Padre Pio da Pietrelcina e il messaggio di Fátima


S. PIO DA PIETRELCINA

e il calice del Signore

(1955 ca)

About

 

aro padre Pio,

 

la mattina del 16 dovete partire da Benevento con la corsa delle 9,05 e a Caserta scendere prendendo là l’accelerato che parte per Roma alle 10,45. C’incontreremo a Caianello alle 12,45. È l’unico orario possibile per arrivare di giorno a Roma. Attenetevi ad esso impreteribilmente. Conviene che passiate per Foggia dovendo forse  rilevare qualche cosa  di questo  guar-

 
 

diano. Il 14 venite qui; il 15 a mattina alle 6,30 (unico treno antimeridiano) ripartirete per Pietrelcina e il 16 scendete a Benevento per proseguire l’itinerario suaccennato. Il biglietto della sorella lo farete Benevento Roma e il vostro sino a Caianello. Da Caianello a Roma vi farò godere la riduzione e penserò da me alla stazione.

 

Benedizioni e buon viaggio.

Affezionatissimo in Gesù Cristo

 

fra Benedetto[1]

 

Così scriveva da Foggia, il 10 maggio 1917, il Ministro provinciale dei Cappuccini padre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis al suo figlio spirituale Padre Pio da Pietrelcina. Questa visita romana del trentenne sacerdote, che sarebbe stata la prima ed unica, benché si abbia notizia di bilocazioni[2] avvenute proprio nella Città Eterna, l’aveva del resto annunciata egli stesso all’altro suo direttore spirituale padre Agostino Daniele da San Marco in Lamis, già dal 4 maggio, spiegandone anche il motivo pratico e lo scopo spirituale:

 

Verso la metà del mese andrò a Roma col padre provinciale ad accompagnare mia sorella Graziella che va a farsi suora. La raccomando alle vostre preghiere, come ella prega sempre per voi. Sulla tomba dei santi Apostoli non mancherò di pregare innanzi tutto per voi.[3]

 

 



 I direttori spirituali di Padre Pio:
padre Benedetto Nardella e padre Agostino Daniele


 Padre Pio trentenne


 Il convento di San Giovanni Rotondo ai primi del Novecento

 

   

   Padre Pio si attenne scrupolosamente alle istruzioni ricevute dal Ministro provinciale: la mattina del 14 maggio lasciò il Convento di San Giovanni Rotondo, a cui sovrintendeva il suo vecchio amico padre Paolino da Casacalenda, colui che lo aveva sottratto alle calure del convento foggiano di Sant’Anna nell’estate dell’anno prima, per farlo rimanere – fino alla sua morte – tra i sassi rossi del Gargano. La stessa mattina si portò a Foggia e l’indomani era a Pietrelcina, a casa dei genitori, per prelevare la sorella minore. La mattina del 16 maggio finalmente la partenza da Benevento per Roma, la Città dei Papi, in cui non aveva mai messo piede. Il padre Provinciale, che lo accompagnava, lo avrebbe lasciato al suo programma romano alla Stazione Termini.

 

 


 L'arrivo a Roma

 

 

Sul trono di Pietro sedeva, in quell’anno tragico eppure così cruciale per il destino del mondo, il genovese Giacomo Della Chiesa, succeduto tre anni prima a Pio X con il nome di Benedetto XV. L’Europa intera era devastata da una guerra spaventosa[4], combattuta con armi terribili mai prima sperimentate. Al momento dell’elezione, l’8 settembre 1914, il nuovo Papa aveva alzato il suo grido di dolore contro «l’inutile strage», ma senza effetto, perché il conflitto era divampato con maggiore virulenza. Ed allora, quel Pontefice dal corpo minuto ma dall’animo grande si risolse a chiedere l’intervento della Madre di Dio: il 5 maggio 1917 ordinò che la Chiesa intera aggiungesse nelle Litanie lauretane l’invocazione «Regina Pacis, ora pro nobis»:

 

la Nostra voce affannosa, invocante la cessazione dell’immane conflitto, suicidio dell’Europa civile, rimase (sempre) inascoltata! Parve che salisse ancor più la fosca marea di odî dilagante tra le Nazioni belligeranti, e la guerra, travolgendo nel suo spaventevole turbine altri paesi, moltiplicò le rovine e le stragi. […]

 

E poiché tutte le grazie, che l’Autore d’ogni bene si degna compartire ai poveri discendenti di Adamo, vengono, per amorevole consiglio della sua Divina Provvidenza, dispensate per le mani della Vergine Santissima, Noi vogliamo che alla Gran Madre di Dio in quest’ora tremenda più che mai si volga viva e fidente la domanda dei Suoi afflittissimi figli. […]

 

Si levi, pertanto, verso Maria, che è Madre di misericordia ed onnipotente per grazia, da ogni angolo della terra, nei tempi maestosi e nelle più piccole cappelle, dalle regge e dalle ricche magioni dei grandi come dai più poveri tugurî, ove alberghi un’anima fedele, dai campi e dai mari insanguinati, la pia, devota invocazione e porti a Lei l’angoscioso grido delle madri e delle spose, il gemito dei bimbi innocenti, il sospiro di tutti i cuori bennati: muova la Sua tenera e benignissima sollecitudine ad ottenere al mondo sconvolto la bramata pace e ricordi, poi, ai secoli venturi l’efficacia della Sua intercessione e la grandezza del beneficio da Lei compartitoci.[5]

 

 



 La Grande Guerra


 Benedetto XV e l'« inutile strage »

 

La Madre degli uomini e dei popoli accolse linvocazione del Vicario di suo Figlio apparendo pochi giorni dopo a tre pastorelli nello sperduto villaggio di Fátima, in terra lusitana:

 

La guerra sta per finire. Ma, se non smetteranno di offendere Dio, nel pontificato di Pio XI, ne comincerà un’altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà, che punirà il mondo per i suoi delitti, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa ed al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato, e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se ascolteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace. Se no, diffonderà i suoi errori nel mondo, suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo qualche tempo di pace. In Portogallo, si conserverà sempre il dogma della Fede; ecc.[6]

 

 

 13 maggio 1917: la Prima Apparizione di Fátima

Fatima "miracolo del sole"
La folla dei pellegrini assiste al "miracolo del sole" avvenuto alla Cova da Iria il 13 ottobre 1917
Segreto di Fátima Terza Memoria di suor Lucia
Chirografo della III Memoria della 1ª e 2ª Parte del Segreto di Fátima, con le parole sulla Consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria (31 agosto 1941). Quelle finali sul Portogallo sono invece comprese nella IV Memoria (8 dicembre 1941)
 

Era il 13 maggio 1917 quando la Madonna apparve per la prima volta, e sarebbe continuata ad apparire il 13 di ogni mese per sei volte[7] di seguito, fino ad ottobre, quando migliaia di persone assistettero al cosiddetto “miracolo del sole”, e credettero.

