Il culto di San Casto martire a Trivento


TRIVENTO

"Cripta di S. Casto"

(XI sec.?)

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  assiamo ora a considerare quella che è forse la ricostruzione più problematica fra tutte quelle presentate, nel corso degli anni, dagli storici locali, i quali ebbero ad interessarsi della vicende terrene dei Martiri Larinesi. Essa appare essere quella indubitabilmente più discutibile, presentata con dovizia di riferimenti e agganci più o meno solidi alle “evidenze” archeologico-storico-artistiche.  


 

Mi riferisco alla prolissa ricostruzione fatta della figura dei Santi Martiri Larinesi – a volte invero denominati semplicemente «Frentani» – da monsignor Vincenzo Ferrara[1], già Sottosegretario della Sacra Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

 

Si tratta, lo dico chiaramente, di una ricostruzione fin troppo minuziosa, che tuttavia mi pare abbia un solo grave difetto, quello di voler dimostrare l’antichità della sua diocesi[2] di origine, prendendo a prestito la figura di uno dei Martiri Larinesi. Difatti egli afferma perentoriamente che

 

[…] amministratori ecclesiastici e primi missionari evangelici furono: un Casto (diacono), un Primiano (suddiacono) ed un Firmiano (notaio regionale), i quali in permanente raccordo tra loro per un’efficace azione missionaria di evangelizzazione, si suddivisero l’ambito territoriale di più specifica pertinenza, riservando a Casto il Sannio Pentro-Caraceno, a Primiano il Sannio Frentano ed a Firmiano l’Apulia.[3]

 

Tutta la questione venne poi ampiamente trattata nella voluminosa opera del nostro Autore:

 

Si tratta di tre fratelli, molto probabilmente, originari dello stesso Municipio Romano di Larino e forse di ascendenze romane attraverso gli antenati della tribù villereccia denominata “Crustumina” costituita dei componenti della Colonia militare trasferita da Roma a Larino dopo la guerra sociale (98-89 a.C.) e soprattutto dopo la distruzione del Sannio da parte di Silla, nell’82 a.C. Vissuti intorno agli ultimi decenni del III secolo e forse, a motivo delle predette ascendenze, impegnati essi stessi in cariche pubbliche o militari nel Municipio Romano larinate, sia per questo che per le parentele di originaria ascendenza che vantavano nell’Urbe, ebbero occasione e possibilità di frequentare Roma e di osservarvi la crisi ed il disfacimento del paganesimo di fronte all’affermarsi del Cristianesimo, che, con papa S. Fabiano ed i suoi Successori (dal 236 in poi) stava ormai prendendo tanto apertamente il sopravvento, da impensierire gli stessi Imperatori soprattutto per quella capillare organizzazione avviata da quei Pontefici con i correttivi apportati alla precedente riforma augustea nella divisione delle Province e con l’istituzione della triade ecclesiastica (Diacono, Suddiacono, Notaio regionale) cui affidare la responsabilità amministrativa dell’organizzazione ecclesiastica delle stesse.

 Convertiti al Cristianesimo forse proprio a Roma e durante l’affermarsi sempre più solido della predetta strategia organizzativa della Chiesa, è probabile che siano stati incaricati, dagli stessi responsabili della Comunità Cristiana dell’Urbe, ad avviare anche nella loro IV Provincia originaria: il Sannio pentro-frentano, la predetta struttura organizzativa della Chiesa e che ne siano stati investiti perfino ufficialmente essi stessi venendo ordinati rispettivamente l’uno, Diacono; l’altro, Suddiacono e l’altro deputato come Notaio Regionale.

Sta di fatto che rientrati in Provincia, divennero il lievito per la conversione e la pratica della fede cristiana di tutto il Sannio pentro-frentano e dintorni fino ad entrare non solo nel sospetto, ma perfino nella scoperta avversione delle pubbliche Autorità pagane dei Municipi Romani ancora efficienti nell’ambito territoriale di pertinenza del loro impegno missionario di evangelizzazione, quali quelli di Larino nella Frentania e quello di Trivento nella confinante Pentria.

Quelle Autorità, che, per aver avuto Primiano, Firmiano e Casto non solo amici e conoscenti in Larino, prima della loro conversione al Cristianesimo, ma fors’anche colleghi nelle pubbliche cariche amministrative o militari di quel Municipio, pur imbarazzate di fronte allo scoperto dilagare, e sotto i loro occhi attoniti, della fecondità dell’azione apostolica seguita alla conversione di quei loro amici, l’avevano tollerata cercando di attutirne gli echi a Roma.

Quando, però, tra il 303 ed il 304, si susseguirono gli editti imperiali di Diocleziano per la persecuzione dei Cristiani e la conseguente obbligatorietà della loro esecuzione attuativa anche nelle Province, non poterono fare a meno, pena la propria destituzione, di catturarli, imprigionarli e quindi condannarli al martirio che ebbe luogo, a seguito del loro rifiuto d’abiura, nell’Anfiteatro di Larino: per Primiano e Firmiano il 15 Maggio; per Casto, invece, il 16 Maggio del 304.

Eseguito il martirio, si consentì che le spoglie mortali di Primiano, Firmiano e Casto fossero sepolte, secondo le prescrizioni romane, nel cimitero fuori le mura dell’antica Larino. […]

Che ne fu delle “Reliquie di San Casto” terzo martire larinate? […]

[…] come mai i Lesinati, già nel secolo IX, non trovarono a Larino le reliquie di San Casto?

Forse perché, essendo egli stato martirizzato il 16 Maggio del 304, le sue spoglie eranto state sepolte e riposte in luogo diverso da quello in cui erano state riposte le reliquie dei suoi fratelli Primiano e Firmiano martirizzati il giorno prima e, cioè, il 15 Maggio del 304?

O non piuttosto perché le spoglie mortali del martire San Casto non erano proprio rimaste affatto a Larino, se non per breve tempo, perché già durante il IV secolo erano state trasferite altrove? […].[4]

 

La risposta a questa domanda è stata preparata citando e argomentando a iosa, fino ad asserire chiaramente che sì, i Triventini

 

[…] dovettero riportare nell’ambito della loro chiesa locale almeno parte delle reliquie di S. Casto;[5]

 

ma, con maggiore arditezza arriva a dire che

 

 […] i Triventini si premurarono di riportare (scil. le reliquie di San Casto) […] nel centro della Comunità cristiana istituita, curata e sviluppata dall’opera pastorale di quel martire mentre era in vita, e cioè a Trivento.[6]

 

 
Veduta di Trivento dal Pacichelli
Veduta di Trivento [da Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, III, Napoli 1703]
 

Del resto il nostro monsignore era addivenuto a questa conclusione già anni addietro:

 

[…] Finita quella stagione di violenza, i cristiani della zona di Trivento, antico municipio romano, trafugarono da Larino le spoglie di S. Casto, che li aveva convertiti e battezzati, deponendole in alcune successive sepolture provvisorie. E infine, forse nella seconda metà del IV secolo, esse vennero definitivamente collocate in un altare votivo eretto sulle rovine di un antico tempio pagano; esso divenne la cripta tuttora superstite dell’attuale cattedrale di Trivento. San Casto fu poi chiamato vescovo e fondatore della diocesi, quasi in omaggio alla sua eroica attività di evangelizzazione, anche se vescovo non era, ma soltanto diacono.[7]

 

Giudizio, questo, ribadito anche altrove, arrivando a definire che San Casto fu

 

[…] acclamato primo vescovo di Trivento dopo essere stato il diacono incaricato di evangelizzare quell’ambito geoantropico del Sannio Pentro e dopo aver subito il martirio nell’anfiteatro di Larino nel 304 d.C.[8]

 

In un altro studio, giungendo finalmente a compendiare tutte quante le sue ricerche, il nostro Autore potrà quindi affermare con certezza che:

 

L’occasione per l’edificazione della Cripta (scil. della Cattedrale di Trivento) fu il trasferimento in quella sede, delle venerate reliquie di S. Casto, martirizzato nel 304, agli sgoccioli dell’ultima persecuzione di Diocleziano ed insieme ai SS. Primiano e Firmiano, nell’Anfiteatro romano del Municipio di Larino, dopo essere stato il primo diacono evangelizzatore della Pentria Sannita e fin dalla fine del secolo III, per mandato di papa S. Fabiano e, perciò, considerato, poi, il primo Vescovo di Trivento.[9] […]

 

Le reliquie del corpo martirizzato di San Casto, dopo il prelevamento da Larino da parte dei cristiani di Trivento che lo avevano avuto catechista, evangelizzatore e maestro e dopo le graduali e provvisorie tappe di avvicinamento di quel sacro deposito a Trivento: quali, il tempietto pagano abbandonato nella Villa Romana di “Canneto” sul Trigno, il deserto oratorio di altra Villa Romana in località “San Fabiano” di Roccavivara ed il primo vero Oratorio paleocristiano dedicato al nome di San Casto col paleonimo “San Castro” sito alle pendici di Monte Lungo già in agro triventino ove ne sono riapparsi i ruderi delle fondamenta, potettero, silenziosamente e senza scalpore di fatuo ed esteriore trionfalismo, trovare riposo nel cuore di Trivento, convertendo, da morte, perfino le pietre di quel tempio pagano di Diana in Chiesa paleocristiana, come, da vive, avevano convertito la mente ed il cuore di quei popolani assetati di verità.[10]

 

La tradizione triventina tramanda poi della successiva traslazione delle reliquie di San Casto nella chiesa di Sant’Andrea in Benevento, su diretto impulso di un nobile beneventano, tal Madio Carioso, che si ritiene avvenuta nell’anno 787.

 

 

Facendo mie quasi tutte le considerazioni fatte dal Pietrantonio a contestazione di quanto sostenuto dal Ferrara, riporto anche la sua piccata ironia nel definire il martire San Casto primo vescovo “post mortem” di Trivento (Considerazioni e Osservazioni…, pp. 11-26, 35-68).

