Il “Santo Pellegrino” nella Grotta garganica di San Michele


SANTO PELLEGRINO

Ricostruzione P. Miscione

Basilica-Grotta di S. Michele

(XIII sec. ca)

home

  ralascio, in queste brevi considerazioni, analisi di ordine stilistico, tante sono le differenze di questo tipo tra il Santo Pellegrino e la Madonna delle Grazie rappresentati nella “Cava delle pietre”, che subito balzano agli occhi – ieratico e piatto il primo, elegante e a tutto tondo la seconda –, che ci porterebbero a ritenere che il nostro bassorilievo sia stato scolpito in un’epoca anteriore rispetto al secondo (fine del XIV secolo), tanta è la differente caratterizzazione, specialmente per quanto riguarda i lineamenti del volto del nostro Santo.  
 

   Questa impronta stilistica è giustificata dalla Calò Mariani – se effettivamente il suo giudizio si riferiva anche al nostro rilievo – come «tendenza divergente e in qualche modo regressiva»[1], ma che più semplicemente potrebbe essere spiegata, come fa in qualche modo l’Angelillis[2], se riferita al fatto che la mano che ha scolpito il nostro Santo non fu la stessa, visto che potrebbe aver operato almeno un secolo addietro; e infatti in didascalia arriva a datare il rilievo al IX secolo. Tuttavia questa collocazione temporale credo vada subito scartata, visto che, come si dirà oltre, si hanno immagini di pellegrini nell’iconografia soltanto dopo l’XI secolo.

 

A sostegno di riferimenti altri rispetto a quelli cortesi della Francia tre-quattrocentesca, credo sia di una qualche utilità il confronto con alcuni bassorilievi, venuti alla luce negli ultimi decenni, ma di tratto palesemente più arcaico rispetto al nostro – benché vi traspaia una certa somiglianza –, rappresentanti l’Aghion Mandylion, rinvenuti su alcuni conci della torre quadrata del Castello della stessa Monte Sant’Angelo, che la nostra Autrice data all’VIII-IX secolo, i quali «richiamano la scultura molisana, i cui mezzi espressivi, semplificati all’estremo, procedono ancora nel XII secolo dal medesimo sostrato medievale (v. S. Maria di Canneto a Roccavivara; S. Maria della Strada a Matrice)»[3].

 

  Più recenti studi divergono sensibilmente da questo giudizio ed hanno notevolmente posticipato la datazione di questi reperti, collocandoli nell’ambito del XIII secolo[4], permettendo, soprattutto a motivo dei tratti fisionomici – la barba a due punte, i capelli percorsi da incisioni e a punta ricurva – «di supporre una committenza legata al mondo slavo»[5].

 

 

Santo Pellegrino e Mandylion

 

 

Quel che mi pare probabile, ad ogni caso, è che lo scultore garganico che ha inciso il nostro Santo Pellegrino abbia avuto bene in mente il rilievo del Volto di Cristo scalfito all’interno della torre del Castello cittadino e che, più o meno volutamente, ad esso si sia rifatto, benché i suoi mezzi tecnici ed espressivi siano palesemente più raffinati. Del resto, questa analogia venne certamente ravvisata da uno storico dellarte tedesco dellOttocento, che arrivò ad identificare il nostro Santo come «antica immagine di Cristo con il libro in mano[5bis].

 

Specialmente il raffronto col Santo Mandylion inciso sul concio, ancora in opera, sullo stipite meridionale del vano di accesso alla Cappella del Castello (fig. in alto, a destra), sempre all’interno della torre quadrata, credo presenti una certa affinità, specialmente nella resa degli occhi. Vi si può osservare, difatti, tutta la difficoltà dello scultore nel vincere la piattezza della superficie e dare vividezza a una parte fondamentale del volto; caratteristiche, queste, che ritroviamo anche nel nostro Santo Pellegrino, dove peraltro la quasi perfetta equivalenza e simmetria delle orbite contraddice l’inquadratura in leggero scorcio della figura; anomalia, questa, che pure si replica nella parte inferiore del volto, con bocca, baffi e barba – biforcuta, ma in modo assai meno evidente che nel Mandylion – in pressoché perfetta corrispondenza speculare. 

 

 

Iconografia jacopea

 

 

Ma passiamo a considerare l’identificazione del personaggio ritratto nel nostro rilievo, in cui alcuni hanno voluto riconoscere, come si è visto, San Giacomo il Maggiore.