 

Cosa conosceva Padre Pio di Pietrelcina di questi avvenimenti soprannaturali non sappiamo nulla, se non che il suo colloquio con il Cielo era incessante. Sin da fanciullo, difatti, aveva avuto frequenti estasi ed apparizioni, anche della Madre di Dio[8]. Fatto sta che proprio il giorno dopo quella prima manifestazione prodigiosa, avvenuta a migliaia di chilometri di distanza, il Cielo operò[9] affinché il Frate di “Pietra piccina” – questa è l’etimologia più creduta del nome del suo paese – si mettesse in viaggio per visitare la Città di Pietro. Dalle sue vive parole sappiamo che sarebbe andato a pregare sulle tombe degli Apostoli; assai probabile che abbia esteso la sua visita anche alle altre due Basiliche maggiori[10]. Quello che conosciamo per sicuro è che egli volle andare innanzitutto in San Pietro[10bis], ad invocare l’intercessione del primo Papa. A quale fine, lo intenderemo in seguito.

 

 

Le quattro basiliche maggiori di Roma

 

 

Una sua lettera al padre Agostino, scritta nel giorno del suo trentesimo compleanno, resta sul vago circa quel viaggio così significativo per ogni buon cristiano:

 

L’altra sera ritornai da Roma e lascio immaginare a voi quali impressioni ne riportai dalla visita di questa città.[11]

 

E tuttavia, proprio questa vaghezza accese la curiosità del direttore d’anima, sorprendendolo non poco:

 

La tua lettera mi fa meraviglia per la sua brevità. Perché non dirmi qualcosa delle impressioni provate nella città del principe degli apostoli: me le lasci immaginare e basta. Che ti ha detto Gesù in quella città per mezzo del suo santo apostolo? … Perché dunque taci?... Lo so che parli dinanzi al Signore, ma perché non parli anche con me?[12]

 

Non giungendo alcuna risposta, il 6 giugno padre Agostino tornò presto alla carica, ma solo il giorno 9 Padre Pio gli riscrisse, seppure confermandogli il suo impedimento a parlare:

 

Mi duole non potervi accontentare in ciò che mi avete chiesto nelle due ultime lettere. Così vuole Gesù e fiat!?[13]

 

     Queste parole, che ci parrebbero brusche se non inspiegabili, ci confermano tuttavia che nella Città dei Papi, Padre Pio da Pietrelcina dovette certamente avvertire nel proprio animo qualcosa che andava molto al di là dell’umano sentire.

 

 

Le lettere scritte e ricevute nell'arco di una vita intera

 

 

   Ricordiamo che sin da una delle sue frequenti permanenze nella natia Pietrelcina, collocata subito dopo l’ordinazione sacerdotale del 10 agosto 1910, ricevuta nella Cattedrale di Benevento, il Frate aveva avvertito le cosiddette stimmate invisibili, i segni cioè della Passione di Cristo, dei quali aveva messo a conoscenza il suo direttore spirituale, il padre Benedetto da San Marco in Lamis[14]. Solamente il 20 settembre 1918 però, a poche settimane dalla conclusione del Primo Conflitto mondiale, Padre Pio ricevette quelle visibili e permanenti, mentre era immerso nella preghiera seduto nel suo stallo del coro della vecchia Chiesa conventuale di San Giovanni Rotondo, intitolata alla Madonna delle Grazie[15]. Dal suo intero Epistolario ci avvediamo che quesi segni della Passione di Cristo appartengono al carisma profetico, che «deve rimanere nella Chiesa intera fino alla venuta finale[16].

 

Al tempo della sua prima e unica visita romana, dunque, il Padre provava sul suo corpo solamente il dolore acuto delle stimmate invisibili. Se le locuzioni interiori che ricevette riguardassero il significato recondito di quei segni benedetti che già avvertiva nella propria carne, non lo sapremo mai con assoluta certezza, ma in ogni caso qualche indizio successivo, anzi più di qualcuno, supportato da ciò che era avvenuto negli anni precedenti, ci lasciano intuire quali fossero questi “segreti messaggi”[17] ricevuti dal Cielo.

 

 


Le stimmate permanenti del 20 settembre 1918

      

Sin dai primi tempi della sua non breve permanenza in Molise[18], che è la mia terra, nei cui conventi formò lo spirito e l’intelletto, ebbe dalla Madre celeste il segno che avrebbe condizionato la sua intera esistenza: il 15 agosto 1905, solennità dell’Assunta, mentre diciottenne si trovava nel convento campobassano della Madonna del Monte, in cima al colle che domina il capoluogo della provincia civile[19], gli apparve nella sua cella la Madre di Dio, la quale gli rivelò il senso del suo futuro cammino: quello di sostenere, nellarco dei suoi giorni a venire, la pesante Croce del Figlio mandato a morte per la salvezza dei peccatori, quello di ripercorrere la salita del Cristo crucifero, quello cioè di assumersi il gravoso compito di alter Christus.

 

 
Campobasso Chiesa Santa Maria del Monte inizio Novecento
Campobasso, Chiesa di Santa Maria del Monte, prima dei lavori di restauro del 1911
Campobasso Chiesa Madonna del Monte e Castel Monforte
La Chiesa di Santa Maria del Monte e il Castello Monforte, come si presentano oggi, posti sulla sommità del Monte che domina la città (820 m s.l.m.)
Amedeo Trivisonno Apparizione Madonna del Monte a Padre Pio
A. TRIVISONNO, L'Apparizione della Madonna del Monte a Padre Pio (1972). Campobasso, Chiesa di Santa Maria del Monte, stanza di Padre Pio
Amedeo Trivisonno bozzetto Apparizione Madonna del Monte a Padre Pio
A. TRIVISONNO, bozzetto
 

Un indizio successivo a quella visita romana ce lo potrebbe fornire quel che capitò quando, sin dal primo articolo apparso sul “Giornale d’Italia” del 9 maggio 1919, la notizia della stigmatizzazione di quell’umile Frate cappuccino del Gargano divenne di dominio pubblico: già dal novembre di quell’anno, il cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri invia al convento garganico una famiglia «amica», latrice anche di un biglietto al Superiore padre Paolino, nel quale si chiede «a P. Pio che ogni giorno nella S. Messa preghi fervidamente il Signore per il S. Padre e per me affinché ci illumini e ci sorregga nei tanti guai in cui ci troviamo»[20].

