio del card. Pietro Parente, già oppositore di Padre Pio (G. Pagnossin, op. cit., II, p. 328).

[11] Padre Alessandro da Ripabottoni criticò l’uscita di questa nuova biografia: «Un lavoro saccheggiato dal mio» [«Il Settimanale» (8 marzo 1975), p. 41, in G. Pagnossin, op. cit., II, p. 329].

[12] Osservazioni a Fernando da Riese Pio X, ‘Padre Pio da Pietrelcina crocifisso senza croce’, a cura della Postulazione dei Cappuccini, in G. Pagnossin, op. cit., II, p. 329.

[13] Lercaro card. G., Padre Pio da Pietrelcina. Commemorazione (8 dicembre 1968), Roma 1969, p. 24.

[14] Osservazioni a Fernando da Riese Pio X cit., in G. Pagnossin, op. cit., II, p. 331.

[15] Le Osservazioni, di cui alla nota precedente, riportano: «Leggendo il cap. 10, si ha l’impressione che il grave provvedimento del 23 maggio 1931 sia un frutto ed una logica conseguenza degli interventi del S. Offizio dal 1922 al 1926. Infatti a pag. 272 P. Fernando scrive: “Finalmente, dopo tali prescrizioni e interventi…”. Ora questo è assolutamente falso. Il grave provvedimento del 23 maggio 1931 ebbe una sua causa immediata. Quale? – Il P. Fernando la ignora» (G. Pagnossin, op. cit., II, p. 331).

[16] Fernando da Riese Pio X, Padre Pio da Pietrelcina. Crocifisso senza croce, San Giovanni Rotondo 20078, p. 307.

[17] Lettera di p. Raffaele da Sant’Elia a Pianisi al Superiore generale, San Giovanni Rotondo, 17 giugno 1931, f. 3; cit. in ivi, pp. 307-308.

[18] Fernando da Riese Pio X, op. cit., pp. 309-310.

[19] Mons. Pasquale Gagliardi (1859-1941), arcivescovo di Manfredonia dal 1897 al 1929. Su di lui e sulle sue imprese ha raccolto un significativo dossier Emanuele Brunatto, sotto lo pseudonimo di John Willoughby (Gli anticristi nella Chiesa di Cristo, Paris 1933, pp. 30-45). Si tratta di un testo ancora in gran parte secretato (vd. questa pagina web).

[20] Fernando da Riese Pio X, op. cit., pp. 427-429.

[21] Ibid. La frase del Padre è riportata da Manlio Masci (Padre Pio. Cinquant’anni di sangue e di storia, Roma 1966, p. 175), ma in riferimento a fatti successivi.

[22] Fernando da Riese Pio X, op. cit., p. 429. Padre Clemente si chiamava nel secolo Albino Pietro Vicentino (1904-1986). Entrò nell’Ordine dei Frati cappuccini nel 1926 e fu ordinato sacerdote nel 1932. Fu Amministratore apostolico della religiosa Provincia di Foggia dal 23 agosto 1963 al 21 agosto 1970. Gli successe un religioso nuovamente originario della Provincia stessa, padre Rosario Borraccino da Cerignola (n. 1930).

[23] «Il periodo penoso (veramente penoso) per P. Pio e per i confratelli della sua Provincia cominciò esattamente il 14 aprile 1960, quando il P. Clemente da Milwaukee, Ministro Generale dei Cappuccini, con sua lettera al Papa, chiese “con coraggio e per amore” la visita Maccari, che tanto male fece a P. Pio, alla sua monastica Provincia, all’Ordine Cappuccino, alla stessa Chiesa. Il ‘penoso periodo’ si aggravò negli anni seguenti, quando il Frate delle stimmate si vide sulle spalle prima un Guardiano forestiero (P. Rosario da Aliminusa, siciliano) e poi un Amministratore apostolico, forestiero anche lui (P. Clemente da S. Maria in Punta, dei cappuccini veneti). A proposito di quest’ultimo c’è da far presente che è inimmaginabile il terrore che Padre Pio aveva di lui! […] Sarà l’oppressore morale di Padre Pio e l’ombra nera per tutta la Provincia di Foggia per lo spazio di 7 lunghi anni» (Osservazioni a Fernando da Riese Pio X cit., in G. Pagnossin, op. cit., II, pp. 332-333). Conferma questo sgradimento di Padre Pio nei confronti di padre Clemente, lui stesso nel suo Promemoria, reso noto nel 1969 dopo la morte del Padre: «(Padre Pio) aggiunse che ogni volta che salivo a San Giovanni Rotondo lo rattristavo» (R. Allegri, Padre Pio. L’uomo della speranza, Milano 1984, p. 202). Ricordiamo che cappuccino veneto fu anche uno dei più accaniti persecutori di Padre Pio, mons. Girolamo Bartolomeo Bortignon, vescovo di Padova (vd. infra n. 26). 

[24] Peroni ne conta sei (L. Peroni, Padre Pio da Pietrelcina, Roma 1991, passim).

[25] Fernando da Riese Pio X, op. cit., p. 427.

[26] Su di lui vedasi Monsignor Gerolamo Bortignon (2 aprile 1962), dossier redatto da Emanuele Brunatto.

[27] Fernando da Riese Pio X, op. cit., pp. 431-432. Così le Osservazioni a Fernando da Riese cit.: «Qual è la verità sulla sistemazione di microfoni e registratori magnetici? Chi sono i colpevoli? C’è tutta una documentazione a riguardo, che il P. Fernando ignora. Li conosce, i veri colpevoli, il P. Fernando? E se li conosce perché non li ha denunziati?» (G. Pagnossin, op. cit., II, p. 334).

