Il “refrigerium”

 

Secondo alcuni studiosi, il verbo refrigerarẻ̉ναψύχειν), da cui il termine refrigeratio (α̉̉ναψυχή, α̉̉νάψυξις), significa «ravvivare la memoria». Si tratta di una forma cultuale antica, perciò di origine pagana (epulum), consistente nel festeggiare i martiri, all’interno delle loro memorie o basiliche, consumando una libazione di vino o una vera e propria colazione o anche un banchetto anniversario (agape).

Nelle invocazioni funerarie esso si esprimeva come augurio di condivisione al banchetto celeste, a dissetarsi alla fonte della vita (cfr. Sal 36,10; Gv 7,37; Ap 7,17). Nelle opere letterarie prevale il significato di «riposo», «quiete», «pace», mentre in qualche caso il senso realistico originario si trasforma in augurio di beatitudine eterna, di godimento nell’aldilà.

 

   Emblematica è la testimonianza di San Paolino di Nola, il quale racconta come il popolo credeva che il defunto godesse realmente al momento del contatto col vino: «… ignoscenda tamen puto talia parvis | gaudia quaæ ducunt epulis, quia mentibus error | inrepsit rudibus; nec tantæ conscia culpæ | simplicitas pietate cadit, male credula sanctos | perfusis halante mero gaudere sepulchris» [Le loro rozze menti sono ancora preda dell’errore… si ingannano credendo che i santi godano se i loro sepolcri siano cosparsi di vino olezzante] (Carm. XXVII,563-567 : CSEL XXX, p. 287; trad. it. A. Ruggiero in Nola crocevia dello spirito, Nola 1982, pp. 110-111).

 

Per celebrare il rito si costruirono vere e proprie cellæ, per il servizio funebre e per i banchetti in onore dei morti; talvolta venivano approntate specifiche mensæ presso le tombe venerate. Si veda, ad esempio, la cosiddetta «Triclia» – che significativamente si traduce con «sala da pranzo» –, un pergolato coperto costruito nelle adiacenze dei resti mortali dei Santi Pietro e Paolo presso il cimitero ad catacumbas, dove furono traslati nell’estate del 258 a seguito della persecuzione di Valeriano (L. Hertling-E. Kirschbaum, Le catacombe romane e i loro martiri, pp. 89 ss; A. Prandi, La tomba di S. Pietro…, pp. 405 ss.; Id., Sulla ricostruzione della «mensa martyrum» nella Memoria Apostolorum in Catacumbas, pp. 345-353; S. Carletti, Le antiche chiese dei martiri romani, pp. 90 ss.; P. Testini, Archeologia Cristiana, pp. 222-230; per approfondimenti: F. Tolotti, Memorie degli Apostoli in Catacumbas, Città del Vaticano 1953).

 

La pratica venne a cadere a partire dal VI secolo; in Oriente si protrasse fino al XIII (L. Hertling-E. Kirschbaum, op. cit., p. 89; P. Testini, Le catacombe cristiane di Roma, pp. 39-46; Id., Archeologia Cristiana cit., pp. 141-146, 407; più addentro all’argomento: J. Janssens, Vita e morte del cristiano negli epitaffi di Roma anteriori al sec. VII, pp. 285-293; E. Chalkia, Le mense paleocristiane, passim; per le rappresentazioni artistiche di questi banchetti: V. Fiocchi Nicolai-F. Bisconti-D. Mazzoleni, Le catacombe cristiane di Roma, pp. 108-112).

 

Nella cultura locale larinese il rito potrebbe essere riconducibile alle modalità della festa del patrono San Pardo, il giorno 27 maggio, quando i “carrieri” e le loro famiglie tengono un pranzo all’aperto nei pressi del cimitero, dove hanno ricondotto il simulacro ligneo di San Primiano, come a voler ricordare l’antico pranzo con i propri defunti e in particolare con i Martiri loro concittadini.

Altra antica usanza similare è il cosiddetto «r’cùnzele», un pasto in uso fino a pochi decenni fa, preparato dai parenti più prossimi del defunto per la sua famiglia, che forse potrebbe essere più propriamente derivato dall’antico rito romano del silicernium, un pranzo funerario che si teneva dopo la sepoltura, o dal novemdiale che, nove giorni dopo la tumulazione, segnava il ritorno della famiglia nella società.

 

 

Così Sant’Agostino riporta un episodio capitato a sua madre Santa Monica, a proposito di questo significativo rito:

 

Itaque cum ad memorias sanctorum, sicut in Africa solebat, pultes et panem et merum attulisset atque ab ostiario prohiberetur, ubi hoc episcopum vetuisse cognovit, tam pie atque obœdienter amplexa est, ut ipse mirarer, quam facile accusatrix potius consuetudinis suæ quam disceptatrix illius prohibitionis effecta sit. Non enim obsidebat spiritum eius vinulentia eamque stimulabat in odium veri amor vini, sicut plerosque mares et feminas, qui ad canticum sobrietatis sicut ad potionem aquatam madidi nausiant; sed illa cum attulisset canistrum cum sollemnibus epulis prægustandis atque largiendis, plus etiam quam unum pocillum pro suo palato satis sobrio temperatum, unde dignationem sumeret, non ponebat, et si multæ essent quæ illo modo videbantur honorandæ memoriæ defunctorum, idem ipsum unum, quod ubique poneret, circumferebat, quo iam non solum aquatissimo, sed etiam tepidissimo cum suis præsentibus per sorbitiones exiguas partiretur, quia pietatem ibi quærebat, non voluptatem. Itaque ubi comperit a præclaro prædicatore atque antistite pietatis præceptum esse ista non fieri nec ab eis qui sobrie facerent, ne ulla occasio se ingurgitandi daretur ebriosis, et quia illa quasi parentalia superstitioni gentilium essent simillima, abstinuit se libentissime et pro canistro pleno terrenis fructibus plenum purgatioribus votis pectus ad memorias martyrum afferre didicerat, ut et quod posset daret egentibus, et si communicatio Dominici corporis illic celebraretur, cuius passionis imitatione immolati et coronati sunt martyres.[1]