 

Sorprendono non poco queste parole, dacché il Frate, in quel periodo, era sotto osservazione da parte del Sant’Uffizio; eppure, sia l’autorevolissimo porporato sia lo stesso Sommo Pontefice Benedetto XV riponevano nel Fraticello una grande fiducia. Nell’aprile del 1921, infine, il medesimo Papa emise il giudizio positivo, seppure in via confidenziale, discorrendo con un vescovo che aveva fatto visita al Cappuccino: «Verdaderamente el padre Pio es un hombre extraordinario, de los que Dios manda de cuando in cuando a la tierra para convertir los hombres»[21].

 

 

Il "Monaco santo" del Gargano


I Romani Pontefici che più lo hanno amato

 

 

Più mirabilmente ebbe a dire, molti anni dopo, il papa Giovanni Paolo II, in visita al Convento di San Giovanni Rotondo, rendendogli omaggio ai piedi del suo sepolcro:

 

Un aspetto essenziale del sacro ministero, e ravvisabile nella vita di padre Pio, è l’offerta che il sacerdote fa di se stesso, in Cristo e con Cristo, come vittima di espiazione e di riparazione per i peccati degli uomini. …[22]

 

«Vittima di espiazione e di riparazione». Una terminologia quantomai impegnativa, che difatti vincolava il Frate a qualcosa di indicibile, di difficilmente spiegabile, e che abbiamo visto, anzi, il Signore volesse tenere celato al resto del mondo: «La mia responsabilità è unica al mondo»[23].

 

    «Preghi fervidamente il Signore per il S. Padre», gli aveva scritto il cardinal Gasparri. Quante volte, in verità, lo avrebbe fatto! Quante furono le occasioni in cui si immolò per la missione e per la salute del Romano Pontefice, ed in particolare per quella del veneratissimo papa Pacelli, che lo ebbe sempre in grande stima! Ripensiamo, in particolare, alla stupefacente guarigione di Pio XII nella primavera del 1954, quando il Frate offrì la propria vita per la sua salvezza corporale, ed il pieno ristabilimento del Pontefice avvenne miracolosamente[24]. La venerazione che egli provava per il Capo visibile della Chiesa andava molto al di là dell’umano rispetto per la persona, e difatti pochi giorni prima della morte volle indirizzare una lettera di sostegno al papa Paolo VI, in cui gli significava la propria vicinanza dopo gli attacchi ricevuti da ogn parte a seguito della promulgazione dell’enciclica Humanæ vitæ[25]. Eppure, come ben sappiamo, non tutti i Papi di Roma ricambiarono questa considerazione, diversamente da colui che regnava in quel lontano 1917.

 


Paolo VI firma lettera enciclica
Paolo VI firma l'Enciclica "Humanæ vitæ" (25 luglio 1968)
 
   
     Ed ora che abbiamo accompagnato in questa sua visita romana l’umile Frate del Gargano, ancora nascosto al mondo, lo immaginiamo prostrato al cospetto delle veneratissime Ossa del Pescatore di Betsaida, che il Cristo aveva posto a capo del suo Gregge, ancora pellegrino in questa terra di dolore e di affanno. Un figlio di San Francesco implorante la protezione del Vicario di Cristo, in previsione di quel che aveva già chiaro nel suo animo, quando cioè quel potere che si oppone al mysterium iniquitatis sarebbe stato disconosciuto, per concedere a Satana il suo effimero tripudio, calpestando perfino il nome del Serafico Padre al quale egli si era interamente donato, così come abbiamo concreta testimonianza in questi nostri tempi calamitosi.

La missione di Padre Pio da Pietrelcina è stata «unica al mondo», perché egli è stato l’unico sacerdote della storia della Chiesa ad aver ricevuto le stigmate del Cristo: «vocazione a corredimere»[26], l’aveva definita il suo direttore d’anima. A un suo figlio spirituale arrivò a confidare: «la mia missione finirà quando sulla terra non si celebrerà più la Messa»[26bis]. Parole allarmanti, che ci collegano, seppure velatamente, a quel che avvenne nel 1917 a Fátima[27] e a quanto ebbe a testimoniare di lui papa Wojtyła, genuflesso davanti alla sua tomba: «vittima di espiazione e di riparazione per i peccati degli uomini».

 

 

 

Padre Pio trentenne celebra la Messa

«Vittima di espiazione e di riparazione»

 

 

La missione sacerdotale del Santo di Pietrelcina consisteva proprio in questo: segnare un cammino con la sua stessa vita, farsi vittima e «Padre di vittime fino all’ultimo giorno»[28], contrastare in ultimo le strategie dei traditori della Chiesa – «macellai» li aveva definiti il Signore in un’apparizione al giovane Frate[29] –, che nei tempi finali si sarebbero  manifestati proprio tra i consacrati, e ai più alti vertici, sovvertire il disegno dell’Anticristo, il quale avrebbe mirato alla soppressione della Santa Messa cattolica, così come predetto sin dall’epoca dei Padri. Riportiamo allora quel che scrive Sant’Ireneo di Lione, a proposito della sua venuta ferale:

 

E per questo motivo Daniele dice ancora: “Il santuario sarà desolato: è stato offerto il peccato al posto del sacrificio e la giustizia è stata gettata a terra. Lo ha fatto e ha avuto successo”. L’angelo Gabriele (…) poi, intendendo indicare anche la durata della tirannide, durante il cui tempo saranno messi in fuga i santi che offrono a Dio un sacrificio puro, afferma: “E a metà della settimana verranno soppressi il sacrificio e la libagione e nel tempio si verificherà l’abominio della desolazione e sino alla fine del tempo sarà dato compimento alla desolazione”. (…) le cose (…) profetizzate da Daniele riguardo alla fine dei tempi sono state comprovate dal Signore, là dove dice “Quando vedrete l’abominio della desolazione annunciata dal profeta Daniele”.[30]

 

«È stato offerto il peccato al posto del sacrificio e la giustizia è stata gettata a terra», soppiantata da una falsa misericordia che non concede alcun diritto al Signore: inquietanti parole terribilmente attuali, dacché la Chiesa contraffatta retta dai suoi falsi reggitori annuncia esattamente l’esaltazione dei peccati accumulati su una mensa in libagione sfrenata, pretendendo che il Padre, il quale ha chiesto al Figlio di dare il suo sangue per distruggerli, dimostri il suo compiacimento: «impuri apostati», chiamava eloquentemente i demòni nelle sue lettere giovanili, il futuro Santo con le stimmate; «impuri apostati» sarebbe il caso di definire correttamente i pervertitori del culto cattolico, che non hanno più alcuna tema di venire allo scoperto, dando scandalo delle loro perversioni; «impuri apostati» buttatisi «a braccia aperte nellinfame setta della massoneria»[31].

