La “statio” liturgica

 

La statio liturgica prendeva inizio da una chiesa denominata colletta (gr. σύναξις), in cui veniva raccolta la massa dei fedeli e del clero, per poi procedere alla chiesa stazionale prevista, che era quasi sempre posta in un cimitero extraurbano, in cui si custodivano le spoglie di un martire. Clero e popolo vi si recavano preliminarmente in una sorta di pellegrinaggio a corto raggio (cfr. E. Cattaneo, La «statio» piccolo pellegrinaggio, pp. 248, 250, 259).

 

Le messe stazionali furono significative funzioni della liturgia romana, celebrate specialmente nel tempo di Quaresima, in uso fin dal IV secolo, ed enormemente potenziate dal papa Gregorio Magno (590-604), che così ne spiegava il successo:

 

Hi itaque qui de nullo suo opere confidunt, ad sanctorum martyrum protectionem currunt, atque ad sacra eorum corpora fletibus insistunt, promereri se veniam, eis intercedentibus, deprecantur.[1]

 

Alla sua iniziativa anche il particolare carattere penitenziale e di supplica dato alla statio, così da avvicinarla ancor di più a un pellegrinaggio vero e proprio:

 

… genua flectitis, pectus tunditis, voces orationis ac confessionis emittitis, faciem lacrymis rigatis.Sed pensate, quæso, petitiones vestras; videte si in nomine Iesu petitis, id est si gaudia salutis æternæ postulatis. In domo enim Iesu, Iesum non quæritis, si in æternitatis templo importune pro temporalibus oratis. Ecce alius in oratione quærit uxorem, alius petit villam, alius postulat vestem, alius dari sibi depræcatur alimentum. Et quidam cum hæc desunt, ab omnipotenti Deo petenda sunt. Sed meminisse continuo debemus quod ex mandato ejusdem nostri Redemptoris accepimus:“Quærite primum regnum Dei et justitiam eius te hæc omnia adiicentur vobis (Mt 6,33)”.[2]

 

 

 La parola statio voleva emulare il comportamento coraggioso, quasi militaresco dei martiri (cfr. Tert., De orat. XIX,5 : PL I, col. 1181: «Statio de militari exemplo nomen accepit, nam et militia Dei sumus»). Gregorio Magno era solito fare uso di espressioni riconducibli a questo significato, come a ricordare il fermarsi dopo un lungo cammino, stando ben saldi: «ad martyrum tumbam consistimus» (Hom. XXVII, basylica S. Pancratii : PL LXXVI, col. 1210); «Sancti isti, ad quorum tumbam consistimus» (Hom. XXVIII, basylica SS. Nerei et Achillei : PL LXXVI, col. 1212); «ad sanctorum Martyrum corpora consistimus» (Hom. XXXII, basylica SS. Processi e Martiniani : PL LXXVI, col. 1237).

 

La statio veniva talvolta effettuata in due momenti separati: durante la vigilia della festa e nel giorno proprio della solennità, durante il quale più evidenti si facevano gli aspetti folcloristici della sacra funzione, anche in ragione della maggiore affluenza di tutte le classi sociali (E. Cattaneo, loc. cit., p. 259).

 

Così S. Paolino di Nola descrive la basilica stazionale di S. Felice a Cimitile (Carm. XIV,101-103): «sic nox splendor diei | fulget et ipsa dies cælesti inlustris honore | plus nitet innumeris lucem geminata lucernis». Questo tipo di luminaria era di uso assai frequente e si svolgeva seguendo un ben preciso iter: quando il corteo processionale raggiungeva il luogo della statio, con i ceri infissi sulla croce portata dai chierici veniva alimentato il fuoco delle numerose lampade di una grande corona sospesa all’ingresso del presbiterio. In seguito prevalse l’uso del c.d. “faro”, un globo di bambagia ornato di palme simboleggianti il martirio, la cui fiamma abbondante rappresentava una sicura attrattiva per il popolino (E. Cattaneo, loc. cit., p. 257).

 

L’usanza sopravvisse in altri rinomati santuari della Cristianità: si veda ad es. la basilica dell’apostolo Giacomo a Compostella che, in piena notte, «è rischiarata come una luminosissima giornata di sole» [sermone Veneranda dies del Cod. calixt. (I,17)].

 

 

 

Bibliografia:

 

J.F. Baldovin, The Urban Character of Christian Worship. The Origins, Development and Meaning of Stational Liturgy, Roma 1987

E. Cattaneo, La «statio» piccolo pellegrinaggio, in Pellegrinaggi e culto dei Santi in Europa fino alla 1ª Crociata. Atti del IV Convegno del Centro di studi sulla spiritualità medievale, Todi 1963, pp. 245-259

A. Chavasse, La liturgie de la ville de Rome du Ve au VIIIe siècle, Roma 1993, pp. 231-246

Il Codice callistino, 1ª ed. it. del Liber Sancti Jacobi-Codex calixtinus (sec. XII), (Studi e Testi 3), trad. it. V.M. Berardi, Perugia-Pomigliano d’Arco 2008

Le Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, I, Paris 1955, pp. 244-246

G. Löw, sub vocem Stazione liturgica, in «Enciclopedia Cattolica», XI, Città del Vaticano 1953, coll. 1291-1297

Chr. Morhmann, Statio, in «Vigiliæ Christianæ» 7 (1953), pp. 221-245

J. Sumption, Monaci santuari pellegrini. La religione del Medioevo, Roma 1981­

 

 

 

 


[1] Greg. Magn., Mor. in Job XVI,LI : PL LXXV, col. 1151.

[2] Greg. Magn., Hom. XXVII : PL LXXVI, col. 1208.

 

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