Un “figlio della perdizione” di duemila anni fa


 

Significativo il fatto che su questa strada di salvezza siano transitati, un secolo prima di Cristo, la morte di un fanciullo e il dolore di una madre, istigati già da allora da una Donna impudica e potente che persuase al crudele atto un satanico padre larinate, aduso ad immettere veleno nel sangue delle sue vittime, somministrandolo nei calici di vino dati loro da bere; e che proprio assumendo veleno in un pezzo di pane troverà la morte (72 a.C.; cfr. Gv 13,27). Ce lo riporta, nei minimi dettagli, Marco Tullio Cicerone, nella sua orazione che ci fa rivivere quei tragici fatti che interessarono lantica Larinum romana:

 

alter autem eius filius Papia natus Teani, quod abest ad Larino XVIII milia passuum, apud matrem educaretur, arcessit subito sine causa puerum Teano, quod facere nisi ludis publicis aut festis diebus antea non solebat. Mater misera nihil mali suspicans mittit. Ille se Tarentum proficisci cum simulasset, eo ipso die puer, cum hora undecima in publico valens visus esset, ante noctem mortuus et postridie ante quam luceret combustus est. Atque hunc tantum mærorem matri prius hominum rumor quam quisquam ex Oppianici familia nuntiavit. Illa cum uno tempore audisset sibi non solum filium sed etiam exsequiarum munus ereptum, Larinum confestim exanimata venit et ibi de integro funus iam sepulto filio fecit. [...] Itaque nubit Oppianico continuo Sassia lætanti iam animo et spe optime confirmato, nec mirum quæ se non nuptialibus donis sed filiorum funeribus esse delenitam videret. Ita, quod ceteri propter liberos pecuniæ cupidiores solent esse, ille propter pecuniam liberos amittere iucundum esse duxit.[1]

 

 

Ma giusto cent’anni dopo questi sciagurati accadimenti, sarebbe intervenuta la Divina Misericordia. Historia magistra vitæ sosteneva sempre lArpinate nel De oratore (II,9,36). La storia dunque si ripete ...

 

Annotiamo che questa madre addolorata era la figlia di C. Papius Mutilus, comandante supremo dei Sanniti durante il bellum sociale (91-88 a.C.), morto suicida nell’anno 80 a.C. proprio a Teanum Apulum, dinanzi alla porta posteriore della casa della moglie Bassia, che lo aveva respinto perché proscritto (Licinian. XXXVI,10; Liv., per. LXXXIX)[2].

 



[1]  [A Teano di Apulia, città distante da Larino 18 mila passi, (scil. Oppianico) aveva un altro figlio nato da Papia, che veniva allevato presso la madre. Improvvisamente e senza ragione fece venire questo figlio da Teano, cosa che prima non aveva mai fatto se non in occasione di giochi o in giorni festivi. Non sospettando di nulla, la madre lo mandò. Ed ecco che, mentre egli fingeva di partire per Taranto, il fanciullo, che all’undecima ora del giorno era stato visto in buona salute sulla pubblica via, prima di annottare morì, e l’indomani, prima che facesse giorno, fu cremato. Tanta sciagura fu annunciata alla madre dalla voce pubblica prima che qualcuno del servidorame di Oppianico glielo comunicasse. E quella, avendo saputo in un solo istante che le era stato portato via non solo il figlio ma anche il modo di rendergli il tributo dei funerali, venne subito e senza fiato a Larino, ed ivi fece un nuovo funerale al figlio già seppellito. (...) Così Sassia poté andare sposa ad Oppianico con animo che, se già prima era lieto, era allora confermato in questa letizia dalle maggiori speranze; né ci si può meravigliare, dato che essa si vedeva colmata, non di regali di nozze, ma di funerali di figli. Così, mentre di solito la gente diviene avida di danaro per i figli, quegli trovò che fosse causa di letizia perdere i figli per il danaro] (Cic., Cluent. 9,27-28, ed. G. Pugliese, Milano 1972, pp. 90-93; vd. anche Introduzione, p. 29 e § 61,169; 62,173 per la morte di Oppianico, che Cicerone tende a far passare per morte naturale).

[2] La gens Papia era originaria del municipium di Aufidena [od. Castel di Sangro, L’Aquila] (A. La Regina, C. Papius C. f. Mutilus imp., in Samnium. Archeologia del Molise, edd. S. Capini-A. Di Niro, Roma 1991, pp. 149-152).

 

 

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