 

 

 
 
     
  A sinistra: facciata della Cattedrale di Trivento, intitolata ai SS Nazario, Celso e Vittore (XI sec.; facciata del 1905); a destra: formella della "Janua Maior" della Cattedrale di Benevento, raffigurante l' "Ep(i)s(copus) Treventi" (fine XII-inizio XIII sec.)
 
 

 

Ciò detto, passo ad esprimere la mia tesi, cercando di non farmi catturare da un infruttuoso quanto inutile spirito campanilistico:

 

innanzi tutto credo vada stabilito, a proposito dell’asserita comunanza amministrativa tra Terventum e Larinum in seno alla «IV Provincia originaria: il Sannio pentro-frentano», che si tratta di una denominazione che non è mai esistita tra le pur intricate suddivisioni amministrative operate dai governanti romani.

 

   Va ricordato, in via preliminare, che le provinciæ – enti subordinanti e accentratori, in cui le realtà urbane erano sottoposte a capillare controllo della potente burocrazia statale – furono istituite in Italia soltanto con la riforma amministrativa di età tetrarchica (290/293 d.C.); con l’ordinale “IV”, poi, s’indicò semmai l’estesa regio Sabina et Samnium istituita da Augusto[11] – comprendente gran parte dei territori del versante centro-adriatico –, cui faceva parte la sola Terventum, unitamente agli altri Pentri e ai Frentani a ovest del Biferno, nonché a Carecini, Marrucini, Peligni, Vestini, Sabini, Equi e Marsi; tutte popolazioni, queste ultime, che dopo la metà del IV secolo saranno raggruppate nella nuova provincia Valeria (C. Letta, La provincializzazione dell’Italia e la nascita della provincia Valeria, pp. 255-271, che pone la data della sua formazione nel 398). Questa provincia venne assorbita nel 412 in quella nuova del Picenum suburbicarium (G. Clemente, La creazione delle province di Valeria e di Picenum suburbicarium, pp. 439-448).

 

 


Italia sotto Augusto
Le "regiones" italiche sotto Augusto (9/14 d.C.)
Regio IV augustea Sabina et Samnium
Confini della regio IV augustea "Sabina et Samnium": ne faceva parte Terventum, ma non il "Larinas ager" (il fiume Tifernus [od. Biferno] segnava il confine a sud) [elaborazione P. Miscione]
Regio II augustea Apulia et Calabria
Confini della regio II augustea "Apulia et Calabria": il territorio di Larinum era al confine settentrionale [elabor. P. Miscione]
 

Per chiarire, senza voler considerare la diversità anche politica tra Pentri e Frentani in età pre-romana – sempre che Larinum sia stata una città frentana piuttosto che daunia –, sin dall’epoca di Augusto[12] i due centri facevano parte di entità amministrative diverse. Tra il 9 e il 14 d.C., difatti, il primo Princeps aveva costituito le undici Regiones italiche – realtà amministrative che concedevano larghe autonomie ai municipia –, smembrando il territorio frentano pertinente a Larino dal resto della Frentania e accorpandolo alla regio II Apulia et Calabria (per «Calabria» s’intende l’attuale Salento) [G. Volpe, Contadini, pastori e mercanti nell’Apulia tardoantica, p. 259 e n. 12]. A nord la regione aveva proprio il fiume Biferno [Tifernus] come confine.

 

 
Diocesi italiciana al tempo di Diocleziano
la Diocesi Italiciana al tempo della riforma di Diocleziano (290/293 d.C.): il "Samnium", assai ridimensionato, era annesso alla "provincia Campania" [da Thomsen, The Italic regions, Copenaghen 1947; elaborazione P. Miscione]
 

 

Questa suddivisione venne sostanzialmente confermata in epoca tetrarchica (290/293 d.C.), qual è per l’appunto quella durante la quale avvenne il martirio dei tre Santi, con l’istituzione della provincia Apulia e Calabria, avente per capoluogo Canusium [od. Canosa], benché il suo ruolo le venisse conteso in origine da altre realtà urbane. Ricordiamo che la riforma amministrativa dioclezianea aveva diviso l’Italia in sette province: Aemilia et Liguria, Venetia et Histria, Tuscia et Umbia, Flaminia et Picenum, Campania, Apulia et Calabria, Lucania et Bruttii.

 

 
provincia Apulia et Calabria sotto Diocleziano
La provincia "Apulia et Calabria" al tempo della riforma dioclezianea (290/293 d.C.): il territorio di Larinum ne costituiva l’estremo confine settentrionale [da Grelle-Volpe, La geografia amministrativa..., Bari 1994; elaborazione P. Miscione]
provincia Apulia et Calabria nel 346 d.C.
La provincia "Apulia et Calabria" intorno al 346 d.C.: persi i territori settentrionali pertinenti a Teanum Apulum e Larinum, annessi alla provincia "Samnium" di nuova istituzione [da Grelle-Volpe, La geografia amministrativa..., elabor. P. Miscione]
 

Al tempo di Diocleziano Larinum era dunque una cospicua e florida civitas apula da tre secoli almeno, posta in un centro nevralgico di comunicazioni stradali tra la costa adriatica e il Sannio e quindi la Campania – vista la strozzatura dello Stivale in questo preciso tratto, che ne consentiva un più rapido attraversamento –, con plurisecolari e stretti rapporti economici e culturali con le altre realtà urbane dell’Apulia settentrionale (G. De Benedittis, Larinum e la «Daunia settentrionale», pp. 516-521).

 

 
Carta dell’assetto insediativo ed economico dell’Apulia tardoantica
Carta dell’assetto insediativo ed economico dell’Apulia tardoantica
Territorio del "municipium" di Terventum
Bacino idrografico dell’alto e medio Trigno, con la probabile estensione del territorio del "municipium" di Terventum [da Matteini Chiari, Terventum, Roma 1974; elaborazione P. Miscione]
 

 

Diversamente abbiamo notizia di Terventum – ricadente nella provincia Campaniæ, cui il Sannio fu annesso fino al 346 –, di cui in epoca antica è accertata l’irrilevanza, considerato che i «riferimenti delle fonti antiche sono rari e poveri di contenuto – ad es. Plinio  si limita ad elencare i Tereventinates tra le popolazioni del Sannio (Nat. hist. III,106) riflettendo la scarsa importanza del centro e il suo isolamento» (M. Matteini Chiari, Terventum, pp. 143-182, qui p. 144; vd. anche A. Di Niro, Terventum, in Samnium, p. 255).

 

 


Diocesi Italiciana alla metà del IV secolo
la Diocesi Italiciana nella seconda metà del IV secolo [da Cecconi, Governo imperiale e élites dirigenti nell’Italia tardoantica, Como 1994; elaborazione P. Miscione]
 

 

Primiano e i suoi “fratelli” erano quindi apuli[13] almeno da un punto di vista amministrativo, se non propriamente etnico. Pertanto parlare di «Provincia originaria», come fa il Ferrara, è del tutto fuorviante; d’altra parte, anche prima della sistemazione augustea, non è mai esistito sul suolo della Penisola italiana un qualche ente amministrativo definibile col nome di provincia, che includesse entrambi i territori in questione. Soltanto intorno al 346 d.C., come si è detto – pare in seguito al terremoto che sconvolse il Sannio e che quindi avrebbe suggerito alle autorità governative una più bilanciata sistemazione territoriale –, le due città si ritrovarono all’interno della stessa cellula amministrativa, nella provincia Samnii di nuova istituzione.

Ma a quell’epoca i nostri Martiri erano passati a miglior vita da quasi mezzo secolo.

 

 


provincia Samnii intorno al 346 d.C.
Probabili confini della "provincia Samnii", istituita intorno alla metà del IV sec. d.C. [da De Benedittis, Considerazioni preliminari sul toponimo Sannio..., «Conoscenze», 4, Campobasso 1988; elaborazione P. Miscione]
 

 

Chiarito questo punto preliminare, passiamo a delineare il paesaggio di quella che il Ferrara chiama la «IV Provincia originaria: il Sannio pentro-frentano», in particolare per quanto riguarda la situazione socio-economica dei municipia romani, incluso quello di Terventum, ed analizziamo quel che dicono gli studi archeologici sugli ipotizzati luoghi di provvisoria sepoltura descritti dal nostro Autore:

 

il centro pentro, con i suoi soli 10 ettari di superficie interna alle mura – contro i 90 di Larinum –, tanto che le fonti la definiscono come semplice oppidum, senza mura di cinta difensive (M. Matteini Chiari, loc. cit., p. 181), era un «centro urbano… piuttosto piccolo. E pertanto si pensa che dovesse servire quasi esclusivamente ad assolvere funzioni amministrative territoriali» (G. d’Henry, La riorganizzazione del Sannio nell’Italia romanizzata. Introduzione, p. 207) in una parte del Sannio scarsamente popolata, in cui gli abitanti – anche in età imperiale – erano dispersi per lo più in vici e case isolate poste lungo il fiume Trinius [od. Trigno] (M. Matteini Chiari, loc. cit., p. 174, n. 2, pp. 180, 182; vd. anche F. Coarelli-A. La Regina, Abruzzo Molise, p. 273).

 

Difatti erano assai numerose le ville rustiche, che denotavano la necessità di articolare la localizzazione degli insediamenti in siti climaticamente più favorevoli e più vicini ai percorsi, uno dei quali era costituito proprio dalla fondovalle del Trigno. Nei suoi pressi la ricerca archeologica ha potuto identificare almeno tre di tali insediamenti, due dei quali sono per l’appunto quelli considerati dal nostro Autore nei suoi scritti (A. Di Niro, loc. cit., p. 255; I.M. Iasiello, Samnium, pp. 170-172).