 

Specifichiamo, in via preliminare, che le raffigurazioni di San Giacomo apostolo in veste da pellegrino appaiono assai frequentemente lungo le vie di pellegrinaggio[6] che collegavano il santuario di Galizia con Roma, Costantinopoli e i porti d’imbarco per la Terra Santa, e pertanto non si ha alcuna difficoltà ad ammettere che una rappresentazione in rilievo all’interno del Santuario garganico – tappa intermedia e tuttavia significativa dei pellegrini europei verso Gerusalemme – sia del tutto giustificata.

 

Ciò nondimeno mi pare di poter dire che il Santo Pellegrino in questione – purtroppo incompleto, probabilmente a causa di qualche picconata di troppo data da un distratto cavatore – non rappresenti inconfutabilmente San Giacomo di Compostella (di Galizia, come a volte è denominato), così come parrebbe a prima vista.

 

 

Ciò è dimostrabile, a parer mio, partendo proprio dalla considerazione che la piccola conchiglia[7] scolpita sulla borsa appare del tutto inadeguata[8] a caratterizzare un tipo iconografico ben conosciuto; difatti il rilievo non presenta, in modo inequivocabile, alcuno di quei caratteri iconografici[9] propri del Santo compostellano, specialmente se ritratto, come in questo caso, con l’habitus peregrini, peraltro in un luogo assai distante dal suo ambito ispanico tradizionale: la veste corta, per camminare liberamente nel lungo viaggio; il cappello a falde larghe per ripararsi dagli agenti atmosferici, spesso con la tesa rialzata sulla fronte (pétaso); la cappa o la schiavina per proteggersi dal freddo; la bisaccia di pelle, per riporre le poche cose necessarie nel viaggio; la zucca[10], sostenuta da una cordicella legata a sua volta al bordone, in cui tenere acqua o vino per dissetarsi.

 

 

Nel nostro rilievo della Cava, nemmeno sono presenti quei caratteri del Santo Matamoros[11], alfiere soprannaturale, ovvero Miles Christi, intercessore e vessillo della ribellione della Spagna al dominio islamico. Inoltre il bordone crociato non ha la forma tipica di quello del pellegrino diretto a Compostella; nel Pórtico de la Gloria della Cattedrale galiziana, ad esempio, il Santo appoggia le mani su un corto bordone terminante con il Tau[12]; altre volte esso ha un’estremità a pomolo rotondo, che spesso si replica lungo il fusto del bordone. Il lungo bastone crociato, in definitiva, non appare dunque essere affatto una caratteristica di San Giacomo pellegrino.

 

 

Anche quelle poche ma significative raffigurazioni iconografiche di San Giacomo in ambito pugliese, seppure presentino quasi tutte, come nel nostro caso, il Sacro Libro che il Santo regge nella sinistra nonché la veste lunga, divergono per altri particolari più caratteristici delliconografia jacopea, quali il bordone col gancio al quale è appesa la conchiglia (pala del Vivarini nella Basilica di San Nicola a Bari), che diventano due, cucite sulla pellegrina (statua litica di Altamura), cui si aggiunge pure il pétaso calato sulle spalle (tela con Madonna con Bambino, tra i Santi Anna, Giovanni Battista e Giacomo a Mola di Bari), oppure agganciato al tipico bordone a due pomi (affresco nella chiesa di Santa Maria di Giano a Bisceglie)[12bis].  

 

 

Venendo allarea garganica, che più ci interessa da vicino, registriamo la presenza di due affreschi di San Giacomo pellegrino nella chiesa di Santa Maria di Devia a Sannicandro Garganico; l’uno, risalente al XIII secolo, che lo ritrae come apostolo, con la spada, simbolo del suo martirio; l’altro, datato al XV secolo, in cui è raffigurato in vesti da pellegrino, col bordone e la conchiglia, unici elementi visibili[13]. Sappiamo, inoltre, dell’esistenza di un antico monastero dedicato a San Giacomo Maggiore[14], con annessa chiesa rupestre, appartenente al movimento eremitico pulsanese, posto in agro di Monte Sant’Angelo, a poco più di due chilometri dall’abitato, ora inglobato nella chiesetta campestre dell’Incoronata. Tuttavia, le superstiti rappresentazioni dell’Apostolo non hanno alcuna analogia con il nostro rilievo rupestre.