 

 

Tutto questo aveva chiaro in mente il giovane Padre Pio da Pietrelcina, quando in concomitanza degli straordinari interventi soprannaturali accaduti nella lontana Fátima, si recò a pregare sulla tomba del Principe degli Apostoli, nella Città in cui aveva posto la sua Sede.


 

 


Padre Pio benedice alla fine della Messa

Sacerdote e vittima

 

 

   Tornato al suo Convento, il 1° luglio 1917, alla vigilia del giorno lieto della sua Madonna delle Grazie, il sacerdote e vittima completò la sua salita del Monte, alla volta della Grotta di San Michele del Gargano[32]. Quel Monte sopra il quale offrì il suo sacrificio accettabile al Cielo, mentre l’Europa intera terminava di piangere il sangue versato dai suoi figli. Era l’epilogo che ci si aspettava da colui il quale, sin da giovane novizio, era stato preso per mano dallo Spirito per aprire la strada al Buon Pastore che ritorna.

 

E vedemmo, in una luce immensa che è Dio, un Vescovo vestito di Bianco …

 

 

 

Agnus Dei ricamato su una pianeta

Sacerdote, Vittima e Pastore

 

 

   

 

Bibliografia:

 

P. Agostino da San Marco in Lamis, Diario, ed. Gerardo Di Flumeri, San Giovanni Rotondo 19752

P. Alberto D’Apolito, Padre Pio da Pietrelcina. Ricordi, esperienze, testimonianze, San Giovanni Rotondo 1978

P. Alessandro da ripabottoni, Padre Pio da Pietrelcina. Un cireneo per tutti, Foggia 1974

Benedetto XV, Epistola Il 27 aprile 1915 al cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato, affinché i vescovi di tutto il mondo aggiungano nelle Litanie lauretane l’invocazione «Regina Pacis, Ora Pro Nobis» (5 maggio 1917)

P. Bonaventura da Pavullo, Padre Pio visto da vicino. Pagine di diario, ed. Gerardo Di Flumeri, San Giovanni Rotondo 1987

S. Campanella, Pio XII (3), «Voce di Padre Pio» 12 (2009), pp. 36-41

F. Castelli, Padre Pio sotto inchiesta. L’«autobiografia» segreta, Milano 2008

Congregatio de Causis Sanctorum, Sipontina, Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Pii a Pietrelcina, sacerdotis professi OFM Cap. (Francesco Forgione. Pietrelcina 1887 – San Giovanni Rotondo 1968), Positio super virtutibus, I/1, Città del Vaticano 1997

Eusebius Cæsariensis, Historia  ecclesiastica, V : PG XX

P. Fernando da Riese Pio X, Padre Pio da Pietrelcina. Crocifisso senza croce, San Giovanni Rotondo 20078

G. Festa, Misteri di Scienza e luci di Fede, rist. Roma 19492

P. Galeone, Padre Pio, mio padre, Cinisello Balsamo 2005

Giovanni Paolo II, Discorso ai religiosi e alle religiose delle Famiglie francescane (San Giovanni Rotondo, Santuario della Madonna delle Grazie, 23 maggio 1987)

A. Gnocchi, M. Palmaro, Lultima messa di Padre Pio. Lanima segreta del santo delle stigmate, Milano 2010

A. Grimani, Padre Pio nel Molise. La formazione spirituale, Campobasso 1999

Iræneus Lugdunensis, Adversus hæreses, V : PG VII

G. Leone, Prefazione, in N. Ricci, Le grandezze di San Michele Arcangelo, Foggia 1991, pp. III-XVI

Lúcia dos Santos, Memorie di suor Lucia, I, Fátima 20058

M. Morra, Il mistero del dolore in Padre Pio e gli angeli del conforto, San Giovanni Rotondo 2006

A. Negrisolo, N. Catello, S.M. Manelli, Padre Pio nella sua interiorità, Cinisello Balsamo 2002

P. Pio da Pietrelcina, Epistolario, Melchiorre da Pobladura, Alessandro da Ripabottoni (edd.), ed. riveduta e corretta da p. Gerardo Di Flumeri, IV voll., San Giovanni Rotondo 1987/1998, rist. San Giovanni Rotondo 1994/1998

J. Ratzinger, Commento teologico, in Congr. per la Dottr. della Fede, Il messaggio di Fatima, Cinisello Balsamo 2000

A. Socci, Il Quarto Segreto di Fatima, Milano 20062

M. Stanzione, San Pio da Pietrelcina e l’Arcangelo Michele, Milano 2007


[1] P. Pio da Pietrelcina, Epist. I, p. 520, lettera del 10 maggio 1917.

[2] La prima bilocazione accertata è raccontata dal quasi diciottenne Fra Pio in un biglietto autografo, scritto nel febbraio 1905, mentre si trovava nel convento di Sant’Elia a Pianisi (Campobasso). Si ritrovò «lontano in una casa signorile dove il padre moriva, mentre una bimba nasceva». L’episodio avvenne effettivamente a Udine, dove il 18 gennaio 1905 nacque Giovanna Rizzani Boschi, mentre suo padre, il marchese Giovanni Battista, noto massone, moriva (P. Alberto D’Apolito, Padre Pio da Pietrelcina. Ricordi, esperienze, testimonianze, San Giovanni Rotondo 1978, pp. 251-272).

[3] Lettera di Padre Pio a padre Agostino, del 4 maggio 1917 (Epist. I, p. 518).

[4] Estrapoliamo un compendio di ciò che pensava il Padre del Conflitto in corso, dalla sua biografia ufficiale, che cita le sue Lettere: «Anche l’Italia aveva “molti conti da saldare con Dio”. Per non aver “voluto ascoltare la voce di amore”, “a lei pure è serbata certamente quella sorte toccata alle sue sorelle». […] “Questa benedetta guerra, sì, sarà per la nostra Italia, per la Chiesa di Dio una purga salutare; risveglierà nel cuore italiano la fede, che se ne stava lì rincantucciata e come assopita e soffocata dalle pessime voglie; farà sbocciare nella Chiesa di Dio, da un terreno quasi inaridito e secco, bellissimi fiori; ma, mio Dio!, prima che ciò avvenga qual dura prova è a noi serbata”. […] Il 18 marzo 1917, scriveva con chiarezza, riferendosi allo strazio provocato dalla guerra, di essere “ancora a metà della prova”, di una prova “lunga assai”. […] Con lettera del 10 maggio 1918 preannunciava il giorno della pace: “Questo giorno si appressa e siamo sul limitare del giorno burrascoso”. Padre Pio è sempre lui: l’uomo che intercede. Più che con l’uniforme grigioverde, in quei giorni che egli – con scherzosa reminiscenza napoleonica – chiamava “i miei cento giorni”, servì e salvò l’Italia pregando e immolandosi» (P. Fernando da Riese Pio X, Padre Pio da Pietrelcina. Crocifisso senza croce, San Giovanni Rotondo 20078, pp. 120-122).