 

 
Localizzazione due ville romane di Roccavivara
Localizzazione delle due ville romane nel territorio di Roccavivara: Canneto e San Fabiano [da Google Maps; elab. P. Miscione]
Valle del Trigno da Trivento
La valle del Trigno da Trivento
 

 

Così sappiamo che «finalizzate alla produzione specializzata di vino e/o olio erano senza dubbio le ville di Canneto e di S. Fabiano. Della prima… si conoscono alcuni ambienti pavimentali a mosaici… relativi alla parte padronale nella sua sistemazione del III sec. d.C.» (ibid., p. 256.), che fu anche l’ultima fase architettonica della villa, visto che venne per breve tempo abbandonata, a causa di uno straripamento del fiume, per rimanere definitivamente  deserta, forse nel VII secolo (ibid., p. 256, n. 6.). Dallo scavo di essa sono emersi ambienti pertinenti alla cella vinaria (o olearia), con relativo frantoio e altri ambienti collegati nonché una fornace per la produzione di vasi (ibid.; sul complesso di Santa Maria di Canneto vd. anche M. Matteini Chiari, loc. cit., pp. 166-173, che pure smentisce la presenza di qualsiasi tempietto pagano trasformato in cristiano).

 

 
Planimetria della villa rustica di Canneto
Planimetria della villa rustica di Canneto [da Di Niro-Pontarelli-Vaccaro, Canneto, Isernia 1996]
Roccavivara villa romana di Canneto
Canneto, villa rustica (I-III sec. d.C.), panoramica degli scavi: la cella vinaria con alcuni dolia e, in basso a destra, i mosaici [foto Soprintendenza Beni Archeologici del Molise]
Roccavivara villa romana di Canneto
I dolia interrati entro un massello di calcestruzzo, reperti di un’antica officina che produceva vasi [foto Soprintendenza Beni Archeologici del Molise]
 

Nulla viene rilevato dall’archeologia, che sola avrebbe potuto certificarne l’esistenza o almeno adombrarla, del cosiddetto «tempietto pagano abbandonato» immaginato dal Ferrara.

 

 
Roccavivara S. Fabiano planimetria area villa romana
Roccavivara, S. Fabiano: in pianta il muro di sostruzione della villa romana (arancione) [da Matteini Chiari, Terventum, Roma 1974; elaborazione P. Miscione]
Roccavivara villa S. Fabiano, muro di terrazzamento
Roccavivara, S. Fabiano: il muro a secco, ottenuto con blocchi calcarei ben squadrati, eretto per sostenere un’ampia piattaforma sulla quale sorgeva la "pars urbana" della villa [da Di Niro, Roccavivara, villa rustica, «Conoscenze», 6, Campobasso 1984]
 

 

Purtroppo identica sorte tocca anche all’altro sito preso in esame, la villa di San Fabiano, dove gli scavi hanno ritenuto di individuare una villa rustica, di fondazione tardo-repubblicana, facente capo a un’azienda agricola di notevoli proporzioni, dalla cui esplorazione sul terreno sono risultati diversi ambienti, per lo più disotterrati nella sua pars urbana, che rivelano una planimetria piuttosto articolata, con stanze talvolta anche porticate, e ambienti termali, costruiti probabilmente nel I secolo d.C., demolendo le colonne del portico (M. Matteini Chiari, loc. cit., pp. 165-166; A. Di Niro, Roccavivara, villa rustica, pp. 213-215; F. Coarelli-A. La Regina, op. cit., p. 274).

Anche questo complesso venne abbandonato al suo destino, sebbene sporadicamente frequentato fino all’Alto Medioevo, quando si apportarono numerosi adattamenti per abbeveraggio di bestiame e tutta la costruzione venne adoperata per ricavarne materiali di spoglio.

 

Anche qui nulla è rilevato a proposito del «deserto oratorio» propostoci dal nostro Autore.

 

 
Trivento "Cripta di S. Casto"
Trivento "Cripta di S. Casto"
Trivento "Cripta di S. Casto"
 

Trivento, "Cripta di S. Casto" (XI sec.?)

link alle foto

 
 

 

La cosiddetta “cripta di San Casto”, che sarebbe stata, secondo il prelato di Montefalcone del Sannio (V. Ferrara, Il vescovo abusivo cit., p. 570; Id., La cripta ed il battistero cit., pp. 580, 623), la meta finale di quelle estenuanti quattro traslazioni, viene da taluni studiosi stimata romana, ma «Ad una più attenta valutazione sembra che ciò sia da escludere. La muratura è da riferirisi alla fabbrica medievale, che forse riutilizzò per l’occasione materiale antico, d’altra parte abbondantemente reimpiegato nell’edificazione di tutta la cripta» (M. Matteini Chiari, loc. cit., p. 155; vd. anche U. Pietrantonio, op. cit., pp. 16-17 per altri studi che la datano ad epoche variabili dall’VIII al XII secolo). Essa peraltro viene ritenuta sorta su un edificio di culto pagano dedicato a Diana a motivo di un’iscrizione e di un’ara, che sarebbe «in realtà… uno spezzone di pilastro medioevale» (M. Matteini Chiari, loc. cit., p. 156, n. 2).

 

 
altare nella "Cripta di S. Casto" Trivento
"Cripta di S. Casto" (XI sec.?), altare
 

 

   La questione è meglio chiarita, ma pervenendo ad analoghe conclusioni, da Franco Valente:

 

A risolvere il dubbio nella cripta ci servirebbe una tomba o, comunque, un reliquiario che attesti l’esistenza di una qualche cosa deputata alla conservazione delle reliquie. Per quello che è dato conoscere non esiste alcun documento scritto, alcuna cronaca e alcuna sopravvivenza archeologica che possa in qualsiasi modo dimostrare ciò. Anche il cosiddetto altare che oggi si vede sembra sia frutto di una moderna (o comunque non originaria) ricomposizione di due pezzi antichi in cui nessun elemento lascia intravedere l’esistenza di un ripostiglio per le reliquie. […] Ma la questione appare ancora più complessa se si ritiene di far risalire al periodo longobardo-carolingio (post 774) la realizzazione della cripta nella forma che oggi vediamo. I caratteri architettonici, se comparati a quelli di S. Vincenzo al Volturno e alle basiliche carolinge più o meno coeve, dotate di cripte, ci fanno escludere che la cripta di Trivento possa essere ricondotta al periodo di Arechi II, o addirittura ad un’epoca precedente. La richiamata dedicazione ai santi Nazzario e Celso del 1076 è dunque la straordinaria conferma che anche la cattedrale di Trivento abbia fatto parte di quel grandioso programma di riforma architettonica voluta dall’abate Desiderio di Montecassino […]. E sul carattere normanno degli elementi architettonici della Cripta di Trivento vi è poco da dubitare. [14]

 

 

 

"Cripta di S. Casto" anni Cinquanta
La "Cripta di S. Casto" in uno scatto della fine degli anni Cinquanta dello scorso secolo
 

 

Appare inoltre assai problematico sostenere che questi supposti luoghi di culto pagano, ritenuti dalle autorità ecclesiastiche dell’epoca al pari di “luoghi demoniaci”, abbiano potuto ospitare i resti mortali di martiri cristiani appena qualche anno dopo il cosiddetto Editto di Milano del 313, col Cristianesimo non ancora religione di Stato, benché in essi non via sia rimasta alcuna traccia cultuale significativa (F. Gandolfo, Luoghi dei santi e luoghi dei demoni: il riuso dei templi nel Medioevo, passim).

 

Né gli studi archeologici né quelli storici vengono dunque a sostegno della ricostruzione proposta da mons. Ferrara.

 

 
Municipia romani dell'attuale territorio del Molise
I "municipia" romani dell'attuale territorio del Molise [da Samnium (Catalogo), Roma 1991; elaborazione P. Miscione]
Territorio dei Sanniti a nord del Matese
Il territorio dei Sanniti a nord del Matese: i centri divenuti "municipia" dopo il "bellum sociale" (91-89 a.C.): Bovianum, Sæpinum, Fagifulæ, Terventum; fuori mappa Æsernia, Venafrum e Larinum
 

 

Terventum non poteva essere in alcun modo paragonata per ruolo e importanza a cospicui centri abitati quali erano Larinum – città di antica fondazione, citata innumerevoli volte dalle fonti storiche, ubicata in una zona di frontiera con la Daunia, ed anzi per buona parte della sua storia[15] considerata a tutti gli effetti facente parte di quella entità amministrativa – e Venafrum, posta a guardia di altra zona nevralgica del Sannio Pentro.

 

Altra considerevole realtà urbana era Æsernia, situata in zona strategica per i collegamenti con la Campania e il controllo dell’intera area sannitica. Degli altri municipiaBovianum, Sæpinum, Fagifulæ [presso l’odierna Montàgano (Campobasso)] – si tratta, ad eccezione forse dell’ultimo, di cui assai poco è dato di sapere, di realtà urbane ben più consistenti di Terventum, poste com’erano su strade di notevole importanza quali la Via Minucia, in cui svolgeva un ruolo predominante la transumanza, vista la felice posizione lungo il tratturo Pescasseroli-Candela [su ognuna di esse rimando a G. d’Henry, loc. cit., e ai singoli saggi contenuti nel Catalogo della Mostra Samnium cit., pp. 209-213, 225-228, 233-236, 243-246, 259-260; vd. anche: F. Coarelli-A. La Regina, op. cit., pp. 172-181 (Venafrum), 183-190 (Æsernia), 193-201 (Bovianum), 209-228 (Sæpinum), 298-299 (Fagifulæ); I.M. Iasiello, op. cit., ad voces].

 

Per tutte queste ragioni, non si giustificava di certo, a metà del III secolo, come invece ritiene il Ferrara, l’istituzione della figura di un «diacono incaricato di evangelizzare quell’ambito geoantropico del Sannio Pentro», quando ancora era di là da venire l’evangelizzazione di centri urbani della Penisola molto più consistenti, relegando peraltro alla cura di un semplice suddiacono la ben più importante e strategica Larinum, che, come ammette anche il Ferrara, era «il più importante Municipio Romano del Sannio Appulo-Frentano» (V. Ferrara, La vicenda storica ed archeologica di “Santa Maria di Canneto” sul fiume Trigno, p. 47), realtà amministrativa – ricordiamolo – mai esistita.