 

 

 

Iconografia jacopea in ambito pugliese

 


   Nel nostro caso garganico,
per di più, per l’attribuzione tipologica riferita al Santo galiziano sembrano prospettarsi difficoltà di ordine cronologico, benché sulla datazione – come abbiamo visto – esistano diverse opinioni. Ciò è dovuto al fatto che fino all’XI secolo[15] non risultano esservi raffigurazioni di San Giacomo pellegrino, essendo assodato che le prime rappresentazioni di questo tipo hanno avuto origine soltanto durante il periodo romanico[16], allorché, assurto il pellegrinaggio in Galizia a vero e proprio viaggio penitenziale per antonomasia, l’Apostolo in abiti da pio viandante[17] diventò sempre più il protettore e il modello del penitente, sulla scia di analoghe rappresentazioni di Cristo stesso, effigiato appunto in vesti di pellegrino ideale diretto verso Emmaus[18], coi suoi discepoli alla sua sequela. Solo in seguito, alle caratteristiche iconografiche del generico pellegrino, si unirono altri particolari più propriamente compostellani[19], del tipo sopra ricordato.

 

Per contro, sappiamo che anche le prime raffigurazioni[20] di generici pellegrini e pellegrinaggi non si possano collocare anteriormente all’XI secolo, per di più inquadrate in ambito monastico[21].

 

   Si può quindi sostenere con buone ragioni che il nostro Santo, pur essendo rappresentato, per via del bastone e della conchiglia[22], come pellegrino, non è chiaramente riconoscibile come San Giacomo il Maggiore, figlio di Zebedeo, protomartire[23] tra i Dodici. D’altronde di questo avviso è almeno uno degli autori citati sopra.

 

 

Santo Pellegrino

 

 

E allora chi potrebbe essere?

 

In questa fase, considerati i problemi di accessibilità alla Cava delle pietre , non è stato possibile scattare fotografie in grande dettaglio né a grande risoluzione e con opportuna illuminazione. Le immagini fotografiche che è stato possibile realizzare – leggermente deformate a motivo del punto di visione basso – sono comunque sufficienti a che sia possibile impostare un discorso abbastanza esaustivo, teso a dimostrare come tutto l’apparato iconografico della Cava altro non sia se non una visualizzazione in pietra del trinomio salvifico medievale homo-angelus-Deus, ovvero, tenuto conto della particolare ubicazione del Santuario angelico, un percorso di salvezza dal sangue all’acqua – dal sacrificio al lavacro – prima di arrivare al Monte sacro a Dio.

 

Il Santo – dice l’Angelillis, che scriveva più di mezzo secolo fa, quando le condizioni del rilievo erano meno danneggiate – presentava un mantello rosso[24], cosa che lo qualifica senz’altro come martire; i galloni d’oro che decorano il mantello vogliono rappresentare lo splendore e la purezza della prima delle virtù teologali, la fede, testimoniata col martirio, che sola può permettere l’intendimento del messaggio della salvezza derivante dalla Croce. Regge, con la mano sinistra, un libro, il Vangelo, che ce lo fa ritenere chiaramente un evangelizzatore, un diacono[25] o forse un presbitero.

 

Un martire pellegrino, dunque.

 

Ma a questo punto, ci porremmo fondatamente il dubbio se per caso non sia possibile il riferimento a qualche martire di quelle terre daune, perciò piuttosto noto nel Santuario garganico.

 

Ora noi sappiamo che in Capitanata i martiri cui, nel corso dei secoli, è stato attribuito un significativo culto, sono i seguenti: Stefano e Agata, venerati a Siponto, cui era dedicata una basilica «iuxta præfatum litus Adriatici sinus»[26]; Felice e Donato di Herdonia[27], il cui culto cadde rapidamente nell’oblio, tanto da farvi ritenere irrilevante la loro memoria, anche a livello figurativo-architettonico; Eleuterio[28], vescovo di Æecæ, ma che sarebbe stato martirizzato a Roma; il martire adolescente Potito[29] di Ascoli Satriano.

 

Nessuno di loro – vuoi per il sesso, l’età giovanile, la funzione episcopale – presenta caratteristiche iconografiche minimamente riconducibili a quelle espresse nel nostro rilievo.