 

 

Non mancavano gli eccessi nel bere, come ben si desume dalle parole di Sant’Ambrogio, il quale rimprovera coloro «qui calices ad sepulcrum martyrum deferunt, atque illic ad vesperum bibunt et aliter exaudiri posse non credunt» (De Elia et ieiun. 17 : PL XIV, col. 719). Ugualmente dice il vescovo di Pavia Ennodio, esprimendo il suo sarcasmo contro quanti gozzovigliavano nei lauti banchetti funebri: «Comvivæ miseri, luctus deposcite multos: | Prandia tot venient, funerea quot fuerint» [Pregate, o miseri convitati, per molti lutti; verranno tanti pranzi quanti saranno i funerali] (Carm. 2,28 : MGH, Auct. ant. VII, ed. C. Vogel, Berolini 1885, p. 136).

 

Non infrequente, ahimè anche ai nostri giorni, una simile evenienza durante il pranzo dei “carrieri” e loro famiglie nei pressi del cimitero, il giorno 27 maggio, ultimo del triduo in onore del patrono San Pardo.

 

 

 

Bibliografia:

 

Ambrosius, De Elia et ieiunio 17 : PL XIV

Augustinus, Confessiones VI, ed. P. Knöll : CSEL XXXIII

S. Carletti, Le antiche chiese dei martiri romani, Roma 1972

E. Chalkia, Le mense paleocristiane. Tipologia e funzioni delle mense secondarie nel culto paleocristiano, Città del Vaticano 1991

Ennodius Ticinensis, Carminum liber 2, ed. C. Vogel : MGH, Auctores antiquissimi VII, Berolini 1885

V. Fiocchi Nicolai-F. Bisconti-D. Mazzoleni, Le catacombe cristiane di Roma. Origini, sviluppo, apparati decorativi, documentazione epigrafica, Regensburg 20022

L. Hertling-E. Kirschbaum, Le catacombe romane e i loro martiri, Roma 1949, rist. anast. Roma 1996, trad. it. [Die römischen katacomben und ihre Martyrer, Wien 1950]

J. Janssens, Vita e morte del cristiano negli epitaffi di Roma anteriori al sec. VII, Roma 1981

Paulinus Nolanus, Carmen XXVII, ed. G. Hartel : CSEL XXX

A. Prandi, Sulla ricostruzione della «mensa martyrum» nella Memoria Apostolorum in Catacumbas, in «Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia» 19 (1942-1943), pp. 345-353

A. Prandi, La tomba di S. Pietro nei pellegrinaggi dell’età medievale, in Pellegrinaggi e culto dei Santi in Europa fino alla 1ª Crociata. Atti del IV Convegno del Centro di studi sulla spiritualità medievale, Todi 1963, pp. 283-447

P. Testini, Le catacombe e gli antichi cimiteri cristiani in Roma, Bologna 1966

P. Testini, Archeologia Cristiana, Bari 19802

F. Tolotti, Memorie degli Apostoli in Catacumbas, Città del Vaticano 1953



   [1] Aug., Confes. VI,2 : CSEL XXXIII, pp. 114-115. Riporto, per maggiore intellegibilità, la traduzione in Italiano, presa da questo magnifico sito: «Un giorno mia madre, secondo un'abitudine che aveva in Africa, si recò a portare sulle tombe dei santi una farinata, del pane e del vino. Respinta dal custode, appena seppe che c'era un divieto del vescovo, lo accettò con tale devozione e ubbidienza, da stupire me stesso al vedere la facilità con cui condannava la propria consuetudine anziché discutere la proibizione del vescovo. Il suo spirito non era soffocato dall'ebrietà né spinto dall'amore del vino a odiare il vero, mentre i più fra i maschi e le femmine all'udire il ritornello della sobrietà vengono assaliti dalla nausea che prende gli ubriachi davanti a un bicchiere d'acqua. Quando portava lei il canestro con le vivande rituali da distribuire agli intervenuti dopo averle assaggiate, poneva davanti solo un calicetto di vino diluito secondo le esigenze del suo palato piuttosto sobrio e per riguardo verso gli altri; e se erano molte le sepolture dei defunti che così si volevano onorare, portava intorno quell'unico, piccolo calice da deporre su ogni tomba, e in quello condivideva a piccoli sorsi con i fedeli presenti un vino non solo molto annacquato, ma anche molto tiepido. Alle tombe infatti si recava per devozione, non per diletto. Perciò, una volta informata che il predicatore illustre, l'antesignano della devozione aveva proibito di eseguire quelle cerimonie anche sobriamente, per non dare ai beoni alcuna occasione d'ingurgitare vino e per la grande somiglianza di quella sorta di parentali con le pratiche superstiziose dei pagani, se ne astenne ben volentieri. In luogo di un canestro pieno di frutti terreni imparò a portare alle tombe dei martiri un cuore pieno di affetti più puri. Così dava ai poveri quanto poteva, anche se a celebrarsi era la comunione del corpo del Signore: perché i martiri s'immolarono e furono coronati a imitazione della passione di lui».

 

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