 

 
Antichi confini delle diocesi ecclesiastiche dell'attuale Molise
I probabili confini delle diocesi ecclesiastiche, poi delle contee franco-longobarde, ripresi in gran parte da quelli dei "municipia" romani: Larino, Termoli, Trivento (giallo), Boiano, Isernia, Venafro [da Gentile, Il Sannio Frentano, Campobasso 1992]
Diocesi della regio II Apulia et Calabria
le Diocesi dell’antica regio II Apulia et Calabria, fino all’epoca normanna (1071); in evidenza i principali assi stradali
 

 

Il Cristianesimo penetrò in questa parte dell’Italia centro-meridionale lungo le vie di grande traffico, interessando per prime le zone costiere, da dove, seguendo le direttrici dei traffici e dei commerci, raggiunse le città più rilevanti:

 

La cristianizzazione dell’Italia meridionale non fu… né uniforme né rapida, ma dovette seguire un processo lento, graduale e soprattutto differenziato da zona a zona in funzione della rete viaria, dei rapporti con l’esterno, della realtà socio-ambientale, della consistenza e dello spessore della tradizione pagana.[16]

 

Non è nemmeno più ritenuto valido che esistesse un vescovo in ogni civitas, giacché «quasi sempre la diocesi inglobava…  aree anche al di là dei confini territoriali» (ibid., pp. 65-66) di essa. La penetrazione della religione cristiana nelle zone più interne e isolate, che in alcuni casi arrivò a dare vita a diocesi rurali, è un fatto acclarato soltanto a partire dal V secolo (ibid., p. 67).

 

Sbaglia di molto perciò mons. Ferrara nel dipingere un quadro demo-socio-economico che non sta nei fatti, peraltro ampiamente conosciuti dalla storiografia: davvero impresentabile la ripartizione del territorio sannitico-frentano mettendo sullo stesso piano Terventum e Larinum, senza considerare poi l’affidamento a uno dei tre “Fratelli”, in qualità di notaio regionale, dell’intera Apulia, territorio, questo, disseminato di centri urbani relativamente considerevoli e invaso nei periodi di transumanza da sterminate mandrie di capi di bestiame, che vi stanziavano nei lunghi mesi freddi, alimentando in qualche modo anche il culto cristiano, come di fatto avvenne per quello micaelico qualche secolo più tardi; senza voler valutare – cio che è più importante – che esso era ben più avanti nell’opera di evangelizzazione, tanto da indurre le autorità ecclesiastiche dell’epoca a istitutirvi almeno una diocesi già all’inizio del IV secolo.

 

Niente di tutto questo a Terventum, giacché si trattava – lo ricordiamo – di un «centro urbano… piuttosto piccolo» (vd. supra).

 

 
Veduta di Trivento
Veduta di Trivento
 

 

Assai diverso – e lo dico non per spirito di campanile, ma perché così è nei fatti – il caso di Larinum, che in quell’epoca avrà avuto certamente una popolazione urbana di alcune decine di migliaia di abitanti, senza contare il suo fertile e popoloso ager, tale da giustificare la presenza all’interno delle sue mura di un Anfiteatro. E difatti la sua centralità si ritrova anche in epoche di poco successive, quando i Pontefici affideranno proprio ai vescovi di Larino delicati incarichi, da espletare anche al di fuori dei confini della propria diocesi, segno incontestabile del ruolo e del prestigio di cui godevano i presuli larinesi in tutta l’area centro-meridionale (G. Nigro, Il Molise paleocristiano..., p. 99).

 

Si veda ad es. l’affidamento al vescovo Giovanni, da parte del papa Pelagio I (556-561), del compito di impedire che i laici s’intromettessero nel controllo dell’andamento produttivo delle colture «de monasteriis in Lucania et Samnio constitutis» [Ep. 87,in Pelagii I papæ epistulæ quæ supersunt (556-561), edd. P.M. Gassò-C.M. Batlle, Montserrat 1956, pp. 212-213].

 

Nulla di tutto questo, ancora una volta, per Terventum.

 

Per quanto attiene ai rapporti tra i due municipi, essi dovettero essere, allora come ai nostri giorni, del tutto sporadici, per via della posizione geografica che li vede appollaiati su colline poste a dominio di due diverse vallate, incomparabili per fertilità e comodità di transito, non collegati direttamente da alcun tratturo o strada, ed inoltre separati da alti colli: l’imponente Monte Mauro (1042 m), la Serra Guardiola (669 m) e il Colle Marasca (919 m).

 

 
 
 
Valle del Trigno da Celenza
La valle del Trigno da Celenza sul Trigno (Chieti); sullo sfondo gli alti colli che la separano dalla Valle del Biferno
 

 

La questione è negativamente risolta anche da qualificati addetti ai lavori, uno almeno dei quali ritiene che debba considerarsi «“fantasiosa” l’ipotesi avanzata negli anni scorsi, circa il ruolo di Diacono, Suddiacono e Notaio regionale attribuito ai nostri Santi ed i luoghi della loro evangelizzazione»[17].

 

 

Venendo poi all’origine dei nostri Santi Martiri, pur concedendo che essi potessero non essere necessariamente nati nella città frentana, non si vede perché indicarli di provenienza romana; sarebbe più logico pensare, come io ritengo, rifacendomi in qualche modo a quanto sostenuto dal Ricci, che, se proprio si volesse pensare a una loro origine non indigena, siano stati inviati da una località apula posta sulla costa, quali Siponto (G. Otranto, op. cit., pp. 187-202) o Salapia (ibid., pp. 159 ss.), dove il Vangelo venne certamente annunciato tra la fine del III e gli inizi del IV secolo.

 

Appare anzi del tutto ragionevole il ritenere che essi siano stati personaggi ben noti in tutta l’Apulia settentrionale, sicché le vicende legate al loro martirio trovarono in quelle terre vasta eco, tanto che le loro limpide figure sarebbero rimaste a lungo nel ricordo di tutti.

 

Con la fine delle persecuzioni, le loro tombe definitive nella città di Larino, realtà urbana ben collegata coi maggiori centri e luogo di sosta delle mandrie transumanti, sarebbero potute tranquillamente divenire poli di attrazione di devoti di tutta quella parte della provincia romana nonché dei territori contigui ad essa (per questo delicato passaggio cfr. P. Brezzi, op. cit., pp. 84-132). Da qui il furtum delle loro reliquie avvenuto in epoca più tarda, ad opera proprio di popolazioni daune.

 

Ad irrobustire questa ipotesi stanno alcuni fatti incontrovertibili: innanzi tutto l’esistenza di un antico documento, il Martyrologium Hieronymianum (metà del V secolo), che annota un San Casto martire dell’Apulia (G. Mammarella, Da vicino e da lontano, p. 125; Id., Larino Sacra, II, San Severo 2000, p. 68). Non irrilevante inoltre la presenza di due edifici di culto intitolati a due dei nostri Martiri al di fuori del territorio larinate, di cui si ha memoria, a Torremaggiore - chiesa di San Primiano - e a Foiano di Val Fortore - chiesa di San Firmiano -, i quali, benché eretti molto più tardi, ricadevano entrambi nell’antica provincia Apulia et Calabria.

 

 
 
Strade tardoantiche dell'Apulia e siti cultuali dei SS Martiri Larinesi a Foiano di Val Fortore e Torremaggiore
Strade tardoantiche dell'Apulia, con in evidenza i siti cultuali di Foiano di Val Fortore (Benevento) e Torremaggiore (Foggia) [elaborazione P. Miscione]
 

 

Il fatto, dunque, che San Casto sia stato il «diacono incaricato di evangelizzare quell’ambito geoantropico del Sannio Pentro», avente Terventum come principale centro di riferimento non risulta avere alcuna solida base storica.

 

Irragionevole ritenere che i vescovi di Roma s’interessassero, durante il III secolo, che vide almeno due periodi di persecuzione violenta, in cui trovarono la morte quattro di loro, di un misconosciuto municipium dell’appennino sannita, qual era il centro pentro.

 

Ci si riferisce alle azioni anticristiane intraprese da Decio (autunno 249-marzo 251) e da Valeriano (estate 257-fine 259) [L. Hertling-E. Kirschbaum, Le catacombe romane e i loro martiri, pp. 121-129; P. Brezzi, Dalle persecuzioni alla pace di Costantino, pp. 48-62]. È anche vero che dopo di esse la Chiesa beneficiò di un periodo di circa quarant’anni – la c.d. “Piccola pace” –, in cui poté fare proseliti in molte realtà urbane della Penisola italiana; ma ritenere il piccolo e marginale abitato di Terventum in cima ai pensieri della Chiesa romana ovvero dei presuli delle maggiori realtà urbane dell’Italia centro-meridionale, appare cosa del tutto fantasiosa.

 

 

 

Benvenuto di Giovanni di Meo del Guasta martirio di papa Fabiano
BENVENUTO di GIOVANNI di MEO del GUASTA, Martirio di papa Fabiano (1483)
Giuseppe Castellano, S. Lorenzo con il papa Sisto II condotto al martirio
G. CASTELLANO, S. Lorenzo con il papa Sisto II condotto al martirio (1695 ca.)
 