[28] Fernando da Riese Pio X, op. cit., pp. 428-429.

[29] Padre Agostino Daniele da San Marco in Lamis (1880-1963), Ministro provinciale per tre volte, dal 1938 al 1941, quindi riconfermato fino al 1944, e una terza volta dal 1956 al 1959. Nel dicembre 1944, e fino al giugno 1952, ricoprì la carica di Superiore del convento di San Giovanni Rotondo, dove in seguito dimorò dal 1959 sino alla morte. Vd. qui per altre, più approfondite notizie.

[30] Fernando da Riese Pio X, op. cit., p. 430.

[31] Agostino da San Marco in Lamis, Diario, ed. M. Di Vito, San Giovanni Rotondo 20124 (14 ottobre 1960), p. 251.

[32] Così don Alessandro Pronzato: «Confesso la mia buaggine, ma non riesco proprio a capire quel “crocifisso senza croce”. La croce di padre Pio era fin troppo visibile. Era, per così dire, incorporata alla sua persona! Ma, forse, la colpa è mia, che non riesco a cogliere certe sottigliezze» (A. Pronzato, Padre Pio. Un santo scomodo, Milano 20022, pp. 34-35, n. 6). Nel testo aveva osato anche di più: «È per lo meno strano che la biografia considerata e imposta come “ufficiale”, quella composta con la precisione e… il bilancino del farmacista (attenti soprattutto a non metterci ingredienti che possano procurare fastidi vari!) da padre Fernando da Riese Pio X (Padre Pio da Pietrelcina, crocifisso senza croce), rechi una prefazione (definita dottamente “proemio”) firmata dal cardinal Pietro Parente, un alto prelato che ha apposto volentieri la propria firma a parecchi provvedimenti disciplinari contro padre Pio, e che pare non sia stato del tutto estraneo – o, comunque, non all’oscuro – di quella infame faccenda dei nastri registrati. Penso, malignamente, che quando Sua Eminenza impugnava la penna (15 giugno 1974), per scrivere quella prefazione (pardon, quel “proemio”), se ci fosse stato qualcuno che avesse preso le impronte digitali…» (ibid.).

[33] L’espressione, riferita ai sacerdoti deviati, è contenuta nella lettera di Padre Pio a padre Agostino da San Marco in Lamis, del 7 aprile 1913 (Epist. I, pp. 198-199).

[34] Paolo VI, Parole rivolte al Definitorio generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini (20 febbraio 1971), in «Voce di padre Pio» 2 (1971) 3, p. 3.

[35] Fernando da Riese Pio X, op. cit., p. 162.

[36] Padre Fernando insiste in diversi passi su questi concetti: «Lo scontro cruento di uomini contro uomini ormai si protraeva da quattro anni. […] La pace, che verrà contratta a Versailles, lascerà alle spalle un’immensa emorragia, un vero dissanguamento, operato dalla violenza e dalle ostilità fra popoli. […] La mattina di quel 20 settembre, (quella di Padre Pio) poteva essere preghiera di suffragio per le vittime della guerra e della spagnola. Poteva essere offerta di vittima per la fine dell’una e dell’altra. Lo lasciano supporre la sua sensibilità alle sofferenze umane e la sua disponibilità generosa a pagare lui per altri. […] Al sangue spremuto dalla grande guerra, al pianto di chi muore e di chi sopravvive alla spagnola, al sangue grondante da questo crocifisso di legno s’aggiunse altro sangue: sangue vivo, sangue caldo» (Fernando da Riese Pio X, op. cit., pp. 133-134).

[37] Nel 1911 iniziò la direzione spirituale di padre Agostino Daniele da San Marco in Lamis, che si affiancò al concittadino padre Benedetto, per poi rimanere, nel giugno 1922, l’unico direttore d’anima del più giovane Confratello. Tuttavia, anche in questo caso la data è controversa, tanto che uno stesso autore, i cui scritti sono sempre molto dettagliati e precisi, indica due anni diversi: «Dal 1911 subentrò come Direttore anche p. Agostino Daniele da S. Marco in Lamis e p. Benedetto non ne fu affatto geloso: la Direzione divenne collettiva, più ricca, più efficace, più trasparente …» [R. Fabiano, Padre Benedetto Nardella da S. Marco in Lamis (1872-1942). Pedagogo o Maestro. Ministro Provinciale Cappuccino. Direttore spirituale di Padre Pio, Foggia 2012, p. 288]; «(la direzione del padre Benedetto) durò fino al giugno 1922 e ad essa si aggiunse, dal 1908 al 1963, la direzione del padre Agostino Daniele da San Marco in Lamis (1880-1963)» (R. Fabiano, La Via di Padre Pio. L’infanzia e la maturità spirituale. La desolazione o notte dello spirito. La corredenzione in terra e dal cielo, San Giovanni Rotondo 2013, p. 101). Altri autori si limitano a dire che la direzione di padre Agostino ebbe «la sua fase di incubazione tra il 1907 al [sic] 1911» [G. Saldutto,  Un tormentato settennio (1918-1925) nella vita di Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo 1986, p. 78, n. 19]. La prima lettera di padre Agostino a Padre Pio, pubblicata nell’Epistolario, è del giorno della sua ordinazione sacerdotale (10 agosto 1910). Solo da questa data Francesco Forgione, fino ad allora denominato “fra Pio”, diviene “padre Pio”: «Mio carissimo padre Pio, vi chiamo così, perché la presente vi troverà già sacerdote…» (Epist. I, pp. 95-96). Sulla direzione di padre Agostino vd. anche Alessandro da Ripabottoni, op. cit., pp. 142-143.