 

    Tornando perciò ad esaminarlo, vediamo che nella mano destra il nostro Santo impugna un bastone[30] crociato da pellegrino[31] al quale tiene legata, mediante una cordicella, una borsa. Tuttavia parrebbe – stando almeno a quanto è possibile vedere ad occhio nudo dalle immagini fotografiche reperite in loco – che in origine il bordone presentasse un lungo fusto a due nodi – un tipo che facilitava l’impugnatura – e che solo in seguito, intorno al nodo estremo, sia stata incisa una irregolare terminazione a croce, appena abbozzata, così come riporta l’Angelillis – «reca… nella destra un bordone crociato» – che di certo avrà avuto modo di studiare il rilievo de visu.

 

 

Iconografia di pellegrini

 

 

Per quanto riguarda la borsa[32] da viandante, ricordiamo che nell’età medievale essa era indicata con termini quali scarcella o capsella o anche pera[33], spesso del tipo floscio, mentre qui appare rigida e quadrangolare, come se si trattasse di una cartella del tipo adoperato dagli scolari. In alto al centro, al di sopra della ribalta che ne chiude la bocca, è scolpita in leggero rilievo, come già detto, una piccola conchiglia. Una linguetta s’infila all’interno di una fibbia trapezoidale; il tutto è bordato, nella parte inferiore, da una fascia incisa da solchi verticali, come sfrangiata.

 

L’iconografia dei pellegrini medievali ci riporta tutta una casistica, in cui l’uso di tenere legata la borsa al bordone è alquanto raro, soprattutto se essa è indeformabile, anche se va detto che questa raffigurazione è tuttavia, in qualche sporadico caso[34], presente. Il tipo denominato elemosiniera, perché in origine serviva a raccogliere l’obolo per le elemosine, di forma quadrata o trapezoidale, divenne oggetto indispensabile in cui si metteva tutto ciò che faceva comodo avere a portata di mano. Pendeva dalla cintura, alla quale intorno al Mille si era soliti legarla, per mezzo di un nodo scorsoio o con le stesse strisce o nastri che ne chiudevano la bocca.

 

Un tipo leggermente diverso, più riconducibile al nostro, era la scarsella[35], adoperata da messaggeri e pellegrini, talvolta anche per tenervi denaro o cose preziose o anche – nel caso in cui a portarla fossero messaggeri – i sigilli del signore locale. Presentava la ribalta passante sopra la cintura, cui al bisogno poteva venire agganciato anche un coltello. Il modo di portarla ben stretta alla cintola ovvero ad armacollo, oltre a soddisfare esigenze di sicurezza, evitava il possibile sbilanciamento nell’incedere del passo. L’inconveniente sarebbe stato del tutto prevedibile, tanto più se, com’è in questo caso, essa fosse stata piuttosto rigida e nemmeno annodata ben stretta, bensì allacciata, o meglio semplicemente appesa a una corda attorcigliata intorno a un poco efficace ingrossamento sferico del bastone – un nodo –, che certamente non sarebbe stato sufficiente a sostenere alcunché di peso anche medio, di certo non una borsa da viaggio; senza considerare il nodo precario che l’avrebbe fatta facilmente scivolare a terra.

 

Al limite, come già ricordato, al bastone si poteva legare ben stretta e giusto in cima una zucca vuota[36], per contenere bevande, per lo più vino, visto che durante il viaggio era prudente non bere acqua di cui era sconosciuta la provenienza. All’occorrenza, esso disponeva di un robusto gancio cui appenderla. Qualche pellegrino più propriamente jacopeo usava agganciarvi la conchiglia. È lecito chiedersi quale sarebbe stata la velocità di andatura di un pellegrino equipaggiato con un bordone[37] e una borsa da viaggio del tipo raffigurato nel nostro rilievo.

 

 
Vescovo benedice bisacce e bordoni
Vescovo che benedice le bisacce e i bordoni, miniatura di un pontificale, ms. 565, f. 175bis. Lione, Biblioteca municipale
 

 