 

Ricordiamo che papa Fabiano (236-250) fu una delle prime vittime della persecuzione di Decio (20 gennaio 250); abbiamo poi Cornelio (marzo/aprile 251-giugno 253), morto in esilio a Centumcellæ [od. Civitavecchia, Roma], ma considerato martire a tutti gli effetti (Cypr., Epist. 61,3 : CSEL III/2, p. 696), al pari di Lucio I (253- 254), che lo seguì nell’esilio (ibid., pp. 695-698); infine Sisto II (257-258), che venne decapitato nel cimitero di Callisto il 6 agosto del 258, insieme a quattro diaconi – Vincenzo, Stefano, Gennaro e Magno (Felicissimo e Agapito subirono il martirio a Pretestato) – mentre predicava ad altri cristiani, durante la persecuzione di Valeriano (Cypr., Epist. 80,1 : CSEL III/2, p. 840). Quattro giorni dopo, il 10 agosto, fu messo a morte l’ultimo dei sette diaconi di Sisto, Lorenzo, e proprio in quell’estate le reliquie di Pietro e Paolo vennero messe in sicurezza nel locus ad catacumbas (poi Basilca Apostolorum, quindi di San Sebastiano) [su questa persecuzione vd. P. Jounel, L’été 258 dans le calendrier romain, in «La Maison-Dieu» 52 (1957), pp. 44-58].

 

 La ricostruzione propostaci nemmeno sta in piedi se si consideri l’incongruità di destinare un diacono ad una regione relativamente poco popolata, com’era quella pertinente al piccolo municipium di Terventum, ed invece solo un suddiacono – Primiano – in un popoloso territorio qual era allora l’Apulia settentrionale – vale a dire il Larinas ager –, col suo capoluogo; problematico, poi, l’affidamento della restante parte dell’Apulia al notaio regionale Firmiano.

 

È utile ribadire che i diaconi erano figure corrispondenti al grado più basso del clero superiore. In quanto diretti assistenti del vescovo i loro compiti erano diversi: sostegno ai poveri, amministrazione dei beni, amministrazione dell’Eucaristia e, se richiesti, anche del sacramento del Battesimo. Spesso erano molto più influenti dei presbiteri, benché di rango inferiore, tanto da essere definiti «orecchio e bocca, cuore e anima» del vescovo [Didascalìa II,44] (K. Bihlmeyer-H. Tüchle, Storia della Chiesa, I. L’Antichità Cristiana, pp. 132-133). I suddiaconi erano gli immediati assistenti dei diaconi (ibid., p. 133).

 

 
Beato Angelico Sisto II consegna al diacono Lorenzo i tesori della Cjiesa
BEATO ANGELICO, Sisto II consegna al diacono Lorenzo i tesori della Chiesa (1447-1448)
Beato Angelico S. Lorenzo distribuisce l'elemosina
BEATO ANGELICO, Il diacono Lorenzo distribuisce l'elemosina (1447-1449)
 

 

Altro elemento assai rilevante che, a mio avviso, relega le asserzioni del nostro Autore alle pure ricostruzioni senza basi solide, è rappresentato dal giorno in cui il martire Casto viene ricordato nel paese di Trivento, che è il 4 luglio.

 

Risulta assai problematico accettare il fatto che, per commemorare uno stesso Santo, ci si trovi, in due centri nemmeno troppo distanti, di fronte a due date diverse: se infatti al martirio di San Casto, accettato come avvenuto il 16 maggio del 304, fossero stati presenti cittadini di Terventum, che si sarebbero poi incaricati di trafugarne le spoglie, non si capisce il motivo per cui non si provvide a ricordarne il dies natalis proprio il 16 maggio e si sentì invece il bisogno di inventarsi un’altra data. Va detto che nella chiesa antica ricordare i martiri proprio in quel giorno era quasi altrettanto fondamentale che farlo solo davanti alle loro tombe (A. Amore, op. cit., p. 240, n. 10).

 

A rafforzare questa logica obiezione sta la circostanza che i Lucerini e i Lesinesi, i quali certamente sapevano del culto reso ai Martiri nella città di Larino, per esservi magari andati a venerarli presso le loro tombe proprio in quei giorni di metà maggio, una volta trafugati i corpi, conservarono tuttavia nel loro atto di venerazione proprio il 15 maggio per entrambi (G.A. Tria, Memorie Storiche…, pp. 745 ss.; G. Mammarella, I Santi Martiri Larinesi, pp. 25 ss.). Eppure il furtum sacrum avvenne ben cinque secoli abbondanti dal martirio!

 

 
Iscrizione del martire Agapito di Præneste
Iscrizione rinvenuta nei pressi della basilica paleocristiana intitolata al martire Agapito di Præneste [od. Palestrina, Roma], indicante il "dies natalis" del Santo: 18 AVG(usti)
 

Riguardo poi alla traslazione collocata nell’anno 304, riporto il giudizio del padre Amore, espresso a confutazione di un analogo evento relativo ai corpi dei Santi Partenio e Calogero deposti nel cimitero romano di Callisto sull’Appia, da taluni ritenuto plausibile proprio in quell’anno:

 

è improbabile, impossibile e direi quasi assurdo pensare che nel 304, quando imperversava la persecuzione di Diocleziano, si sia pensato ad una traslazione di reliquie di martiri nell’ambito dello stesso cimitero; nessun plausibile motivo giustifica una tale traslazione anche perché non consta che in quella persecuzione i cimiteri o i sepolcri dei martiri fossero esposti alla profanazione; d’altra parte se ci fosse stato un tale pericolo si sarebbero dovuti trasferire anche i corpi di tanti altri martiri che certo non erano più protetti e sicuri di quelli di Partenio e Calogero. [18]

 

 A maggior ragione credo sia da ritenersi insostenibile la traslazione da un centro urbano ad un altro, nel medesimo anno 304.

 

 
Arena dell'Anfiteatro di Larino
Veduta dell'arena dell'Anfiteatro di Larino, inaugurato intorno all'81 d.C.
 

 

Si dà poi per storicamente certa, nella ricostruzione presa in oggetto, il martirio avvenuto all’interno dell’Anfiteatro cittadino; ed anzi dalla presenza di un siffatto edificio, avente funzione di «cassa di risonanza», si parte per sostenere la sostanziale marginalità della cittadinanza larinate rispetto all’opera evangelizzatrice dei tre fratelli: l’Anfiteatro era solo a Larino e perciò lo “spettacolo” del martirio doveva avvenire a Larino. Senonché la plurisecolare tradizione parla di morte per decapitazione, unica pena prevista per i cittadini romani, anche se poi il sentire del popolo ha accolto in parte la damnatio ad bestias, che probabilmente interessò altri membri della comunità – i non cittadini – «quorum nomina Deus scit».

   Perdipiù, tenuto conto di quel che si è detto a proposito della differente ripartizione amministrativa tra i due centri (supra), il giudizio e la conseguente condanna mai e poi mai avrebbero potuto accomunare in uno stesso luogo persone provenienti da due realtà urbane distinte. In altre parole, se Casto fosse stato di provenienza triventina, la sentenza di morte avrebbe dovuto essere eseguita in una città capoluogo
almeno pro tempore della provincia Campaniæ, come ad esempio Venafrum, dove sappiamo che esisteva un anfiteatro (oggi conosciuto come il Verlascio). Larinum non avrebbe avuto alcuna competenza sul territorio triventino.

 

 

Infine e soprattutto non sta in piedi, a parer mio, l’avventurosa traslazione a tappe delle reliquie del martire Casto – altrimenti denominate «graduali e provvisorie tappe di avvicinamento», altrove definite «successive sepolture provvisorie» – qui durata a occhio mezzo secolo circa, che sarebbe avvenuta addirittura «silenziosamente e senza scalpore di fatuo ed esteriore trionfalismo» (vd. supra), inaugurando in tal modo un nuovo genere di traslazioni – tutto triventino –, in contrasto con quel che dicono i Padri e le fonti antiche sulle più tarde traslazioni delle reliquie martiriali.

 

Si vedano ad es. le trionfali traslazioni operate da Sant’Ambrogio, che fecero da modello a quelle successive nell’Occidente latino (P. Brown, Il culto dei santi, p. 54).

 

 

 

Philippe de Champaigne Rinvenimento SS Gervasio e Protasio
Ph. de CHAMPAIGNE, Rinvenimento dei corpi dei SS Gervasio e Protasio (1653)
Philippe de Champaigne Traslazione SS Gervasio e Protasio
Ph. de CHAMPAIGNE, Traslazione dei corpi dei SS Gervasio e Protasio (1661)
 

 

Tutto ciò sarebbe avvenuto, stando al Ferrara, all’inizio del IV secolo, quando dappertutto in Occidente era osservata la rigida concezione che voleva quelle spoglie ritenute «più preziose di rare gemme e più pure dell’oro fino» [«τὰ τιμιώτερα λίθων τολυτελω̃ν καὶ  δοκιμώτερα ύπὲρ χρυσίον» (Martyrium Polycarpi 18,2)], non sezionabili, intoccabili e spostate solo in casi eccezionalissimi[19], tanto da obbligare a costruire basiliche votive sulle loro tombe anche in luoghi poco adatti, talvolta asimmetriche rispetto ad esse, che spesso richiedevano la distruzione di altre strutture adiacenti. Così avvenne, ad es., per le basiliche cimiteriali romane di Sant’Ermete sulla Via Salaria vetus, dei Santi Evenzio, Alessandro e Teòdulo sulla Via Nomentana, di San Pancrazio sulla Via Aurelia (S. Carletti, Le antiche chiese dei martiri romani, pp. 18-22; 64-66; 163-164).

 

Pensare a una dissezione di un corpo ritenuto santo nel IV secolo sarebbe stato inconcepibile per la cultura dell’epoca, riluttante a manipolare cadaveri di persone la cui vita era stata di esempio per l’intera comunità (P. Testini, op. cit., pp. 132-135; L. Canetti, op. cit., pp. 28 -29, 42 ss.).

Solo nel VII secolo, con Bonifacio V (619-625), fu consentito che venissero a contatto con mani umane, ma solo se di persone consacrate (F. Cardini, Reliquie e pellegrinaggi, p. 1024).