[38] Padre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis (1872-1942), Vicario provinciale dal febbraio 1908 (dopo la morte di padre Pio Nardone da Fragneto l’Abate), e dal 1909 Ministro della Provincia cappuccina di Sant’Angelo per tre mandati consecutivi, fino al 5 luglio 1919. Vd. qui per altre, più approfondite notizie.

[39] Fernando da Riese Pio X, op. cit., p. 341. La valutazione – come vedremo erronea –, probabilmente derivata da questa prima “biografia ufficiale”, accomuna anche altri testi: «A San Marco la Catola, fra Pio ritrovò padre Benedetto da San Marco in Lamis, che acquisì una maggiore intimità con l’anima del giovane religioso. Si può supporre che, nei sei mesi di permanenza di fra Pio in questo convento, i colloqui spirituali siano stati numerosi. Quando, nel 1910, avrà inizio la direzione spirituale per corrispondenza, i due si conoscevano già bene» (Y. Chiron, Padre Pio, Una strada di misericordia, Milano 1997, p. 44).

[40] Fernando da Riese Pio X, op. cit., n. 73.

[41] Alessandro da Ripabottoni, op. cit., p. 806; vd. anche p. 100; Padre Pio da Pietrelcina. Testimonianze, ed. Vincenzo da Casacalenda, San Giovanni Rotondo 1970, p. 14.

[42] Toscano di nascita, Pacifico Celso Carletti (1859-1914) fu Ministro generale dei Cappuccini dal 1908 al 1914; nominato vescovo di Albenga, morì di lì a poco (Lexicon cappuccinum, coll. 1260-1261).

[43] G. Di Flumeri, Le Stigmate di Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo 1985, pp. 58-59. Faccio notare che, a fronte della «buona collezione di lettere» inviatagli dal suo discepolo, di cui parla padre Benedetto, l’Epistolario primo ne comprende, al 13 settembre 1911, data della lettera al Ministro generale, solamente 28: un po’ pochine. Quella cui allude il Provinciale gliela scrisse l’8 settembre 1911: «Ieri sera poi mi è successo una cosa che io non so né spiegare e né comprendere. In mezzo alla palma delle mani è apparso un po’ di rosso quasi quanto la forma di un centesimo, accompagnato anche da un forte ed acuto dolore in mezzo a quel po’ di rosso. Questo dolore era più sensibile in mezzo alla mano sinistra, tanto che dura ancora. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore. Questo fenomeno è quasi da un anno che si va ripetendo, però adesso era da un pezzo che più non si ripeteva. Non s’inquieti però se adesso per la prima volta glielo dico; perché mi sono fatto vincere sempre da quella maledetta vergogna. Anche adesso se sapesse quanta violenza ho dovuto farmi per dirglielo!» (Epist. I, p. 122).

[44] Vd. supra n. 5.

[45] Cfr. Agostino da San Marco in Lamis, Notizie su padre Pio, IV, f. 8rv; Diario, p. 207 s. (nota del testo originale). Le pagine indicate nella 1ª ed. del Diario di padre Agostino (San Giovanni Rotondo 1971) corrispondono alle pp. 267 e 268 della 2ª edizione e alle pp. 287 e 288 della 4ª ed. da me prese in esame.

[46] Epist. I, p. 30.

[47] Epist. I, p. 83. L’annotazione, che giudico “forzata”, dei curatori dell’Epistolario confligge, ad esempio, con ciò che afferma il padre Provinciale Pietro da Ischitella nel 1922: «Sul riserbo del padre Benedetto da San Marco in Lamis posso attestare che, sebbene egli conoscesse lo spirito di padre Pio fin dal 1909, da quando cioè era neoprofesso e fosse l’unico ad averne la continua scienza, nessuno mai, a cominciar da me, seppe fuori e dentro lo stesso ambiente religioso alcuna cosa dell’anima sua» (Archivio Storico Padre Pio da Pietrelcina, sez. III, tit. II, cart. 1, cit. in Alessandro da Ripabottoni, op. cit., p. 223). Faccio notare che nel 1909, per avere “continua scienza” dell’animo del suo discepolo, ed essendo fisicamente distante da lui, padre Benedetto doveva comunicare, per forza di cose, per via epistolare.

[48] Paolino da Casacalenda, Le mie memorie intorno a Padre Pio, ed. G. Di Flumeri, San Giovanni Rotondo 1978, p. 39.

[49] R. Fabiano, Padre Benedetto Nardella da S. Marco in Lamis cit., pp. 243-244. Iniziata il 22 giugno 1920, l’esperienza romana di padre Benedetto ebbe termine, dopo sue «ripetute e vivissime istanze», il 9 agosto 1921 [R. Borraccino, P. Pietro da Ischitella e la sua Provincia Cappuccina (S. Angelo e P. Pio) 1919-1924, Foggia 2003, p. 102].

[50] Significative alcune battute che lo stesso Padre Pio scambiò con un frate predicatore toscano nel novembre 1946: « E tu l’hai il Direttore spirituale? L’avevo ed era il P. Benedetto, ma da quando me lo levarono, sono rimasto senza. Ma non hai per confessore P. Agostino? Sì, ma non mi capisce, ed io tiro avanti confidando in Dio» [Giovanni da Baggio, Padre Pio visto dall’interno. (Le mie visite a P. Pio da Pietrelcina), Firenze 1970, p. 50].