[5] Benedetto XV, Epistola Il 27 aprile 1915 al cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato, affinché i vescovi di tutto il mondo aggiungano nelle Litanie lauretane l’invocazione «Regina Pacis, Ora Pro Nobis» (5 maggio 1917); sull’avvenimento vd. anche A. Socci, Il Quarto Segreto di Fatima, Milano 20062, pp. 179 ss.

[6] Lúcia dos Santos, Memorie di suor Lucia, I, Fátima 20058, pp. 173-174 (Quarta Memoria, 8 dicembre 1941).

[7] In verità, l’Apparizione del 13 agosto non poté avvenire alla Cova da Iria, perché i tre pastorelli furono trattenuti in arresto dal sindaco di Vila Nova de Ourém, noto massone; talché, rilasciati dopo qualche giorno, la Vergine si mostrò in un luogo poco distante dalla Cova, i Valinhos, il 19 agosto.

[8] Ancora padre Agostino ci riporta questa non comune precocità: «Le estasi e le apparizioni cominciarono al quinto anno di età, quando ebbe il pensiero ed il sentimento di consacrarsi per sempre al Signore, e furono continue. Interrogato come mai le avesse celate per tanto tempo (sino al 1915), candidamente rispose che non le aveva manifestate perché le credeva cose ordinarie che succedessero a tutte le anime; difatti un giorno mi disse ingenuamente: “E lei non la vede la Madonna?”. Ad una mia risposta negativa soggiunse: “Lei lo dice per santa umiltà”» (P. Agostino da San Marco in Lamis, Diario, ed. Gerardo Di Flumeri, San Giovanni Rotondo 19752, p. 58).

[9] Dall’Epistolario del Padre ricaviamo che il viaggio a Roma avrebbe dovuto essere anticipato di un mese, così come comunicato al padre Benedetto: «La sorella partirà per Roma a metà del corrente mese, perciò vengo a pregare di sollecitarmi l’ubbidienza da Roma» (lettera del 2 aprile 1917, in Epist. I, p. 513). Per “ubbidienza” s’intende lo speciale permesso che, in questi casi, doveva essere rilasciato dal Ministro generale dell’Ordine cappuccino, che all’epoca era il francese padre Venanzio Dodo da Lisle-en-Rigault (1862-1926). Ed ecco l’intervento del Superiore nonché Padre spirituale, il quale propone una posticipazione del viaggio: «Scriverò per l’ubbidienza e speriamo che venga. Rimandate il viaggio di un altro mese e andremo insieme a Roma» (lettera del 5 aprile 1917, in Epist. I, p. 514). E finalmente, in una lettera a don Pietro Ricci, sacerdote di Rignano Garganico (Foggia), dell’11 maggio 1917, c’è la tanto attesa conferma: «Ieri sera al mio ritorno da costì mi giunse un telegramma del p. provinciale (si tratta del testo che abbiamo riportato all’inizio dell’articolo, NdR) che mi notificava che il reverendissimo padre generale mi accordava l’ubbidienza per accompagnare la sorella a Roma. Immaginatevi il mio contento» (Epist. IV, p. 240).

[10] Una volta accompagnata la sorella Graziella nella Casa religiosa delle Brigidine, che si trovava in via delle Isole, nel quartiere Trieste-Salario, Padre Pio ebbe alcuni giorni per visitare la Città. Di questo soggiorno romano c’è in effetti una tenue traccia nell’Epistolario, laddove il Padre riporta la sua visita al cosiddetto “albero di S. Domenico”: si tratta della pianta d’arancio – sconosciuto nella Penisola –, portatavi dal Portogallo da S. Domenico di Guzmán nel 1216, e trapiantata nel giardino della basilica di Santa Sabina sull’Aventino. Qui l’albero originario si è sempre rigenerato dalle sue radici, ed è quindi tuttora vivo e vegeto: «Vidi a Roma un albero che dicesi essere stato piantato dal patriarca san Domenico; ogni fedele va a vederlo, accarezzandolo per amor di colui che lo piantò, e per questo avendo io visto in te l’albero del desiderio della santità, che Dio ha piantato nell’anima tua, io l’amo teneramente e sento piacere nel considerarlo» (lettera ad Erminia Gargani, del 27 gennaio 1918, in Epist. III, p. 344; stesso ricordo nella lettera a diversi figli spirituali, del 18 gennaio 1918, in Epist. IV, p. 190). Dobbiamo credere che Padre Pio volle visitare la basilica sull’Aventino, dove in antico e ancora oggi iniziavano le stazioni quaresimali, perché ritenuta luogo dell’incontro fraterno tra il fondatore dell’Ordine dei predicatori, S. Domenico, e quello del suo Ordine, S. Francesco d’Assisi, avvenuto nel 1220. Nel piano elevato del convento adiacente alla chiesa è difatti ancora conservata una stanza che ricorda l’evento, come attesta lscrizione che figura sulla porta d’ingresso: “Attende advena. Hic olim sanctissimi viri Dominicus Franciscus Angelus carmelita in divinis colloquiis vigiles pernoctarunt” (S. Angelo da Gerusalemme è un protomartire carmelitano, nato nel 1185 e morto nel 1225, presente dunque a quell’incontro). La modesta cella è anticipata da una piccola cappella riccamente decorata nel XVII sec., sotto la direzione del Borromini. Lintero Epistolario, poi, è disseminato di riferimenti a quel viaggio romano, laddove si promettono preghiere sulle tombe degli Apostoli ovvero se ne dà attestazione, a viaggio concluso. Da altre fonti sappiamo che il Padre visitò anche le catacombe, come ad esempio quelle di S. Cecilia (così vengono denominate, ma probabilmente si tratta di quelle di S. Callisto sulla Via Appia, dove in un loculo attiguo alla Cripta dei Papi si trova anche la tomba della giovane martire romana). In ogni caso, qui Padre Pio si perse e, rimasto impressionato, ripartì quasi subito senza proseguire la visita della città (P. Bonaventura da Pavullo, Padre Pio visto da vicino. Pagine di diario, ed. Gerardo Di Flumeri, San Giovanni Rotondo 1987, p. 108).

[10bis] La visita in San Pietro avvenne, con ogni probabilità, il giorno dopo il suo arrivo nella Città Eterna, vale a dire giovedì 17 maggio, nel quale ricorreva la solennità dellAscensione del Signore. In quella occasione egli certamente poté vedere, nel corso della celebraazione della Messa, il papa Benedetto XV, lunico Vicario di Cristo che ebbe modo di avvicinare fisicamente, seppure a debita distanza.