 

Da qui il divieto di rimuovere quelle sante reliquie, ritenute al pari di «frammenti di eternità» (è la felice definizione di Luigi Canetti), persino dal loro sepolcro, considerato a tutti gli effetti locus religiosus. Solo con Onorio I (625-638) si consentì che le reliquie martiriali – di San Valentino e San Pancrazio – venissero spostate, di pochi metri, per posizionarle sotto gli altari delle basiliche loro dedicate (P. Testini, op. cit., p. 134; per approfondimenti su questi due edifici sacri: O. Marucchi, Il cimitero e la basilica di S. Valentino, Roma 1890; vd. anche S. Carletti, op. cit., pp. 11-15;per S. Pancrazio vd. ibid., pp. 163-164).

 

Per di più, anche la legislazione, sin dal principato di Settimio Severo (193-211 d.C.), aveva posto forti limitazioni alla traslazione dei corpi:

 

Non perpetuæ sepulturæ tradita corpora posse transferri edicto divi Severi continetur, quo mandatur, ne corpora detinerentur aut vexarentur aut prohiberentur per territoria oppidorum transferri.[20]

 

 
Antonio Tempesta Traslazione dei SS Primo e Feliciano
A. TEMPESTA, Traslazione dei SS Primo e Feliciano (1586), affresco. Roma, Basilica di S. Stefano Rotondo
 

 

La ricostruzione presentata dal Ferrara rappresenta pertanto la negazione assoluta del modo in cui era concepito il culto dei martiri nella chiesa primitiva.

 

Difatti, data finalmente la pace alla Chiesa, il culto riservato ai campioni della fede, che avevano testimoniato col loro sangue la fedeltà al Cristo, iniziò a prendere piede ovunque e il mos occidentalis, su cui vigilava l’autorità della Chiesa romana, che proibiva la partizione dei loro Corpi Santi, a vantaggio della venerazione in situ, consentì un flusso di pellegrini verso le tombe venerate che andò via via aumentando, da cui vennero generati santuari rinomatissimi, che diventarono veri e propri motori di una più consapevole evangelizzazione dei territori interessati.

 

La traslazione vera e propria di reliquie o i furta sacra si verificarono con una certa frequenza molto più tardi, allorché venne meno il controllo delle autorità centrali della Chiesa romana, ed anzi anche a Roma si ebbero numerose spoliazioni, a partire soprattutto dal pontificato di Teodoro I (642-649), il quale forse proprio a motivo della sua origine gerosolimitana, orbitante cioè nell’area siro-greca, nella cui concezione non si dava alcun valore alle reliquiæ ex contactu – come il nostro “palio” di San Primiano –, che per secoli avevano preservato le tombe dalle manomissioni, permise che il tradizionale principio della intangibilità dei sepolcri venerati venisse superato [sui furti di reliquie: E. Dupré Theseider, La «grande rapina dei corpi santi» dall’Italia al tempo di Ottone I, Wiesbaden 1964; P.J. Geary, Furta sacra. Thefts of Relics in the Central Middle Ages, Princeton (N.J.) 1978; brevi ma significative annotazioni in G. Luongo, Alla ricerca del sacro. Le traslazioni dei santi in epoca altomedievale, Napoli-Roma 1990, pp. 17-39].

 

Sotto questo Pontefice di origine orientale si ebbero a Roma le prime vere traslazioni, coi resti mortali dei Santi Primo e Feliciano, dal santuario sulla Via Nomentana a quello urbano di Santo Stefano Rotondo (Lib. Pont., I, p. 332; cfr. p. 334; Cod. Top., II, p. 152). A questa prima traslazione seguirono quelle operate sotto Leone II (682-683) per i resti di Viatrice, Faustino e Simpliciano, e quelle sotto Paolo I (757-767), che portò tra le mura aureliane i corpi dei martiri rimasti nei santuari extra-mœnia andati in rovina.

 

 
Traslazione corpo di S. Clemente nell'868, affresco Basilica S. Clemente Roma
Traslazione del corpo di S. Clemente (XI sec.), affresco. Le spoglie mortali del papa, portate dalla Crimea a Roma dai SS Cirillo e Metodio, ritratti ai lati di Niccolò I (ma Adriano II), traslate dal Vaticano alla Basilica urbana di S. Clemente nell'868
 

Solo l’abbandono delle campagne, cagionato dalle invasioni barbariche, ed il rischio di profanazioni e distruzioni – come avvenne, in qualche modo, nel caso dei Martiri Larinesi, in occasione del già ricordato evento dell’842 –, finirono col fare accettare una pratica che in Occidente era stata sempre contrastata (F. Cardini, loc. cit., pp. 1022 ss.).

 

Ultimi tentativi di conservare il culto presso le tombe originarie furono fatti sotto Adriano I (772-795) e Leone III (796-816), i quali restaurarono le costruzioni fatiscenti e ripristinarono il culto liturgico del dies natalis là dove il sito era particolarmnet venerato [P. Testini, op. cit., p. 134; L. Hertling-E. Kirschbaum, op. cit., pp. 42-44; J. Sumption, Monaci santuari pellegrini, pp. 35 ss.; L. Canetti, Frammenti di eternità, p. 45; per approfondimenti sugli interventi manutentivi: L. Spera, Cantieri edilizi a Roma in età carolingia: gli interventi di papa Adriano I (772-795) nei santuari delle catacombe. Strategie e modalità di intervento, in RAC 73 (1997), pp. 185-254].

 

Registriamo comunque che su queste traslazioni – specialmente romane – di reliquie martiriali, vengono sollevati forti dubbi dalla moderna ricerca agiografica (vd. ad es. l’annotazione negativa in A. Amore, op. cit., p. 155, n. 65: «la storia delle traslazioni dei corpi santi dai cimiteri romani è tutta da rifare»; vd. anche p. 174, n. 57).

 

 
Jacopo Tintoretto Trafugamento del corpo di S. Marco
J. TINTORETTO, Trafugamento del corpo di S. Marco (1562/1566). Le spoglie mortali dell'evangelista vennero sottratte da marinai veneziani da Alessandria d'Egitto nell'828
Traslazione del corpo di S. Nicola da Myra a Bari, icona
ANONIMO, Traslazione del corpo di S. Nicola, icona. Sanok (Polonia), Museo storico. Il corpo del Santo vescovo di Myra venne trafugato da marinai baresi nel 1087
 

 

A seguito di questo generale lassismo, si moltiplicarono le divisioni dei corpi, col pretesto che le loro reliquie dovessero essere necessarie per la consacrazione degli altari, e andarono via via aumentando i casi di vero e proprio mercimonio o addirittura i furti di esse, soprattutto a vantaggio di facoltosi privati, come ad es. gli imperatori di Bisanzio, o anche di paesi, per lo più nordeuropei, di più recente evangelizzazione, le cui comunità non disponevano, se non in pochi di casi, di reliquie martiriali.

 

Ricordiamo che proprio all’epoca carolingia risale difatti la cosiddetta “traslazione” delle reliquie di Primiano e Firmiano, operata a vantaggio di Lesina.

 

Aumentata la domanda rispetto all’offerta, per un basilare principio economico, cominciò a verificarsi con incredibile velocità anche il deleterio fenomeno della moltiplicazione delle reliquie, magari autenticate addirittura dalle autorità ecclesiastiche, benché palesemente false, fino ad imbatterci in figure di veri e propri venditori ambulanti di esse, la cui provenienza non poteva che dirsi quantomeno dubbia; e Dio non voglia che il caso triventino ricada proprio in quest’ultima tipologia, riconducibile a quello delle due teste di San Giovanni Battista venerate a Costantinopoli nel V secolo, cui se ne aggiunse ahimè una terza nell’XI, spuntata fuori a Saint-Jean d’Angely [dép. Charente-Maritime], nella Francia centrale; sempre che non si tratti piuttosto della invenzione ex nihilo, di un Santo cioè mai esistito nella località pentra, per cui il tardo culto sarebbe da collegare a un ritrovamento di generiche ossa, così come pure accadeva spesso nel Medioevo (H. Delehaye, Le leggende agiografiche, p. 237).

 

Poteva anche aversi il caso che il culto di un santo fosse alimentato dalla presenza di reliquiæ ex contactu, cioè brandea, ritenute erroneamente reliquiæ ex corpore, prese talvolta addirittura per un corpo intero e di un santo indigeno.

 

La dispersione di frammenti di Corpi Santi in ogni parte delle regioni cristiane comportò spesso la nascita simultanea di più edifici di culto dedicati a uno stesso santo, nei quali poteva capitare che la sua biografia venisse adattata alle tradizioni locali, fino a dar vita a un culto parallelo, in cui il santo straniero diveniva a tutti gli effetti indigeno, benché le sue vicende biografiche non avessero oramai nulla di storicamente fondato, avvolta com’era nella leggenda tutta quanta la sua vita terrena (P. Testini, op. cit., pp. 134-135).

 

Un San Casto, piuttosto leggendario, è ad es. venerato ad Acquaviva, presso San Vincenzo al Volturno (S. Moffa, Martiri del Molise…, p. 106).

 

 
Virginio Monti, Testa del Battista portata in processione per le strade di Roma
V. MONTI, La testa di S. Giovanni Battista portata in processione per le strade di Roma (1906)
 

 

Detto tutto ciò, immaginare un San Casto “itinerante” nel IV secolo, le cui reliquie vengono tranquillamente asportate – ma sareppe più opportuno, data la precocità della supposta prima traslazione (304), parlare di “corpo sezionato” –, contravvenendo a tutte le disposizioni sopra ricordate, senza che ne rimanga traccia nella memoria della popolazione larinate, quindi portate a spasso qua e là per la Frentania meridionale e il Sannio Pentro, manomettendole di fatto non una, ma ben quattro volte nell’arco di poco più di cinquant’anni, proprio nel periodo in cui la religione cristiana si andava affermando come culto di Stato ed iniziava a diffondersi sempre di più il culto martiriale sulle tombe originarie, che dava origine a pellegrinaggi affollatissimi, originatisi anche a molta distanza dalla tomba, non risulta avere alcuna base storica minimamente credibile.