[51] Pisano (1876-1948), nel 1898 entrò fra i frati carmelitani scalzi, e nel 1901 venne ordinato sacerdote. Consultore del Sant’Uffizio, il 22 aprile 1920 Benedetto XV lo nominò vescovo di Volterra. Trasferito tre anni dopo a Roma in qualità di assessore della Concistoriale (l’odierna Congregazione dei Vescovi), e nominato arcivescovo titolare di Tessalonica, gli furono conferiti altri delicati incarichi. Dopo la positiva conclusione del Concordato tra la Santa Sede e l’Italia, Pio XI lo volle premiare, nel 1930, con il conferimento della porpora cardinalizia.

[52] Alessandro da Ripabottoni. op. cit., pp. 222-225; G. Saldutto, Un tormentato settennio cit., pp. 145 ss.; R. Fabiano, Padre Benedetto Nardella da S. Marco in Lamis cit., p. 249; vd. anche pp. 254-255, 297-303. Quanto a padre Benedetto, le indagini di mons. Rossi si conclusero con queste raccomandazioni: «Limitare la di lui attività, specialmente dove, per il troppo zelo, può portare confusioni di spirito; vigilare sulle sue pubblicazioni, dalle altezze della “mistica” richiamarlo, per sé e per le anime che dirige, alle più semplici vie dell’ascetica, sarà forse ottimo consiglio, e se questo convenientemente gli sarà fatto intendere, gli sarà detto insieme (ma gli si potrà dir con più frutto anche con esplicito accenno) quale sistema dovrà tenere in avvenire nel dirigere pure, di persona o in iscritto, il P. Pio da Pietrelcina» (F. Castelli, Padre Pio sotto inchiesta. L’«autobiografia» segreta, Milano 20082, pp. 254-255). Il Sant’Uffizio andò oltre e decise per misure draconiane: il 2 giugno 1922 comunicò al Ministro generale dei Cappuccini di stare in osservazione intorno a Padre Pio, facendogli celebrare la Messa non ad orario fisso, ma a qualunque ora («a preferenza summo mane ed in privato»), senza che egli desse benedizioni al popolo e che mostrasse o presentasse al baciamano le “cosiddette” stimmate; per l’esatta esecuzione degli ordini si chiedeva l’allontanamento del Cappuccino da San Giovanni (si parlò a lungo di un suo trasferimento ad Ancona) e che non si rispondesse più alle lettere che per lui arrivavano in convento. Riguardo a padre Benedetto si faceva raccomandazione che tra lui e il suo discepolo s’interrompesse «ogni comunicazione, anche epistolare», che consegnasse la Cronistoria da lui scritta sul Frate, che si astenesse dal parlare o dallo scrivere su di lui (G. Di Flumeri, Il Beato Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo 2001, p. 33). 

[53] Alessandro da Ripabottoni, Un cireneo per tutti. Saggio biografico su padre Pio da Pietrelcina, ds, 2 tt. (ff. 1-666; 667-1396), s.l.n.a. (ma Campobasso 1972).

    [54] Ivi, I, f. 409. Il foglio in questione corrisponde alla p. 269 dell’ed. a stampa, in cui però questa parte è stata censurata, si deve credere su pressioni di padre Rosario da Aliminusa, all’epoca Procuratore generale dell’Ordine, così come risulta da quanto riportato da fonte autorevole [«Il Settimanale» (8 marzo 1975), p. 41, in G. Pagnossin, op. cit., II, p. 329]. I padri che a me risultano mandati via furono in realtà tre (stessa sorte avrebbe dovuto riguardare anche Padre Pio, ma infine egli rimase a San Giovanni): Ludovico da San Giovanni Rotondo, Rogerio da Sant’Elia a Pianisi, Giuseppe Antonio da San Marco in Lamis [Ignazio da Ielsi, Diario (2 ottobre 1922-10 ottobre 1925), ed. M. Iafelice, San Giovanni Rotondo 2013, pp. 129-130 e n. 181]. Il vicario provinciale che dovette partire (20 aprile 1924) è padre Luigi Festa da Avellino, succeduto nel governo della religiosa Provincia dopo la scomparsa improvvisa di padre Pietro Paradiso da Ischitella (23 febbraio 1924). La frase qui riportata in corsivo, cancellata con un frego di matita nella copia dattiloscritta, è tratta da un diario dello stesso padre Luigi [Memoriale del P. Luigi d’Avellino (novembre 1924); vd. anche G. Pagnossin, op. cit., I, p. 154].

     [55] Ad essere mandati via “negli anni successivi” – 1961 e 1963 – furono i vertici della Curia provincializia di Foggia: il Provinciale padre Amedeo Fabrocini da San Giovanni Rotondo, cui seguirono le dimissioni dei suoi più stretti collaboratori, spesso anche assistenti ed amici di Padre Pio, tra i quali lo stesso padre Alessandro da Ripabottoni, all’epoca definitore, segretario e archivista provinciale, finito a Novara. Tutti gli esiliati «non potevano avere contatti con l’esterno, non erano liberi di muoversi ed agire, dovevano essere sotto oculata osservazione ed anche la posta in partenza ed in arrivo doveva essere controllata» (M. Morra, Padre Pio e la Chiesa, madre di santi e di peccatori, San Giovanni Rotondo 2007, p. 201; vd. anche F. Chiocci, L. Cirri, Padre Pio. Storia d’una vittima, II, Roma 1967, pp. 770-771). A padre Alessandro, questo esilio durato un anno e mezzo «procurerà non pochi dispiaceri ed intensa sofferenza interiore giammai rimarginata del tutto» [M. Di Vito, Padre Alessandro, “il” biografo di Padre Pio, in «Studi su Padre Pio» IV (settembre-dicembre 2003) 3, pp. 403-412, qui p. 408].

[56] A. Grimani, Padre Pio nel Molise. La formazione spirituale, Campobasso 1999, pp. 25-27.