Ricordiamo che per il pio viandante il bastone, oltre ad essere di ausilio nei movimenti per migliorare le prestazioni e smorzare la fatica, rappresentava anche uno strumento di difesa contro serpi e animali selvatici, oltreché – in caso di estrema necessità – anche di difesa personale contro malintenzionati; ma, su un piano diverso, voleva significare la «terza gamba sulla quale appoggiarsi… la fede nella santissima Trinità, nella quale si deve perseverare[38] per addivenire alla vittoria sul male, reso concreto da qualsivoglia ostacolo[39] si fosse presentato lungo il viaggio, dipendesse dall’inclemenza del tempo o dal deterioramento delle strade; talvolta voleva assumere persino il significato del legno della Croce, in cui erano riposte le speranze di salvezza del pellegrino penitente. Avere in consegna il bordone serviva quindi come esortazione «a purificarsi dalle… colpe con la confessione, e a proteggere il… cuore e le membra ricorrendo frequentemente al simbolo della santa Trinità contro gli inganni e le illusioni demoniache»[40]. Da questa simbologia[41], talvolta portata a sottigliezze fin troppo ardite, derivava l’uso di far benedire[42] il bastone, al pari della bisaccia, prima di mettersi in cammino.

 

 

Il nostro Santo, che non si avrà difficoltà a riconoscere come martire, in qualunque modo si voglia leggere il significato del suo bordone e della sua borsa, si reca in trascendente pellegrinaggio al Santuario micaelico del Gargano, per raggiungere la definitiva dimora; ha risposto in modo convinto alla domanda Mikhā’ḗl, fa ritorno alla Casa del Padre per sciogliere il suo voto, ed è sicuro di essere accolto, visto che ha dato il sangue per testimoniare la fede.

 

In maniera non molto dissimile, d’altronde, cioè raffigurato in veste[43] da pellegrino, è stato ritratto proprio quel San Giacomo di Galizia – non a caso martire anch’egli – col quale il nostro Santo è stato da taluni scambiato. E come in quel caso l’Apostolo «figlio del tuono»[44] assumeva lo spirito e persino l’abito dei fedeli che si recavano al suo Santuario galiziano per rendergli omaggio, rimanendo a loro unito per essere di ausilio[45], così sarebbe pure in quest’altro, col nostro Santo martire pellegrino; e in effetti proprio la conchiglia e il bordone, che spesso qualificano l’iconografia del Santo di Compostella, rappresentano un sicuro parallelismo tra il nostro tipo e quello galiziano, ben più noto e studiato.

 

 

Iconografia del pellegrinaggio micaelico

 

  

   Che non si tratti di un pellegrinaggio al Gargano[46] di un qualsivoglia Santo pellegrino è anche testimoniato, a parer mio, dal fatto che non appare alcuno di quei simboli che connotavano il bordone del pio viandante diretto al San Michele d’Apulia, che di solito era ornato da un pennacchio piumato[47] o anche da un ramoscello di pino d’Aleppo[48] – le cosiddette mazzaredde – spesso segnato da tante tacche quanti erano i pellegrinaggi compiuti, pur essendo provato che del bastone crociato si faceva solitamente uso, benché spesso si tendesse a personalizzarlo[49].

  

    Si rileva, per contro, che esso è della foggia che tuttora possiamo apprezzare nella città di Larino, durante la sfilata dei “palii” di San Primiano nei giorni 3 e 15 maggio, benché la vulgata li voglia semplicemente definire come «lunghe aste di legno sulla cui sommità sono posti drappi multicolori e multiformi»[50]. La ricostruzione proposta altrove, in riferimento all’uso del pallio, appare, come abbiamo visto, del tutto conforme all’utilizzo che si faceva dei bordoni, cui si giustapponevano solitamente i simboli del pellegrinaggio[51].

 

 
Santo Pellegrino "Cava delle pietre" Grotta S. Michele sul Gargano
Il rilievo superstite [foto Miscione]

Particolari del Santo Pellegrino

     

Il bastone crociato


Tipi di "palii" vecchi e nuovi

 

 

Un martire pellegrino, dunque. Appare assai suggestivo un possibile collegamento, percepibile al primo sguardo – ma trattasi, me ne rendo conto, soltanto di unipotesi, anche se da approfondire – col simulacro ligneo di San Primiano che si venera a Larino, anche se assai posteriore (forse primo quarto del secolo XVIII[52]): il lungo mantello rosso pieghettato e orlato d’oro, i capelli lunghi e scriminati, la barba; tutti particolari fisionomici ribaditi, in buona parte, in altre raffigurazioni seriori del Santo, quali l’incisione realizzata da Giovanni Petroschi a metà Settecento, a mo’ d’illustrazione per il libro del Tria[53], o anche il quasi coevo reliquiario cesellato, realizzato per contenere i resti del nostro Santo in quel di Napoli, nella Cappella del Tesoro della Ss.ma Annunziata, i quali si basavano - vogliamo crederlo - su una tradizione iconografica, a torto o a ragione, consolidatasi nel tempo. Anche laffresco che compare sulla volta della medesima Cappella, opera del Corenzio e allievi (1597-1599), difatti anticipa significativamente i lineamenti del simulacro ligneo settecentesco, tuttora venerato. Verifichiamo, diversamente, che la tradizione lesinese lo raffigura imberbe.