[11] Lettera di Padre Pio a padre Agostino, del 25 maggio 1917 (Epist. I, p. 521).

[12] Lettera del padre Agostino a Padre Pio, del 28 maggio 1917 (Epist. I, pp. 521-522).

[13] Lettera di Padre Pio a padre Agostino, del 9 giugno 1917 (Epist. I, p. 524).

[14] Lettera di Padre Pio a padre Benedetto, dell’8 settembre 1911 (Epist. I, p. 122): «Ieri sera poi mi è successo una cosa che io non so né spiegare e né comprendere. In mezzo alla palma delle mani è apparso un po’ di rosso quasi quanto la forma di un centesimo, accompagnato anche da un forte ed acuto dolore in mezzo a quel po’ di rosso. Questo dolore era più sensibile in mezzo alla mano sinistra, tanto che dura ancora. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore».

[15] Questo il racconto che ne fa il Padre: «Era la mattina del 20 dello scorso mese in coro, dopo la celebrazione della santa messa, allorché venni sorpreso dal riposo, simile ad un dolce sonno. Tutti i sensi interni ed esterni, non che le stesse facoltà dell’anima si trovarono in una quiete indescrivibile. In tutto questo vi fu totale silenzio intorno a me e dentro di me; vi subentrò subito una gran pace ed abbandono alla completa privazione del tutto e una posa nella stessa rovina. Tutto questo avvenne in un baleno. E mentre tutto questo si andava operando, mi vidi dinanzi un misterioso personaggio, simile a quello visto la sera del 5 agosto, che differenziava in questo solamente che aveva le mani ed i piedi ed il costato che grondava sangue. La sua vista mi atterrisce; ciò che sentivo in quell’istante in me non saprei dirvelo. Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore, il quale me lo sentivo sbalzare dal petto. La vista del personaggio si ritira ed io mi avvidi che mani, piedi e costato erano traforati e grondavano sangue. Immaginate lo strazio che esperimentai allora e che vado esperimentando continuamente quasi tutti i giorni. La ferita del cuore gitta assiduamente del sangue, specie dal giovedì a sera sino al sabato. Padre mio, io muoio di dolore per lo strazio e per la confusione susseguente che io provo nell’intimo dell’anima. Temo di morire dissanguato, se il Signore non ascolta i gemiti del mio povero cuore e col ritirare da me questa operazione. Mi farà questa grazia Gesù che è tanto buono? Toglierà almeno da me questa confusione che io esperimento per questi segni esterni? Innalzerò forte la mia voce a lui e non desisterò dal scongiurarlo, affinché per sua misericordia ritiri da me non lo strazio, non il dolore perché lo veggo impossibile ed io sento di volermi inebriare di dolore, ma questi segni esterni che mi sono di una confusione e di una umiliazione indescrivibile ed insostenibile» (lettera di Padre Pio a padre Benedetto, del 22 ottobre 1918, in Epist. I, p. 640). Da ultimo, abbiamo anche una testimonianza ulteriore di Padre Pio, interrogato nel maggio 1921 da monsignor Raffaello Carlo Rossi, vescovo di Volterra, inquisitore per conto del Sant’Uffizio: «Il 20 settembre 1918 dopo la celebrazione della Messa, trattenendomi a fare il dovuto ringraziamento nel Coro tutt’a un tratto fui preso da un forte tremore, poi subentrò la calma e vidi Nostro Signore in atteggiamento di chi sta in croce, ma non mi ha colpito se avesse la Croce, lamentandosi della mala corrispondenza degli uomini, specie di coloro consacrati a Lui e più da lui favoriti. Di qui si manifestava che Lui soffriva e che desiderava di associare delle anime alla sua Passione. M’invitava a compenetrarmi dei suoi dolori e a meditarli: nello stesso tempo occuparmi per la salute dei fratelli. In seguito a questo mi sentii pieno di compassione per i dolori del Signore e chiedevo a lui che cosa potevo fare. Udii questa voce: “Ti associo alla mia Passione”. E in seguito a questo, scomparsa la visione, sono entrato in me, mi son dato ragione e ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava il sangue. Prima nulla avevo» (Voto di fra Carlo Raffaello Rossi su Padre Pio da Pietrelcina, Volterra 4 ottobre 1921, in F. Castelli, Padre Pio sotto inchiesta. L’«autobiografia» segreta, Milano 2008, pp. 103-274, qui p. 220).

[16] Eus., Hist. eccl. V,17,4 : PG XX, coll. 473-474: τὸ προφητικὸν χάρισμα ε̉ν πάσ̣η τη̣̃ Εκκλησία α μέχρι τη̃ς τελείας παρουσίας, prophetiae donum in omni Ecclesia ad ultimum usque Domini adventum permanere debere.

[17] La segretezza di alcuni contenuti si ravvisa in diversi passi del suo Epistolario, come ad es. in una sua lettera a padre Benedetto, del 21 ottobre 1912 (Epist. I, pp. 172-173): «Se il mio stato muove in voi l’interesse e la compassione, vi prego di accordarmi un favore nei limiti sempre di una possibile indulgenza, che è la figlia della stessa giustizia, cioè di farvi rimettere tutte le corrispondenze che invio al padre lettore; coll’obbligo di tutto tener segreto, essendo questo il comando di Gesù». In un suo scritto al padre Agostino, di poco successivo – 7 aprile 1913 –, dice: «Gesù continuò ancora, ma quello che disse non potrò giammai rivelarlo a creatura alcuna in questo mondo» (Epist. I, p. 198).

[18] Il giovane novizio Fra Pio da Pietrelcina arrivò in Molise, nel convento di Sant’Elia a Pianisi (Campobasso), il 25 gennaio 1904, provenendo da Morcone, dove era stato per l’anno di noviziato. In questo primo convento attese agli studi ginnasiali, tranne brevi interruzioni – a Campobasso e a San Marco la Catola (Foggia) –, fino all’ottobre del 1907. Subito dopo lo troviamo nel convento di Serracapriola (provincia di Foggia, ma all’epoca, e fino al 1985, Diocesi di Larino), per lo studio della teologia. A Campobasso tornò nel 1909, fresco diacono, per un breve periodo, dal luglio all’ottobre, presso il Santuario della Madonna del Monte. Per finire, Padre Pio, sacerdote da oltre un anno, risiedette nel convento di Venafro (all’epoca ancora in provincia di Campobasso) per quaranta giorni – una sua speciale Quaresima, fatta di estasi e vessazioni diaboliche –, dal 28 ottobre al 7 dicembre 1911, durante i quali si nutriva solamente dell’Eucaristia. La vigilia della solennità dell’Immacolata Concezione lasciò per sempre il territorio molisano, per tornare alla natia Pietrelcina (A. Grimani, Padre Pio nel Molise. La formazione spirituale, Campobasso 1999).