[57] La fonte più diretta che ci riporta di questa permanenza ai Monti è del padre Raffaele D’Addario da Sant’Elia a Pianisi (Brevi cenni riguardanti la vita del Padre Pio e la mia lunga dimora con lui, ms, f. 12a); il fatto è ricordato da altri biografi: «Per sei mesi, dal dicembre al giungo (del 1905, NdR), soffrì atrocemente di stitichezza. […] Il Provinciale, che era ancora padre Pio da Benevento, lo mandò al convento di Santa Maria del Monte, a Campobasso, per cambiare aria. Ciò avvenne verso la metà del 1905» (Gh. Leone, Padre Pio. Infanzia e prima giovinezza, San Giovanni Rotondo 1973, p. 144); «P. Pio da Pietrelcina, da studente, si recò a Campobasso più di una volta e per motivi vari. Lo ricordava lui stesso e ci sono scritti e testimonianze orali che lo affermano. Nell’aprile del 1968, cinque mesi prima della sua santa morte, raccontava che, da giovane neo-professo, nel 1905 da S. Elia a Pianisi si portò a Campobasso al Santuario del Monte, affidato in quell’anno alla custodia dei Cappuccini, assieme ad altri studenti, per aiutare alle sacre funzioni e vi si trattenne per alcuni giorni» (Alessandro da Ripabottoni, Dietro le sue orme. Guida storico-spirituale ai luoghi di Padre Pio, San Giovanni Rotondo 1979, p. 92); padre Gerardo Saldutto colloca questa permanenza di Fra Pio al Santuario dei Monti nella prima metà dell’anno: «il Santuario della Madonna del Monte venne affidato alla custodia dei frati cappuccini, i quali spesso facevano venire i giovani chierici cappuccini dal convento di S. Elia per essere aiutati nelle funzioni religiose e nel disbrigo delle faccende domestiche. Certamente fra Pio ha dimorato nel santuario e più di una volta, mentre era studente liceale. Molto probabilmente venne proprio nei primi giorni di permanenza dei cappuccini nel santuario per dare una mano a mettere ordine e pulizia nella chiesa e locali annessi al santuario. Che sia stato in questo santuario è fuori dubbio» (G. Saldutto, Due monumenti di Campobasso, Campobasso 1987, pp. 79-81); anche padre Rosario Borraccino non ha dubbi: «si dà per certo che per loccasione (la presa di possesso del Santuario da parte dei Cappuccini, NdR) furono presenti i chierici di S. Elia a Pianisi e, tra questi, fr. Pio da Pietrelcina» [R. Borraccino, P. Pio da Fragneto lAbate, detto da Benevento, colui che realizzò la scommessa. Altre pagine di storia dei Cappuccini di SantAngelo-Foggia (1899-1908), Foggia 2002, p. 192].

[58] Antonino Di Iorio da Sant’Elia a Pianisi, La Chiesa della Madonna del Monte in Campobasso ed i Padri Cappuccini, Campobasso 1968, p. 149; G. SalduttoDue monumenti di Campobasso cit., pp. 32-34; Alessandro da Ripabottoni, La Madonna del Monte e i Cappuccini a Campobasso, Foggia 1993, p. 173; R. Borraccino, P. Pio da Fragneto lAbate cit., p. 192.

[59] Padre Agostino fu vicario del guardiano – e Provinciale – sin dall’ottobre 1905, per subentrargli nella presidenza nell’aprile dell’anno seguente; carica che conservò fino al settembre del 1907, quando fu trasferito a Serracapriola, in qualità di lettore di Teologia, avendo tra i suoi studenti proprio Fra Pio. Nell’ottobre di quello stesso anno tornò a essere presidente del Santuario dei Monti ancora una volta il Provinciale padre Pio da Benevento (Antonino Di Iorio da Sant’Elia a Pianisi, op. cit., p. 154; A. Grimani, op. cit., pp. 70, 83). Mi pare un’ennesima riprova della centralità di questo luogo di culto mariano nella vita spirituale dell’intera Provincia monastica.

[60] «Agosto 1905: Nota Bene – Il Padre PIO da Pietrelcina, da giovane neo-professo, in questo periodo è stato al Monte alcuni giorni, per aiuto nelle funzioni religiose. Lo ha ricordato egli stesso nell’aprile 1968, cinque mesi prima della sua pia morte» (Antonino Di Iorio da Sant’Elia a Pianisi, op. cit., p. 153); «Sopra l’altare c’è un grande quadro a ricordo del soggiorno del Beato in questo luogo: il pittore vi ha raffigurato la visione che fra Pio ebbe qui in quei giorni» (G. Saldutto, Il cammino di Padre Pio. La ricchezza spirituale del frate di Pietrelcina raccontata dai suoi confratelli, Casale Monferrato 2001, p. 86); padre Gerardo colloca però la “visione” – errando – durante il soggiorno dell’ottobre 1909; più addentro, e adducendo prove: A. Grimani, libro inedito L’Enigma di Campobasso. La missione di Padre Pio, vd. post Facebook del 18 aprile 2016 [citato il carteggio tra i pittori Amedeo Trivisonno e Giovanni Leo Paglione: «Tu sai che sto elaborando un quadro che riguarda un episodio della Vita di Padre Pio che avvenne il 15 agosto 1905 nel convento della Madonna dei Monti? Ci lavoro da 1 mese e ½ sul quadro vero e proprio, ma da Novembre scorso ho lavorato per fare gli studi inerenti. Non so quando finirò. È una specie di avventura perché vado avanti eroicamente con pochi denari, sperando che P. Pio dal Paradiso dove sta volga lo sguardo a Padre Pellegrino, suo confratello e a me, suo pittore. Il padre suddetto poi verrà a ritirarlo e lo monterà su una parete della sala a fianco della Chiesa, sala che fece P. Aurelio mi pare o P. Venanzio»].