 

   Salta poi subito agli occhi il modo tutto particolare in cui quella borsa si sostiene al bastone crociato, con quel tipico ingrossamento tondeggiante – un nodus – atto a reggere la cordicella attorcigliata, così come si usa fare ancora oggi con gli attuali “palii”, almeno quelli più tradizionali.

 

 

Iconografia di S. Primiano

 

 

Si noterà poi l’espediente compositivo che fa anteporre la mano destra del Santo alla cordicella, per impedire che questa coprisse una parte importante della figura del Martire, quella che impugna il bordone, forse la più importante in assoluto, visto che le sue dita serrate lo vincolano irrevocabilmente alla strada che ha scelto di percorrere, che s’inerpica lungo il Monte sacro a Dio, dove lo attende la salvezza e la visione beatifica del suo Signore.

 

Neanche possiamo escludere, a dirla tutta, che siano esistite, in un passato più o meno remoto, immagini venerate del nostro San Primiano che lo ritraevano proprio con il pallio in mano, così come è descritto piuttosto esplicitamente nella cosiddetta Carrese di San Pardo[54] – che abbiamo visto in realtà era in origine riferita al culto dei Santi Martiri Larinesi –, anche se qui è «Lu Salvatore» che lo regge, senza che però ciò precluda un naturale accostamento tra il Martirio di Cristo e quello del nostro Santo.

 

 

Negli anni 303-304, al tempo cioè della persecuzione di Diocleziano, durante la quale Primiano e i suoi fratelli di fede trovarono il martirio, a seguito dell’assetto amministrativo imposto da Augusto tra il 9 e il 14 d.C., che era stato sostanzialmente confermato – benché solo dal punto di vista territoriale – da quello voluto dai Tetrarchi sul finire del III secolo, Larino continuava ad essere una florida civitas apula e i suoi rapporti con le altre città circonvicine erano certamente intensi, a cominciare proprio da quelle poste lungo l’asse viario che portava a Siponto[55]. Non è da escludere che il nostro Primiano abbia svolto una qualche opera di evangelizzazione anche nelle città sorelle più prossime, o che dai presuli di queste prendesse direttive e da dove, giacché ben conosciuto, oltre cinque secoli dopo la sua morte sarebbero arrivati i trafugatori.

 

L’evento successivo dell’Apparizione dell’Arcangelo Michele sul monte Gargano non poteva che alimentare anche il culto dei martiri, visti appunto come primo gradino – quello più comprensibile dalla mente umana – verso il traguardo finale cui ogni battezzato aspira. Il movimento di popolo al Sacro Speco del Gargano, lungo una ben precisa via di comunicazione, avrebbe spontaneamente creato le condizioni favorevoli a che anche la devozione verso i martiri cristiani trovasse un naturale incremento.

 

D’altronde non è sconosciuta alla storiografia[56] la diffusione del culto di uno o più martiri lungo un ben precisa strada, anche a parecchie miglia di distanza dal luogo in cui era la loro tomba, magari agevolata dalla cessione di una pur minima reliquia[57], che dava origine a racconti, talvolta assai fantasiosi, legati alle loro vite o alle circostanze in cui si svolse il loro martirio, così da generare un’agiografia legata a una via di comunicazione ben definita, nella quale si ritrovavano scene e soggetti analoghi, talvolta identici, proprio perché localizzati lungo lo stesso itinerario sacro. Capitava così che lungo le strade di pellegrinaggio s’incrociassero leggende, persone, santi e martiri di provenienza diversa, talvolta anche collocati in differenti periodi, per ridare vita in una maniera forse più romanzata, alle vicende religiose di una data zona geografica.