[19] Ricordiamo che nel 1905 il Regno d’Italia annoverava la provincia di Molise, che a quell’epoca includeva l’intero territorio della futura Regione molisana, istituita con Legge costituzionale solamente nel 1963. La seconda provincia, Isernia, venne creata soltanto nel 1970.

[20] Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Pii a Pietrelcina Positio super virtutibus,Vol. I/1, ed. p. Gerardo Di Flumeri, Città del Vaticano 1997, p. 407.

[21] G. Festa, Misteri di Scienza e luci di Fede, rist. Roma 19492, p. 304.

[22] Giovanni Paolo II, Discorso ai religiosi e alle religiose delle Famiglie francescane (San Giovanni Rotondo, Santuario della Madonna delle Grazie, 23 maggio 1987).

[23] A. Negrisolo, N. Catello, S.M. Manelli, Padre Pio nella sua interiorità, Cinisello Balsamo 2002, p. 214.

[24] Il Papa si ammalò tra la fine del 1953 e l’inizio del 1954. La situazione era abbastanza preoccupante, poiché egli non riusciva più a nutrirsi correttamente ed era imminente un tracollo generale. Padre Pio non si limitò ad elevare le sue preghiere per la guarigione di Pio XII, ma arrivò ad offrire la propria vita al posto della sua. Poco tempo dopo, ecco il ristabilimento del Pontefice, mentre il Frate cadde malato [S. Campanella, Pio XII (3), «Voce di Padre Pio» 12 (2009), pp. 36-37].

[25] Lettera a Paolo VI, del 12 settembre 1968 (Epist. IV, p. 7): «[...] So che il vostro cuore soffre molto in questi giorni per le sorti della Chiesa, per la pace del mondo, per le tante necessità dei popoli, ma soprattutto per la mancanza di obbedienza di alcuni, perfino cattolici, all’alto insegnamento che voi, assistito dallo Spirito Santo e nel nome di Dio, ci date. Vi offro la mia preghiera e sofferenza quotidiana, quale piccolo ma sincero pensiero dell’ultimo dei vostri figli, affinché il Signore vi conforti con la sua grazia per continuare il diritto e faticoso cammino, nella difesa dell’eterna verità, che mai si cambia col mutar dei tempi. Anche a nome dei miei figli spirituali e dei “Gruppi di preghiera” vi ringrazio per la parola chiara e decisa che avete detto, specie nell’ultima enciclica Humanæ vitæ, e riaffermo la mia fede, la mia incondizionata obbedienza alle vostre illuminate direttive. [...]». Il testo venne steso dal padre guardiano Carmelo da San Giovanni in Galdo, dopo aver raccolto i pensieri del venerato confratello: «Il padre guardiano preparò due copie dattiloscritte, tutte e due con la firma autentica di padre Pio, di cui una fu portata in Segreteria di Stato e laltra si conserva nel nostro archivio» (P. Alessandro da ripabottoni, Padre Pio da Pietrelcina. Un cireneo per tutti, Foggia 1974, p. 574, n. 27).

[26] Lettera di padre Benedetto a Padre Pio, del 27 agosto 1918 (Epist. I, p. 624).

[26bis] Parole confidate da Padre Pio a Luigi Peroni, che fu direttore dei suoi gruppi di preghiera nonché suo biografo, riportate in A. Gnocchi, M. Palmaro, Lultima messa di Padre Pio. Lanima segreta del santo delle stigmate, Milano 2010, pp. 9, 18).

   [27] Il contenuto del messaggio di Fátima che più ci allarma trapela dal quel che si afferma nel presente scritto. Facciamo leva, in questo, anche sulle parole dell’allora card. Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a commento del testo profetico: «il sangue di Cristo ed il sangue dei martiri vengono qui considerati insieme: il sangue dei martiri scorre dalle braccia della croce. Il loro martirio si compie in solidarietà con la passione di Cristo, diventa una cosa sola con essa. Essi completano a favore del corpo di Cristo, ciò che ancora manca alle sue sofferenze (cfr Col 1,24). La loro vita è divenuta essa stessa eucaristia, inserita nel mistero del chicco di grano che muore e diventa fecondo» (J. Ratzinger, Commento teologico, in Congr. per la Dottr. della Fede, Il messaggio di Fatima, Cinisello Balsamo 2000, p. 61). Su questa problematica, molto edificante la lettura di A. Gnocchi, M. Palmaro, op. cit., passim.
    [28] P. Galeone, Padre Pio, mio padre, Cinisello Balsamo 2005, p. 29.
     [29] Lettera di Padre Pio a padre Agostino, del 7 aprile 1913 (Epist. I, pp. 198-199): «Mio carissimo padre, venerdì mattina ero ancora a letto, quando mi apparve Gesù. Era tutto malconcio e sfigurato. Egli mi mostrò una grande moltitudine di sacerdoti regolari e secolari, fra i quali diversi dignitari ecclesiastici; di questi, chi stava celebrando, chi si stava parando e chi si stava svestendo delle sacre vesti. La vista di Gesù in angustie mi dava molta pena, perciò volli domandargli perché soffrisse tanto. Nessuna risposta n’ebbi. Però il suo sguardo si riportò verso quei sacerdoti; ma poco dopo, quasi inorridito e come se fosse stanco di guardare, ritirò lo sguardo ed allorché lo rialzò verso di me, con grande mio orrore, osservai due lagrime che gli solcavano le gote. Si allontanò da quella turba di sacerdoti con una grande espressione di disgusto sul volto, gridando: “Macellai!” E rivolto a me disse: “Figlio mio, non credere che la mia agonia sia stata di tre ore, no; io sarò per cagione delle anime da me più beneficate, in agonia sino alla fine del mondo. Durante il tempo della mia agonia, figlio mio, non bisogna dormire. L’anima mia va in cerca di qualche goccia di pietà umana, ma ohimè mi lasciano solo sotto il peso della indifferenza. L’ingratitudine ed il sonno dei miei ministri mi rendono più gravosa l’agonia. Ohimè come corrispondono male al mio amore! Ciò che più mi affligge è che costoro al loro indifferentismo, aggiungono il loro disprezzo, l’incredulità. Quante volte ero lì per lì per fulminarli, se non ne fossi stato trattenuto dagli angioli e dalle anime di me innamorate… Scrivi al padre tuo e narragli ciò che hai visto ed hai sentito da me questa mattina. Digli che mostrasse la tua lettera al padre provinciale...”. Gesù continuò ancora, ma quello che disse non potrò giammai rivelarlo a creatura alcuna in questo mondo. Questa apparizione mi cagionò tale dolore nel corpo, ma più ancora nell’anima, che per tutta la giornata fui prostrato ed avrei creduto di morirne se il dolcissimo Gesù non mi avesse già rivelato...  Gesù purtroppo ha ragione di lamentasi della nostra ingratitudine! Quanti disgraziati nostri fratelli corrispondono all’amore di Gesù col buttarsi a braccia aperte nell’infame setta della massoneria! Preghiamo per costoro acciocché il Signore illumini le loro menti e tocchi loro il cuore. Fate coraggio al nostro padre provinciale, che copioso soccorso di celesti favori ne riceverà dal Signore. Il bene della nostra madre provincia deve essere la sua continua aspirazione. A questo devono tendere tutti i suoi sforzi. A questo fine devono essere indirizzate le nostre preghiere, tutti a ciò siamo tenuti. Nel riordinamento della provincia non potranno mancare al provinciale le difficoltà, le molestie, le fatiche; si guardi però dal perdersi d’animo, il pietoso Gesù lo sosterrà nell’impresa. La guerra di quei cosacci si va sempre più intensificando, ma non li temerò coll’aiuto di Dio. Per evitare i sudori avrei bisogno per quest’estate di un abito di panno assai leggiero, se il padre provinciale me lo provvederà gliene sarò grato. Salutatemi il padre provinciale e ringraziatelo per me dell’applicazioni. Fra Pio».