[61] «La permanenza (di Fra Pio) a Campobasso va collocata dalla metà di maggio alla fine di agosto 1905» (A. Grimani, Padre Pio nel Molise cit., p. 44).

[62] Questo è il racconto che ne fa il Padre: «Mi trovavo a S. Elia a Pianisi nel periodo di studio della filosofia. La mia cella era la penultima del corridoio, che gira dietro la chiesa, all’altezza della nicchia dell’Immacolata, che domina il prospetto dell’altare maggiore. Una notte d’estate, dopo la recita del mattutino, avevo la finestra e l’uscio aperto per il gran caldo, quando sentii dei rumori che mi sembravano della cella vicina. Che cosa farà a quest’ora fra Anastasio? – mi domandai. Pensando che vegliasse in orazione, mi misi a recitare il santo Rosario. C’era infatti fra noi due una sfida a chi pregasse di più ed io non volevo rimanere indietro. Continuando però questi rumori più insistenti, volli chiamare il confratello. Si sentiva intanto un forte odore di zolfo. Mi spinsi dalla finestra per chiamare: le due finestre – la mia e quella di fra Anastasio – erano così ravvicinate che ci si poteva scambiare i libri od altro allungando la mano. “Fra Anastasio, fra Anastasio”, cercai di chiamare senza alzare troppo la voce. Non ottenendo risposta mi ritirai, ma con terrore dalla porta vidi entrare un grosso cane, dalla cui bocca usciva tanto fumo. Caddi riverso sul letto e udii che diceva: è iss, è isso (è lui, è lui). Mentre ero in quella postura, vidi l’animalaccio, spiccare un salto sul davanzale della finestra, da qui lanciarsi sul tetto di fronte, per poi sparire» [Alessandro da Ripabottoni, San Pio da Pietrelcina. «Cireneo di tutti», San Giovanni Rotondo 2003, pp. 35-36; vd. anche Id., Padre Pio da Pietrelcina cit., pp. 110-111; Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, Accenni su episodi più rilevanti riguardanti la vita del Padre Pio da Pietrelcina, ms, ff. 9-12; G. De Rossi, Padre Pio da Pietrelcina, Roma 1926, pp. 13 ss.; A. Del Fante, Per la storia. Padre Pio di Pietrelcina, il primo sacerdote stigmatizzato, Bologna 19507, p. 21; M. Iasenzaniro, Padre Pio a S. Elia a Pianisi (1904-1907), in «Voce di padre Pio» 3 (1972) 2, pp. 14-15].

[63] Alessandro da Ripabottoni, Padre Pio da Pietrelcina cit., p. 806. Lo stesso padre Alessandro dà per certo che il giovanissimo Fra Pio abbia potuto vedere il suo futuro direttore a Morcone il 25 aprile 1903, quando questi vi si recò per la Congregazione capitolare (ivi, p. 805).

[64] Ivi, p. 100.

[65] Vd. supra n. 43.

[66] Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1907 padre Benedetto Nardella si recò in Santa Visita a Sant’Elia a Pianisi, in qualità di primo Definitore, sostituendo il Provinciale malato; in quel’occasione appose la sua firma col sigillo della Provincia sul Registro delle Messe. È ovvio che in quella circostanza ebbe modo d’intrattenersi, ancora una volta, col suo sottoposto che guidava spiritualmente (R. Fabiano, Il convento di Sant’Elia a Pianisi in 400 anni di storia, Foggia 2013, p. 197).

[67] Agostino da San Marco in Lamis, op. cit., 2ª ed., pp. 277-289 (pp. 317-332 della 4ª ed.). Debbo la segnalazione ad Alberindo Grimani, che ringrazio.

[68] Vd. infra. e n. 84.

[69] Luigi nel secolo, era originario di Deliceto (Foggia), dove nacque nel 1930. Vestì l’abito cappuccino a Morcone il 16 settembre 1947 e venne ordinato sacerdote a Campobasso il 21 febbraio 1954. Dopo vari incarichi, nel 1963 venne inviato a San Giovanni Rotondo, a stretto contatto con Padre Pio, dove rimase un anno. Nel 1970 divenne Vice postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione nonché direttore dell’organo ufficiale di detta causa, il mensile “Voce di padre Pio”, incarichi che conservò fino al traguardo raggiunto il 16 giugno 2002. È morto a San Giovanni Rotondo l’8 maggio 2005.

[70] Agostino da San Marco in Lamis, op. cit., 2ª ed., p. 11. Significativo che, nella Prefazione alla 4ª edizione, edita nel 2012, il nuovo curatore, padre Mariano Di Vito, si limiti a fare accenno (p. 9) alle lettere scritte da padre Agostino a Raffaelina Cerase (omette la sorella Giovina, destinataria di ben 11 lettere su 21) e taccia completamente di queste 12 lettere destinate invece al Confratello, oramai già canonizzato da un decennio, seppure esse vi siano inserite (pp. 317-332).

[71] Si tratta di un documento che permetteva di ricorrere ad un diverso vescovo per il conferimento degli Ordini.

[72] Agostino da San Marco in Lamis, op. cit., 2ª ed., pp. 277-278.

[73] Pio Forgione ricevette gli Ordini minori a Benevento, il 19 dicembre 1908, da mons. Benedetto Bonazzi, arcivescovo della stessa città; ricevette il suddiaconato, ancora a Benevento, due giorni dopo, il 21 dicembre, da mons. Paolo Schinosi, arcivescovo di Marcianopoli.