 

Si può così agevolmente spiegare la presenza di un edificio di culto dedicato a San Primiano, risalente al principio del XIV secolo, nel territorio dell’attuale Torremaggiore[58] [prov. di Foggia], località posta in prossimità dell’arteria che da Larino conduceva a Siponto, come pure non è da escludersi che altri ve ne siano stati in passato, anche in luoghi più distanti dalla città frentana. Parimenti trova spiegazione la presenza di una chiesetta dedicata a San Firmiano – in piedi fino al 1160, quando un incendio la distrusse – nei pressi di Foiano di Val Fortore [prov. di Benevento], località che non avrebbe molto a che vedere con Larino da un punto di vista strettamente geografico, ma che era posta proprio su una delle direttrici che collegavano il Gargano con Benevento[59] e il cui vicino monastero benedettino di Santa Maria di Gualdo Mazzocca[60] avrebbe ben potuto dare assistenza materiale e spirituale ai pellegrini in transito da e per Monte Sant’Angelo.

 

Alla luce di queste considerazioni – la diffusione del culto dei Santi Martiri Larinesi lungo una molteplicità di sacri itinerari[61] diretti al Gargano –, trova una spiegazione ancora più logica come e perché essi fossero ben conosciuti a Lucera e a Lesina, da dove più tardi sarebbero arrivati coloro i quali avrebbero perpetrato il furtum sacrum o “traslazione” che dir si voglia.

 

 
Strade di pellegrinaggio al Gargano
Ricostruzione degli antichi itinerari altomedievali che portavano al Santuario di S. Michele sul Gargano [dis. P. Miscione, basato su descrizione in Aa.Vv., Itinerari in Puglia tra arte e spiritualità, Roma 2000]
 

 

È storicamente provato[62] che proprio Larino fosse scelta come luogo di sosta dalle frotte di pellegrini provenienti dal nord Italia e dall’Europa settentrionale[63] che, soprattutto in prossimità delle due ricorrenze di maggio[64] e settembre, si mettevano in cammino per raggiungere la Montagna sacra all’Arcangelo, percorrendo la Via Litoranea che lasciava la costa a Histonium[65]. La città frentana si trovò quindi proprio come imbocco a quella direttrice che portava al Gargano, denominata in seguito Via Sacra Langobardorum, che proprio i Longobardi vollero fosse disseminata di xenodochia, per quei tempi piuttosto confortevoli, associati quasi sempre a insediamenti monastici, specie benedettini, che nella loro azione cercarono sempre di favorire e proteggere, allo scopo di stabilizzare i loro possedimenti e promuoverne lo sviluppo socio-economico.

 

Va detto che il passaggio a Larino[66] era pressoché obbligato, mentre a cominciare dalle successive tappe di Teanum Apulum ed Ergitium[67] già esisteva la possibilità di scegliere un percorso pedemontano, attraverso la piana del Tavoliere, per giungere a Siponto e inerpicarsi quindi alla volta di Monte Sant’Angelo lungo la Strata Peregrinorum, in compagnia di altre fiumane di penitenti provenienti da Benevento e oltre, ovvero raggiungere il Santuario garganico immettendosi nella via mediana che passava per la valle di Stignano (San Severo, San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo, Sant’Egidio) o ancora mettersi in cammino un po’ più a nord, lambendo i due laghi di Lesina e Varano (Ripalta, San Nazario, Cagnano Varano, Carpino). Si ha motivo di pensare che la maggior parte dei pellegrini provenienti dal Larinate preferisse la prima direttrice – la Via Litoranea –, quella cioè che portava a Siponto lambendo il massiccio garganico, così com’è descritto in modo sufficientemente chiaro nella cosiddetta Carrese di San Pardo.

 

Per Larino, dunque, si doveva in ogni caso transitare. Di certo, a quei penitenti in sosta nei dintorni della città o proprio all’interno delle sue mura, non sarà sfuggita l’occasione di visitare la basilica dei Santi Martiri Larinesi, per venerare le reliquie di tre campioni della fede in essa custodite e dove il rito del pallio si ripeteva ciclicamente; ed anzi si ha motivo di credere che proprio il monastero benedettino – già eretto nel 726 – adiacente all’antico edificio di culto paleocristiano, potesse disporre di una struttura assimilabile in qualche modo a un ospizio[68] per pellegrini, così come capitava in altre edifici monastici[69] tenuti dai figli di San Benedetto, proprio lungo quel sacro itinerario che conduceva al Gargano, al fine di dare loro assistenza spirituale[70] e materiale[71].