[30] Quapropter ait Daniel iterum : “Et sanctum desolabitur: et datum est in sacrificium peccatum, et projecta est in terra justitia, et fecit, et prospere cessit”. Et Gabriel angelus ... Deinde et tempus tyrannidis ejus significat, in quo tempore fugabuntur sancti, qui purum sacrificium offerunt Domino: “Et in dimidio hebdomadis, ait, tolletur sacrificium et libatio, et in templum abominatio desolationis, et usque ad consummationem temporis consummatio dabitur super desolationem;” dimidium autem hebdomadis tres sunt anni et menses sex. Ex quibus omnibus non tatum quæ sunt apostasiæ manifestantur, et quæ sunt ejus, qui in se recapitulatur omnem diabolicum errorem; sed et quoniam unus et idem Deus Pater, qui a prophetis annunciatus, a Christo autem manifestatus. Si enim quæ a Daniele prophetata sunt de fine, Dominus comprovabit: “Cum videritis, dicens, abominationem desolationis, quæ dicta est per Danielem prophetam” (Iræn. Lugd., Adv. hær., V, 25,4-5 : PG VII, coll. 1191-1192).

[31] Cfr. supra n. 27.

[32] In una lettera ad Assunta di Tomaso, sorella di padre Paolino da Casacalenda, del 2 luglio 1917, Padre Pio si scusa con la stessa per non poter rispondere alle sue numerose domande, e scrive: «Lo farò appena il potrò e quando mi sarò rinfrancato dello strapazzo preso per la gita fatta ieri a Monte Sant’Angelo per visitare S. Michele» (Epist. III, p. 213). La strada da percorrere era lunga 26 chilometri. Il Padre fece il viaggio il 1° luglio 1917 assieme a quattordici fratini del Collegio di San Giovanni Rotondo, oltre ai figli spirituali Nicola Perrotti, Rachelina Russo e suo cognato Vincenzo Gisolfi. Quel giorno faceva molto freddo e Padre Pio ne soffrì parecchio dal punto di vista fisico, anche perché era partito da San Giovanni Rotondo alle tre di notte e sulla strada furono fermati dai Carabinieri, che li credevano disertori. Il Frate fece alcuni chilometri a piedi, ma venute meno le forze, così come dimostrava un sudore piuttoso allarmante, il guardiano padre Paolino da Casacalenda lo invitò a salire sul traìno, che fungeva anche da ambulanza, per evitare esiti spiacevoli (M. Morra, Il mistero del dolore in Padre Pio e gli angeli del conforto, San Giovanni Rotondo 2006, p. 310). Giunti alla meta, Padre Pio si fermò a lungo in raccoglimento davanti alla “Porta del Paradiso”. Entrando nel Santuario che si trova all’interno di una grotta, prese un raffreddore per l’umidità che era molto intensa. «Prima della celebrazione della Messa si raccolse in preghiera per tre quarti d’ora, poi iniziò il rito religioso davanti all’altare dellArcangelo. Nell’offrire il sacrificio nel luogo consacrato a San Michele Arcangelo si commosse profondamente. Dopo la celebrazione, si trattenne per altri tre quarti d’ora. Era pallidissimo e tremava per il freddo: erano tre ore che stava in quella grotta umidissima e gelida. Ad un certo punto due fedeli, presenti nel santuario, vedendolo in quello stato, lo sollecitarono ad andare in una casa vicina, per consumare una colazione calda. Nella grotta di San Michele, in quel momento di grande intensità spirituale, nella penombra della grotta arcangelica, Padre Pio prese piena coscienza della sua missione religiosa ed ebbe anche il presentimento di quanto il Signore gli stava riservando» (G. Leone, Prefazione, in N. Ricci, Le grandezze di San Michele Arcangelo, Foggia 1991, citato in M. Stanzione, San Pio da Pietrelcina e l’Arcangelo Michele, Milano 2007, pp. 52-53). Secondo le interpretazioni di alcuni autori, il “misterioso personaggio” che fu artefice della transverberazione del futuro Santo, il 5 agosto 1918, sarebbe proprio l’Arcangelo Michele, dacché la stigmatizzazione del Santo, avvenuta il 20 settembre 19189, ebbe luogo proprio nel giorno in cui iniziava la novena in onore dell’Arcangelo (ibid., pp. 53-54), ed è significativo che la volta della vecchia chiesa conventuale di San Giovanni Rotondo, in corrispondenza del Crocifisso delle stimmate, mostri un affresco in cui è ritratto proprio S. Michele. Diverse fonti ci riportano inoltre che il Santo si recò in bilocazione alla Grotta arcangelica: «Io alla grotta santa di Monte Sant’Angelo ci vado sempre» (ibid., p. 55).

 

Pubblicato LUNEDÌ, 2 NOVEMBRE 2015

Scrivi commento

Commenti: 1
  • #1

    SERENA SABINO (giovedì, 08 dicembre 2016 09:15)

    padre io ti voglio bene mi manchi padre io senza di te non posso vivere padre io voglio stare con te padre t.v.b. da il tuo curicino

About

home