« A là ce nà bella conca marina »

 

Dobbiamo considerare che per quegli antichi pellegrini provenienti dal Larinate la «conca marina», nascosta alla vista perché posta al di là del promontorio del Gargano e degli ultimi rilievi dauni, rappresentava l’“ombelico” del mondo conosciuto, che difatti, vista dalla sommità prossima alla Sacra Grotta, abbracciava tutto l’orizzonte, ponendosi come centro attorno al quale gravitavano le terre abitate.

 

   Non dobbiamo quindi meravigliarci di quale fosse la sorpresa di quei viandanti – che si rinnova in parte ancora oggi – di fronte allo spettacolo di una distesa d’acqua che, per deformazione prospettica, assume una forma quasi perfettamente circolare, richiamando alla mente proprio una «conca» ovvero un «capace vaso di terracotta dall’imboccatura larga, usato, specialmente un tempo, per fare il bucato» (definizione presa da Il Nuovo Zingarelli. Vocabolario della Lingu Italiana, Bologna 198311), quindi per «lavare».

 

   Lo stesso termine assume peraltro un significato leggermente diverso, volendo denominare assai significativamente un’«anfora di rame a due manici, con una strozzatura verso la bocca, tuttora usata in alcune campagne per attingere acqua alla fontana» (ibid.); cfr. al riguardo Gv 4,13: «Gesù le risponde (scil. alla Samaritana): “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” ».

 

 


Golfo di Manfredonia, estate
Golfo di Manfredonia, autunno
Il golfo di Manfredonia - la "conca marina" - in due vedute: l'una estiva, l'altra autunnale [foto Miscione]
 

 

L’espressione «conca marina» appare esclusivamente nella seconda versione presa in esame (I,34); nella prima compare un più generico «accanto alla marina» (II,8). Si potrebbe quindi ritenere che, al momento della composizione della prima variante – «accanto alla marina» e versi collegati – era già andato perduto un chiaro collegamento col pellegrinaggio al Gargano nella memoria collettiva; difatti identica espressione viene anche usata per indicare l’abitato di Termoli: «e Santo Vàsolo accanto a la marina,» (I,32), che d’altronde compare – «E Santo Vasilo accanta la marina» – anche nell’altra lezione (I,24); e proprio la differenziazione presente in quest’ultima credo ne indichi un più consapevole legame col pellegrinaggio al Gargano.

 

Pertanto la versione della “Carrese di San Pardo” in cui è «accanto alla marina» sarebbe in realtà posteriore alla seconda, della quale possiamo presumere una redazione ancora più antica, non pervenutaci, redatta probabilmente in un dialetto fortemente contaminato da barbarismi e in cui sopravvivevano latinismi.

Difatti, osserviamo che anche ai nostri giorni si assiste a un continuo adattamento del testo della “Carrese” alle mutazioni del dialetto larinese (si tende, ad esempio, a sostituire l’articolo determinativo «lu», cioè «il/lo», non più in uso, con «’u», adoperato attualmente).

 

Che la seconda versione sia più antica della prima è provato, credo, anche dal fatto che in essa non compare mai il termine «carrese» – significando un riferimento altro –, che è invece presente, seppure un’unica volta, nella prima [«nui volimo laudà co sta carrese» (I,34)].

 

Ricordiamo inoltre che versi del tutto simili ai nostri, che raccontano cioè del pellegrinaggio micaelico, sono presenti nella carrese di San Martino in Pensilis, dove ancora si fanno corse dei carri trainati da buoi. Qui però il testo è molto più breve e non presenta quelle caratteristiche di “stazionalità”, cantandosi tutto in uno stesso luogo. Mancano inoltre i riferimenti a temi quali l’«altare maggiore», il «pallio», la «benedizione», il «carro d’amore», la «compagnia», la lotta contro «la Turchia», il riferimento specifico al mese di «Maio».

 

Manca ancora e soprattutto una chiara e compiuta strutturazione teologica. Significative anche le differenze di esecuzione, prima fra le quali l’uso di pause nell’emissione vocale (cfr. A.M. Cirese, I canti popolari del Molise, II, pp. 85, 87 e n. 501, 88-90 e n. 502; Aa.Vv. Due laudate meridionali cit., pp. 21-22, 77 ss., 87, 116-118; D. e G. Doganieri, San Leo nella storia e nel folklore, pp. 67-68, 165-166).

 

Non si è perciò molto lontani dal vero se si afferma che la carrese sanmartinese è derivata da quella larinese, e non viceversa, essendone palesemente un adattamento. Ciò risulta piuttosto chiaramente per la ragione che la traslazione del patrono San Leo – conseguenza del sisma del 1125 [«ob terræmotum frequentium magnitudinem» (G.B. Pollidoro, Vita et antiqua monimenta Sancti Pardi… , App., p. 83), che distrusse il monastero di San Felice, dove le sue spoglie riposavano –  è assai più tarda: «non prima del 1154 e non oltre il 1182» (D. e G. Doganieri, op. cit., p. 46).

 

La corsa dei carri di San Martino avrebbe sostituito i pellegrinaggi alla tomba di San Leo, principiando «verso la fine del 1100» (ibid., p. 69), data questa che è successiva alla traslazione del corpo di San Pardo (842), per non parlare di quella che ritengo sia la vera origine della carrese, cioè il culto liturgico dei Martiri Larinesi e il pellegrinaggio al Gargano, che ebbe origine già alla fine del V secolo.

 

Così già il Pollidoro sulla corsa dei carri di San Martino in Pensilis:

 

in sua memoria (scil. di San Leo) sogliono il giorno prima della vigilia della medesima, con pia, e divota emulazione condursi i Massari a correre co’ loro Carri, e ’l primo che entra la porta dell’abitato suole avere la prerogativa di portare il Pallio, che corrono il giorno della Festa, e chiamano il Carro Trionfale, ben adornato, e parato nobilmente.[1]


 

 

Bibliografia:

 

Aa.Vv., Due laudate meridionali. Le “carresi” di Larino e San Martino in Pensilis, Campobasso 1984

A.M. Cirese, I canti popolari del Molise, II, Rieti 1957, pp. 85-91

D. e G. Doganieri, San Leo nella storia e nel folklore, Pescara 1992

G.B. Pollidoro, Vita et antiqua monimenta Sancti Pardi Episcopi, et Confessoris in Cathedrali Templo Larinensi quiescentis… , Romæ 1741

G.A. Tria, Memorie Storiche Civili, ed Ecclesiastiche della Città, e Diocesi di Larino Metropoli degli Antichi Frentani... , Roma 1744, rist. Isernia 1989

 

 


[1] G.B. Pollidoro, op. cit., App. p. 110; vd. anche G.A. Tria, Memorie Storiche…, p. 789; altre notizie in ibid., pp. 165, 777.

 

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