 

Si veda ad es. il culto di San Felice a Cimitile, presso Nola [prov. Napoli], fiorito in special modo allinizio del V secolo su diretto impulso di San Paolino, tributato da pellegrini provenienti da tutta l’Italia meridionale, particolarmente nel suo dies natalis che era il 14 gennaio, così come  attestato in diversi carmina dello stesso Santo nolano (Carmina natalicia, ed. G. Hartel : CSEL XXX, pp. 1-357).


 
 
Stefano Salvetti SS Martiri Larinesi, particolare di S. Casto
S. SALVETTI, Santi Martiri Larinesi (1906), particolare della figura di S. Casto [foto Miscione]
 

 

Le argomentazioni del Ferrara sembrano rientrare, a dire il vero, più che altro nelle pure congetture architettate per far coincidere date che sulla carta apparivano chiaramente incongrue, aggiustando alla meglio tutto un discorso tenuto insieme con parecchia immaginazione, una certa abilità di penna e una buona conoscenza delle fonti, vuoi anche per il particolare ruolo del Prelato. Del resto, piuttosto severe risultano essere le valutazioni sulla ponderosa opera dello storico triventino da parte di qualificati specialisti della materia in cui egli si è cimentato:

 

Vincenzo Ferrara ... non ha ... potuto portare dati concreti a suffragare le sue ipotesi, che prevedono, fra l’altro, l’attribuzione a Terventum di una serie di ecclesiastici menzionati senza riferimenti alla sede negli epistolari papali, e una ricostruzione a volte minuziosa ma completamente ipotetica delle vicende religiose della città. [21]

 

   Lo stesso studioso ribadisce perdipiù una consolidata tradizione circa lorigine della Diocesi triventina e il suo asserito “primo Vescovo”:

 

la presunta antichità della diocesi triventina è da tempo oggetto di discussione e, in mancanza di esplicite testimonianze e nella certezza della inaccettabilità di quanto riportato a questo riguardo nella Vita Sancti Casti, rimangono dubbie tutte le ipotesi, più o meno ragionevoli, sulla sua preesistenza rispetto alle prime notizie sicure nel corso del X secolo.[22]

 
 
S. Casto martire vetrata Cattedrale di S. Pardo
S. Casto martire. Larino, Cattedrale di S. Pardo (XX sec.)
 

 

Che i tre Santi Martiri Larinesi siano stati degli evangelizzatori è del tutto fuor di dubbio; che fossero i capi della comunità è abbastanza probabile, almeno per uno di loro; che la comunità cristiana di Larinum e del suo ager, poi divenuta nucleo della futura sua diocesi, fosse abbastanza cospicua da giustificare una persecuzione appare inequivocabile; che all’interno di essa molti altri abbiano seguito come miti agnellini i loro pastori nell’andare incontro al lupo famelico istigato dagli editti imperiali affiora come la cosa più probabile che si possa sostenere; che il loro ricordo sia vivo nella loro Città è il tributo dovuto a chi col sangue fecondò, in queste contrade inaridite da false credenze e da incancreniti comportamenti immorali, riportatici crudamente dall’Arpinate  che persistono tuttora , la Chiesa di Cristo.

 

Ma per meglio concludere, e più felicemente, faccio mie le parole del papa Giovanni Paolo II, in visita nel Molise il 19 marzo 1983:

 

Affido questi pensieri e questi voti […] ai Santi Martiri Larinesi, la cui intercessione invoco oggi, per voi tutti, perché come loro sappiate vivere con rinnovato impegno le esigenze della fede e della solidarietà umana, di cui essi furono testimoni e campioni esemplari.[23]

 

 

 

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[1] Mons. Ferrara (n. Montefalcone del Sannio, 1933) svolge attualmente l’incarico di Giudice del Tribunale Regionale del Lazio presso il Vicariato di Roma per cause di nullità matrimoniale e, dal 1° dicembre 2009, è anche canonico della Basilica Papale di S. Maria Maggiore.

[2] La storiografia più accreditata riconosce ancora valida l’indicazione del Lanzoni [Le Diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), I, Faenza 19272, rist. anast. Modena 1980, p. 379] circa l’origine della diocesi di Trivento, che la colloca al X sec., in seguito allo spostamento della sede da Alfedena [prov. L’Aquila] (agli anni 494-495 è menzionato un Episcopus civitatis Aufidianæ) [ibid.], che a sua volta – fra la fine del V ed il VI sec. – ne aveva ereditato la funzione dall’antica Aufidena [od. Castel di Sangro, L’Aquila]. Sulla questione vd. comunque M. Matteini Chiari, Terventum, in «QuadTopAnt» VI (1974), p. 160 e n. 2.

[3] V. Ferrara, La vicenda storica ed archeologica di “Santa Maria di Canneto” sul fiume Trigno, in «Archivio Storico Molisano» VII (1983-1984), p. 47.

[4] Id., La Diocesi di Trivento. (Periodo delle origini), Penne 1990, pp. 362 ss.

[5] Ibid., p. 539.

[6] Ibid., p. 536.

[7] V. Ferrara, Il vescovo abusivo,in Storia della Chiesa in Italia, in «Jesus» 2 (1986), p. 570, citato da S. Moffa, Martiri del Molise delle primitive comunità cristiane, in «Almanacco del Molise 1989», II, Campobasso 1989, p. 114.

[8] Id., La diocesi di Trivento tra quelle del Sannio Molisano nel V secolo, in «Almanacco del Molise 1987», II, p. 104.

[9] Id., La cripta ed il battistero paleocristiano di Trivento, Roma 1991, p. 580.

[10] Ibid., p. 623.

[11] Alle pp. 382-383 della sua opera più corposa (La Diocesi di Trivento cit.), il Ferrara annota: «Il “Martirologio Gerolimiano”… annovera per la Regione “Apulia” (Daunia), alla quale apparteneva la Frentania del Sannio con Larino sia dopo la riforma regionale fatta dall’Imperatore Augusto e sia dopo quella correttiva patrocinata da papa San Fabiano, un martire di nome “casto”». Ebbene, che un Vescovo di Roma – in carica dal 236 (Eus., Hist. eccl. VI,29) – ricordato tra le prime vittime della persecuzione di Decio [20 gennaio 250 (B.SS. V, coll. 425-427)], potesse addirittura “patrocinare”, col Cristianesimo ancora perseguito, una riforma amministrativa della Penisola, appare affermazione destituita di ogni fondamento logico e storico. Il Pontefice, in realtà, intorno all’anno 240 si limitò a ricalcare, in ambito ecclesiastico, la suddivisione amministrativa dell’Urbe in 14 regiones, volute dall’Imperatore [le regiones civili erano le seguenti: I Porta Capena, II Cælimontium, III Isis et Serapis, IV Templum Pacis, V Esquiliæ, VI Alta Semita, VII Via Lata, VIII Forum Romanum, IX Circus Flaminius, X Palatium, XI Circus Maximus, XII Piscina Publica, XIII Aventinus, XIV Transtiberim; ogni regio era suddivisa in quartieri (vici) e dotata di un corpo fisso di polizia urbana e di servizio antincendio, dislocato in sette caserme (stationes), ciascuna responsabile di due regiones (R.A. Staccioli, Roma entro le mura, Roma 1979, pp. 19-20; per approfondimenti: F. Clementi, Roma imperiale nelle XIV regioni augustee, Roma 1935)]. Il provvedimento papale fu probabilmente giustificato dal continuo aumento, in numero e in superficie, dei cimiteri cristiani, talché si rese necessaria una suddivisone di compiti mediante la costituzione di sette regioni ecclesiastiche (Lib. Pont., I, p. 148: «regiones divisit diaconibus et multas fabricas per cœmetria fieri iussit»), con un rapporto che parrebbe essere all’incirca di una di esse per due delle regiones augustee. Questa la suddivisone di massima del territorio dell’Urbe nelle sette regioni ecclesiastiche: I – tra la Via Ostiense e l’Appia (regiones civili XII e XIII): Tituli Sabinæ, Priscæ, S. Balbinæ (o Tigridæ), Fasciolæ; II – tra la Via Appia e la Labicana (regiones civili I, II, VIII, X, XI): Tituli Anastasiæ, SS. Quattuor Coronatorum (o Hemilianæ o Nicomedis), Bizantiis, S. Xysti (o Crescientianæ); III – tra la Via Labicana e la Tiburtina (regiones civili III e V): Tituli Eusebii (SS. Marcellini et Petri), Clementis, Apostolorum, Equitii (o anche S. Laurentii o Cyriacæ); IV – ai due lati della Via Nomentana (regiones civili IV e VI): Tituli Praxedis, Pudentis, Vestinæ, Cyriaci, Gaii, Pudentianæ; V – tra la Via Salaria e la Flaminia (regiones civili VII e IX): Titulus Lucinæ (o in Lucinis); VI – tra la Via Aurelia nova e la Trionfale (regio civile IX): Tituli Damasi, Marci, Marcelli; VII – tra la Via Aurelia vetus e la Portuense, fino all’Ostiense (regio civile XIV): Tituli Iulii, Chrysogoni, Cæciliæ [P. Testini, Archeologia Cristiana, Bari 19802, pp. 156-158, 616; per approfondimenti: G.B. De Rossi, La Roma sotterranea cristiana descritta ed illustrata, III, Roma 1877, pp. 514 ss.]. Probabilmente il Ferrara attribuisce erroneamente un provvedimento ecclesiastico che interessò l’Urbe all’intero territorio della Penisola, fraintendendo il significato che in questo contesto romano si conferisce al termine regio.

[12] «La suddivisione augustea rimase in vigore fino al 164, quando l’imperatore Marco Aurelio istituì le regiones iuridicorum, che interessavano l’Italia dalle Alpi alla Calabria ad esclusione dell’urbica diocesis (Roma e il suo territorio circostante per un raggio di cento miglia)» [G. De Benedittis, La Provincia Samnii e la viabilità romana, Cerro al Volturno 2010, p. 10].