[74] Vd infra. Sulla desiderata ordinazione a diacono nella città di Campobasso, così Gherardo Leone: «Questa avrebbe dovuto aver luogo a Campobasso, perché era in questa città che il provinciale voleva mandare fra Pio prelevandolo da Pietrelcina. Forse perché già una volta aveva avuto giovamento da quell’aria. Ma bisognava superare due ostacoli: gli esami, necessari per diventare diaconi; e il consenso del vescovo naturale di fra Pio, quello di Benevento. Per i primi, padre Agostino avrebbe cercato di ottenere dal Vicario Generale della diocesi di Benevento una dispensa o di fargliela fare “alla buona”. Ma l’ostacolo dell’arcivescovo era più grave. […] La dispensa dagli esami non fu possibile. […] Di rinvio in rinvio, e con continui cambiamenti di programma, finalmente fra Pio potette sostenere i suoi esami, a Benevento; ottenere l’impeditus … e diventare così diacono, il 18 luglio a Morcone, per mano di Monsignor Benedetto Maria della Camera, vescovo di Termopoli. Tutti i progetti di Padre Agostino erano sfumati» (Gh. Leone, Padre Pio. Infanzia e prima giovinezza, San Giovanni Rotondo 19843, pp. 160-161).

[75] Agostino da San Marco in Lamis, op. cit., 2ª ed., p. 279.

[76] Ivi, pp. 279-280.

[77] Ivi, p. 283.

[78] Ivi, pp. 283-284.

[79] Ivi, p. 285.

[80] Lettera da Gesualdo, del 18 agosto 1909, in ivi, p. 286.

[81] Padre Benedetto da San Marco in Lamis (vd. supra n. 38).

[82] Lettera da San Marco la Catola, del 1° settembre 1909, in ivi, p. 287.

[83] Vd. supra n. 81.

[84] Ivi, p. 288. In nota è detto: «Nel mese di ottobre 1909 Padre Pio si trovava nel Convento cappuccino del Santuario “Maria Santissima del Monte” in Campobasso» (ivi, n. 1). I limiti temporali di questa ennesima presenza in città vanno collocati tra il 1° settembre 1909 – data di una lettera da lui ricevuta da padre Agostino, quando si trovava ancora a Pietrelcina (vd. supra n. 82) – e il 4 novembre successivo, quando dal convento di Morcone ringraziava per iscritto un giovane di Campobasso «per “le dolci ed affettuose espressioni usategli” durante la sua permanenza al Santuario del Monte» (Alessandro da Ripabottoni, Dietro le sue orme cit., p. 92; Id., Padre Pio nel Molise, in Aa.Vv., Studi in onore di Giovanni Cirelli, ed. E. Cuozzo, Atripalda 2002, p. 99). Accenniamo anche alla cartolina postale che lo stesso Fra Pio inviò al suo medico curante di quegli anni molisani, il dr. Francesco Nardacchione, in data 19 ottobre 1909, ancora una volta dal “Convento del Monte-Campobasso” (G. Saldutto, Due monumenti di Campobasso cit., pp. 82-85).

[85] «Probabilmente, Padre Agostino, stando Fra Pio a Campobasso, aveva incominciato a premere perché la sua ordinazione sacerdotale avvenisse nella città molisana. Quel che non era riuscito ad ottenere per il Diaconato sperava di raggiungerlo adesso che il suo pupillo era nel Santuario del Monte. Anche questa volta, però, i suoi progetti andarono in fumo e Fra Pio fu costretto a ritornare a Morcone» (A. Grimani, Padre Pio nel Molise cit., p. 86).

[86] Grimani, nelle sue ricerche, sottolinea che nella Positio non risulta la presenza di Padre Pio a Campobasso (“Prospetto Cronologico della Vita del servo di Dio”, in Positio, I,1, p. 348; post Facebook del 29 aprile 2017).

    [87] Agostino da San Marco in Lamis, Diario, p. 198 (1ª ed., nota del testo originale; vd. p. 255 della 2ª ed., p. 277 della 4ª ed.).

[88] Alessandro da Ripabottoni, Padre Pio da Pietrelcina cit., pp. 130-131.

[89] Paolino da Casacalenda, op. cit., p. 34.

[89bis] C. Capobianco, Detti e aneddoti di Padre Pio, ed. G. Di Flumeri, rist. San Giovanni Rotondo 19962, pp. 100-101.

[90] Introduzione, in Epist. I, p. 36.

[91] In corsivo nel testo originale.

[92] Si tratta sempre di padre Agostino.

[93] Lettera di Padre Pio a Padre Benedetto, datata a Pietrelcina il 21 ottobre 1912. Cfr. Epistolario I, n. 101, pp. 308-310 (nota del testo originale).

[94] Agostino da San Marco in Lamis, op. cit., 2ª ed., pp. 298-299.

[95] Vd. supra e n. 90.

