L’iconoclastia

   

L’iconoclastia (dal gr. ει̉κον, immagine e κλάσις, rottura), pur dichiarando del tutto legittimo il culto di Cristo, della Vergine e dei santi, faceva proibizione della loro raffigurazione e del culto delle loro immagini, considerandoli idolatria.

 

Venne proclamata dottrina ufficiale nel 726, dall’imperatore Leone III l’Isaurico (717-741). La resistenza ortodossa diede origine a una vera e propria persecuzione e a lunghe lotte, che videro contrastarsi il partito degli iconoclasti e quello degli iconoduli. I patriarchi melchiti respinsero l’eresia e il papa Gregorio III (731-741) lanciò la scomunica contro i persecutori delle immagini in un concilio convocato a Roma nel 731.

 

Nel 754, in un concilio indetto  a Hieria, presso Calcedonia, sulla riva asiatica del Bosforo, dal figlio dell’Isaurico, Costantino V Copronimo (741-775), venne decisa l’abolizione di tutte le immagini religiose. Gli oppositori subirono dure repressioni, in particolare i monaci.

 

Si registra, nel 765, l’accusa di alto tradimento mossa ad alcuni alti funzionari, accecati, esiliati o messi a morte. Lo stessa patriarca di Costantinopoli, Costantino II (754-766), dapprima condannato all’esilio, nel 766 fu decapitato.

 

L’imperatrice Irene, vedova di Leone IV († 780), si adoperò per il ristabilimento della dottrina ortodossa, che trovò un momento favorevole nel VII Concilio ecumenico (II di Nicea), nel quale venne proclamata la legittimità del culto delle immagini (787).

 

Un breve periodo di rivalsa degli iconoclasti si ebbe col basileus Leone V (813-820), che riprese le persecuzioni, definitivamente cessate alla morte dell’imperatore Teofilo (842). Solo sotto la reggenza della di lui vedova, Teodora, che governava in nome del figlio Michele III l’Ubriaco (842-867), si poté ristabilire definitivamente il culto delle immagini in un Concilio convocato a Costantinopoli (843).

 

Benché abbandonato per sempre, il programma iconoclasta, con le sue lotte sanguinose, contribuì ad approfondire la divisione tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente.

 

 

A compendio di motivazioni non secondarie, vediamo come la pensa un grande storico dell’arte:

 

 ... il movente principale e, in ultima analisi, decisivo dell’iconoclastia fu la lotta impegnata dagli imperatori e dai loro fidi contro la potenza sempre più grande dei monaci. [...] Tanto più intimi erano i rapporti fra questi ultimi e il popolo; e si formava così un fronte comune che, in certe condizioni, poteva diventare pericoloso per il governo. Già i monasteri erano mete di pellegrinaggio, a cui la gente affluiva coi suoi dubbi, con le sue pene, recando suppliche e doni. La massima attrattiva dei conventi erano le icone miracolose; un’icona celebre era una fonte inesauribile di gloria e di ricchezza per il convento che la possedeva.[1]

 

 

 

Bibliografia:

 

M. Bettetini, Contro le immagini. Le radici dell’iconoclastia, Roma-Bari 20063

A. Hauser, Storia sociale dell’arte, I. Preistoria, Antichità, Medioevo, Torino 19873



[1] A. Hauser, Storia sociale dell’arte, I. Preistoria, Antichità, Medioevo, Torino 19873, pp. 150-151.

 


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