[13] Qualche studioso arriva a sostenere che Larino sia sempre stata etnicamente e culturalmente una città dauna e non frentana [E. Salvatore Laurelli, Origine etnica dauna di Larino dalla ricerca di Geografia e Topografia nella Daunia antica, Larino 1992; vd. anche G. De Benedittis, Larinum e la «Daunia settentrionale»,in«Athenæum», 65 III/IV (1987), pp. 516-521, in cui appare chiaro come ormai da secoli i comuni interessi economico-culturali tra Larino e la Daunia si erano andati sempre più consolidandosi, tanto da consigliare l’imperatore Augusto di prendere atto della mutata situazione della città frentana e del suo ager; l’argomento è ampiamente trattato anche in Id. (ed.), Il porto romano sul Biferno tra Storia e Archeologia, Campobasso 2008, passim].

[14] F. Valente, La Cripta di S. Casto nella cattedrale di Trivento (sito web, post 9 luglio 2008)

[15] Ancora al tempo dei Normanni la città faceva parte della Capitanata. Sotto Giuseppe Bonaparte, re di Napoli (1806-1808), Larino venne elevata a sede di uno dei Distretti o Circondari (Mandamenti) della provincia di Foggia, retta da un Sottintendente, avente giurisdizione sui comuni di Larino, San Paolo di Civitate, Termoli, Guglionesi, Serracapriola, Bonefro, Sant’Elia a Pianisi e Colletorto; in seguito la sede fu trasferita a Serracapriola, perché più centrale. La città frentana rimase compresa nella Capitanata ancora per qualche anno, allorquando, durante il regno di Gioacchino Murat (1808-1815), il Distretto di Larino – poi Circondario – venne compreso, con Regio Decreto 4 maggio 1811, nella nuova “Provincia di Campobasso” o “Contado di Molise” di recente istituzione, comprendente i Circondari – poi Mandamenti – di Larino, Casacalenda, Civitacampomarano, Guglionesi, Montefalcone del Sannio, Palata, Santa Croce di Magliano e Termoli, comprensivi di 34 Comuni [G. e A. Magliano, Larino. Considerazioni storiche sulla Città di Larino, Campobasso 1895, rist. anast. Larino 2003, pp. 281-282 e n. (b); A. Magliano, Brevi Cenni storici sulla Città di Larino, Larino 1925, rist. anast. Larino 1986, pp. 70-71; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni. Il Circondario di Larino, IV, Cava dei Tirreni 1952, rist. Campobasso 1985, pp. 154-155; U. Pietrantonio, Considerazioni e Osservazioni su alcune Opere di Storia del Molise recenti e passate, Campobasso 1992, p. 21].

[16] G. Otranto, Italia meridionale e Puglia paleocristiane. Saggi Storici, Bari 1991, p. 23.

[17] Giudizio dell’agiografo Gennaro Luongo, docente di Letteratura cristiana antica presso l’Università di Napoli Federico II, espresso durante il Convegno di studi tenutosi a Larino (7-8 settembre 2004), in G. Mammarella, Da vicino e da lontano, II, Campobasso 2009, p. 134. Il prof. Luongo indica, nell’elenco presentato nel sito dell’Università, la seguente pubblicazione: “I Martiri Larinesi, in Convegno di studi, Larino 7-8 settembre 2004, in corso di stampa”. Tuttavia, da me interpellato circa la reperibilità di questo suo studio, ha così risposto: «Gentile signore, la relazione sui Martiri larinesi sta nel cassetto e quando avrò tempo conto di pubblicarla. In realtà quel convegno non ebbe alcun seguito, che avrebbe sollecitato da parte mia la pubblicazione. Spero di riprenderla quanto prima. Gennaro Luongo» (mail del 20/06/2013). Attendiamo con ansia che qualche benemerito “incaricato d’affari” della Chiesa di Termoli-Larino – ovvero della Comunità pastorale di Larino – si interessi della pubblicazione degli Atti.

[18] A. Amore, op. cit., p. 176.

[19] Rigorosamente parlando, in Roma abbiamo i soli seguenti casi: il ritorno dei corpi di papa Ponziano (230-235) e dell’antagonista Ippolito dalla Sardegna (236 ca.), dove avevano scontato la pena ad metalla, deposti l’uno nella “Cripta dei Papi” del cimitero di S. Callisto sulla Via Appia, l’altro nel cimitero sulla Via Tiburtina che da lui prese nome; la traslazione, nello stesso cimitero (Lib. Pont., I, p. 149), delle spoglie mortali di papa Cornelio (251-253), da Centumcellæ [od. Civitavecchia, Roma], dov’era andato in esilio, su disposizione dell’imperatore Treboniano Gallo (251-253), per morirvi in quel giugno (Cypr., Epist. 61,3.1 : CSEL III/2, p. 696); la traslazione parziale delle reliquie degli apostoli Pietro e Paolo – probabilmente solo la testa di Pietro e qualche altro frammento (P. Testini, Archeologia Cristiana cit., pp. 228-229) –, nel 258 trasferite ad catacumbas – in un cimitero che non apparteneva alla comunità (poi Basilica Apostolorum in catacumbas) – a motivo della persecuzione di Valeriano (257-260); il furto delle reliquie di Silano da parte dei Novaziani, avvenuto prima dell’anno 336, recuperate quasi certamente dal papa Innocenzo I (402-417) e risistemate dal successore Bonifacio I (418-422) nel cimitero della sorella Felicita sulla Via Salaria nova (Lib. Pont., I, p. 227); il trasferimento a Roma dei Quattro Coronati – i militi Clemente, Semproniano, Claudio e Nicòstrato – dalla Pannonia (prima del 354), deposti sulla Via Labicana (poi Casilina) nel cimitero ad duas lauros, dedicato ai SS Marcellino e Pietro, e solo in seguito traslati nel Titolo del Celio che da loro prese nome (G.B. De Rossi, op. cit., III, p. 561); il ritorno a Roma del corpo di Quirino, vescovo di Siscia [od. Sziszek, Ungheria], tra la fine del IV e l’inizio del V sec., deposto in un mausoleo dietro l’abside della basilica Apostolorum, nel cimitero ad catacumbas sulla Via Appia (B.SS., X, col. 1333; G.B. De Rossi, op. cit., II, Roma 1867, pp. 120-121). Tutti avvenimenti giustificati dalla eccezionalità della situazione politica o da un fatto accidentale, quale poteva essere un furto, ovvero dalla considerazione che i corpi dei martiri pannonici e degli esiliati da Roma non erano ancora perpetuæ sepoltura tradita. Va da sé che l’esempio di Roma fece scuola in tutto l’Occidente, e possiamo solo enumerare le invenzioni fatte da S. Ambrogio dei SS Gervasio e Protasio a Milano (386) [Ambr., Epist. 77; Paul. Mediol., Vita S. Ambrosii 14,2; vd. anche H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 19332, pp. 75-78], delle reliquie dei SS Vitale e Agricola a Bologna (393) [Paul. Mediol., Vita S. Ambrosii 39] e la traslazione di quelle dei SS Nazaro e Celso, due anni dopo (ibid., 33).

Le prime traslazioni note furono operate in Oriente, dove il mos græcorum era più lassista in materia: nel 351, quella del corpo di S. Babila, vescovo di Antiochia, per volere del cesare Flavio Gallo (351-354), dal cimitero cristiano all’esterno delle mura cittadine in un santuario del malfamato sobborgo di Dafne, dove aveva sede un famoso oracolo di Apollo, con l’intento di stroncarne il culto [Soz., Hist. eccl. V,19; Greg. Naz., Contra Iul. I,25 : PG XXXV, col. 552]; delle reliquie dei SS Timoteo, Andrea e Lino nell’Apostoleion di Costantinopoli per ordine dell’imperatore Costanzo II (356-357) [J. Sumption, Monaci cit., p. 35]; l’invenzione del corpo di S. Stefano a Caphar-gamala, presso Gerusalemme, nel 415, le cui reliquie furono condotte in Occidente dal presbitero Orosio e disperse – vista l’eccezionalità del personaggio (il protomartire) – fra diverse comunità d’Oriente e d’Occidente (Gennad., Vir. inl. 40; vd. anche H. Delehaye, Les origines cit., pp. 80-81; J. Sumption, op. cit., pp. 33-34). In Oriente, questa pratica impose l’emanazione di una specifica legislazione (Cod. Theod. IX,17,7), tesa a proibire, talvolta senza successo, la traslazione delle reliquie (per un quadro sintetico sull’argomento vd. P. Testini, Archeologia Cristiana cit., pp. 132-135, 610).

[20] Ulpian., Dig. XXVII, 12,3,4.

[21] I.M. Iasiello, Samnium. Assetti e trasformazioni di una provincia dell’Italia tardoantica, Bari 2007, p. 140, n. 475.

[22] Ibid., p. 139.

[23] S. Moffa, art. cit., p. 114.

 
 

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Commenti: 1
  • #1

    M.T., Trivento (lunedì, 10 agosto 2015 21:02)


    Leggendo questo suo saggio, così ben documentato, mi viene da pensare che probabilmente il nostro caro mons. Vincenzo Ferrara ha calcato la mano, lì dove non era il caso, ed ha creato un'agiografia "prêt-à-porter" ad uso e consumo di noi Triventini. Leggo infatti anche di questo giudizio così severo, sul di lui lavoro, espresso dal prof. Gennaro Luongo di Napoli e dallo storico Iasiello: me ne dispiaccio. Però se il San Casto che veneriamo qui in paese non c'entra niente con il Santo larinese, mi chiedo da dove provengano le sue reliquie. Auspico che qualche studioso delle nostre parti, armato di buona volontà e di più oneste vedute, sappia trovare una degna soluzione alla questione.

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