[96] Così padre Gerardo Di Flumeri: «Custoditi gelosamente da Padre Agostino, unitamente a molte lettere di Padre Pio ed altri documenti, in una cassetta, che egli aveva sempre con sé, furono trovati dopo la sua morte, avvenuta nel Convento di San Giovanni Rotondo, il 14 maggio 1963. In quel periodo di tempo, io mi trovavo di famiglia nel predetto Convento, con l’incarico di vicario ed economo. Sollecitamente e con amore raccolsi tutto quel prezioso materiale e lo tenni in serbo con l’animo di consegnarlo al più presto ai Superiori maggiori della religiosa Provincia. Questi mi prevennero. Il 18 Maggio 1963, nelle ore pomeridiane, arrivarono da Foggia a San Giovanni Rotondo due Padri Definitori (il M.R. P. Crispino da Deliceto e il M.R. P. Albino da Teano), i quali mi consegnarono una lettera del Provinciale, M.R. P. Torquato da Lecore. Questi mi prescriveva di consegnare la cassetta di Padre Agostino da San Marco in Lamis, con tutto il suo contenuto, ai due predetti Padri Definitori, per l’Archivio di Foggia. Obbediente all’ordine del Padre Provinciale, consegnai tutto: lettere di Padre Agostino, lettere di Padre Pio, altri documenti e i quaderni del presente Diario. Di questi, però, ne mancava uno: il secondo. Lo aveva in lettura il Padre Guardiano del tempo, P. Rosario da Aliminusa, che in quel giorno era fuori sede, essendo dovuto accorrere al capezzale della madre morente. Al suo ritorno, il coscienzioso ed accurato Padre Guardiano, saputo della consegna avvenuta, si affrettò a far recapitare al Padre Provinciale anche il secondo quaderno: era il 4 giugno 1963. Da quel giorno, i quattro quaderni manoscritti del Diario di Padre Agostino, unitamente a tutto il prezioso materiale depositato nell’Archivio di Foggia, passarono per varie vicende …» ( G. Di Flumeri, Per la storia ..., in Agostino da San Marco in Lamis, op. cit., 2ª ed., pp. 13-14). Sappiamo però che padre Rosario da Aliminusa non fu sempre così coscienzioso.

[97] Siciliano (1914-1983), ordinato sacerdote nella Provincia cappuccina di Palermo nel 1958, dopo essersi interessato della scabrosa questione dei “frati a lupara” di Mazzarino, fu superiore del convento garganico dall’8 settembre 1960 al 23 gennaio 1964. «Duro, arido, senza aver mai goduto, nel corso della sua vita spenta, di un brivido di serenità francescana, senza aver mai provato il dolce conforto di una lacrima di pietà, senza aver mai avvertito nel cuore un guizzo di dolente comprensione per i vivi, Padre Rosario si dimostrerà abilissimo e spregiudicato come carceriere di Padre Pio, perché nell’esercizio di questo mestiere si appaga la sua vocazione di far soffrire le anime pure» (F. Chiocci, L. Cirri, op. cit., II, p. 638).

[98] Vd. supra n. 70.

[99] Vd. supra.

[100] Si tratta di padre Bernardo dAlpicella, nel secolo Antonio Mazza, nato ad Alpicella (Savona) il 27 maggio 1883. Alunno della Provincia cappuccina di Parma, vestì l’abito cappuccino il 29 maggio 1898 nella Provincia monastica di Parma e ricevette l’ordinazione sacerdotale il 23 dicembre 1905. Resse la Provincia di Foggia come Commissario generale dal 14 aprile 1924 al 3 agosto 1925, quindi venne nominato Ministro provinciale con decreto generalizio; con lo stesso sistema verrà riconfermato il 25 luglio del 1928 mentre, il 20 agosto del 1935, divenne Provinciale con una regolare elezione e iniziò il suo quarto mandato, che però non riuscì a terminare, poiché morì l’ultimo giorno del 1937, nel convento di S. Anna a Foggia. Vd. qui per altre, più approfondite notizie.

[101] Agostino da San Marco in Lamis, op. cit., 2ª ed., pp. 289-290 (lettera del 26 dicembre 1925, da Gesualdo).

[101bis] Si è sempre sostenuto che dopo questa data i rapporti epistolari di Padre Pio coi suoi direttori spirituali si siano interrotti: «Il calamaio del Cappuccino stimmatizzato si essiccò nel 1923 per ordini superiori: non potrà scrivere più a nessuno, neanche bigliettini di auguri o di saluti» recita una didascalia di una foto che mostra un anziano Padre mentre impugna una stilografica, in un testo molto documentato (G. Saldutto, Un tormentato settennio cit., p. 447). Le lettere pubblicate nell’ ‘Appendice n. 1’ del Diario di padre Agostino certificano che questa nozione ritenuta certa non è vera.

[102] Morì a San Giovanni Rotondo il 14 maggio 1963.

[103] Ivi, pp. 291-292 (lettera del 2 gennaio 1926, da Gesualdo).

[104] Ivi, p. 292 (lettera del 19 dicembre 1927, da Gesualdo).

[105] Come riporta questa pagina del sito web ufficiale dei Cappuccini di Foggia, padre Alessandro da Ripabottoni fu, tra l’altro, anche «collaboratore principale di p. Gerardo Di Flumeri, Vice postulatore della causa di beatificazione di P. Pio (1970-2002)».

[106] Vd. supra e n. 39.

[107] «Era una Signora, tutta vestita di bianco, più brillante del sole che diffondeva luce più chiara e intensa che un bicchiere di cristallo pieno di acqua cristallina, attraversato dai raggi del sole più ardente» (Lúcia dos Santos, Lucia racconta Fatima. Memorie, lettere e documenti di Suor Lucia, Brescia 19872, p. 118). Si racconta la Prima Apparizione, del 13 maggio 1917.

[108] Alessandro da Ripabottoni, Padre Pio da Pietrelcina cit., “Premessa”, pp. XIII-XIV. La “Presentazione” di F.P. Di Flumeri ripete identico concetto: «Non è stato possibile adire, al momento attuale, tutte le fonti, a volte per l’avarizia prudenziale del segreto, a volte per l’avarizia timorosa e pigra delle persone».

 

Pubblicato DOMENICA, 30 DICEMBRE 2018

 

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