 

Non sarà senza dubbio sfuggito a quei penitenti, ospitati a poca distanza dalle tombe dei Martiri, il modo in cui quei drappi per lo più del colore del sangue venivano legati in cima ai bordoni e come quei viandanti provenienti dal territorio di Larino si accompagnassero nel viaggio penitenziale, fino al cospetto dell’Arcangelo; tanto che qualcuno di loro avrà forse mostrato il desiderio di imitarli e si sarebbe avvicinato alla confessio per calare fino a quei resti mortali un pezzo di stoffa messo a disposizione forse dagli stessi monaci[72] o anche preso dalla propria bisaccia, così da poterlo annodare in cima al proprio bastone e con quello proseguire il viaggio fino al Monte.

 

Con ciò non si vuole dimostrare incontrovertibilmente che il nostro Santo Pellegrino raffiguri San Primiano ovvero uno dei Martiri Larinesi, quanto piuttosto porre l’accento sul fatto che certamente esso rappresentava plasticamente il modo in cui alcuni pellegrini – non sappiamo bene di quale provenienza e men che meno quanti – sfilavano per le strade della Città dell’Angelo fino a discendere nella Sacra Grotta, vale a dire accompagnati da un bastone crociato della foggia riprodotta nel rilievo, con un nodus al di sotto della croce, attorno al quale veniva attorcigliata una cordicella che terminava con una borsa quadrangolare piuttosto rigida. Un aspetto, si vuole dire, non molto dissimile da quello mostrato, ai nostri giorni, nei cortei di fanciulli che incedono per le strade cittadine, coi loro“palii” multicolori, nei giorni 3 e 15 maggio, per onorare San Primiano e i suoi fratelli Martiri Larinesi, benché nel nostro caso il drappo di stoffa sostituisca la borsa da pellegrino.


    Verrebbe tuttavia facile volgere il pensiero a un ex voto proveniente da un devoto di Larino, murato su una parete dalla Cava. Appare non del tutto infondato ritenere che il nostro rilievo riproducesse abbastanza fedelmente i caratteri iconografici dell’epoca relativi al martire Primiano, anche in virtù della somiglianza stilistica con tipi scultorei provenienti dallarea molisana (vd. supra).

 

 
"Cava delle pietre" attuale
"Cava delle pietre": situazione attuale dei rilievi rupestri [foto Miscione]
"Cava delle pietre" originaria
Ricostruzione dell’aspetto originario delle sacre immagini; il trinomio salvifico "homo-angelus-Deus" rappresentato dal Santo Pellegrino, dall’icona dorata di S. Michele e dalla Madonna delle Grazie [ricostr. P. Miscione]
 

 

Il fatto poi che la nostra effigie scolpita nella pietra facesse da pendant alla più antica icona dell’Arcangelo Michele presente nel Santuario (VIII-IX secolo?), quella certamente esposta al culto, rende a parer mio incontrovertibile che essa stava lì a rappresentare proprio l’homo, il primo gradino del trinomio salvifico che aveva l’angelus come successiva tappa e Deus – qui raffigurato Bambino con sua Madre, giusto al centro – come meta finale.

 

La Madonna delle Grazie, Madre della divina grazia, mediatrice di tutte le grazie concesse dal cielo alla terra, domina la scena e costituisce il miglior compendio di tutta la sacra rappresentazione. Ritengo che questa ipotesi sia ancora più verosimile se si consideri che  in origine la “Cava delle pietre” non era un ambiente separato dalla Grotta, bensì un angolo della stessa, al pari di una cappella naturale posta in posizione più elevata, peraltro rivolta a oriente, e perciò assai adatta a contenere immagini sacre che, opportunamente illuminate, potevano destare l’ammirazione dei devoti visitatori ed accendere nei loro animi il desiderio di trascendente.

 

Dal sangue si andava all’acqua, e così purificati si era degni di salire il Monte dell’Arcangelo, dove aveva la dimora terrena colui che sta sempre al cospetto di Dio, che ne vede il Santo Volto.

 

   Per meglio concludere, mi piace definire il nostro Santo raffigurato in rilievo nella dura roccia della Grotta arcangelica con l’appellativo di “Martire della Via Litoranea” – definizione suscitata più che altro dal sentire religioso di chi scrive –, a significare la diffusione del tipo iconografico lungo quella importante arteria e a ricordo dei martiri in generale, proprio perché ai più sarebbe risultato di secondaria importanza sapere con esattezza il nome del Santo. Bastava essere edotti del fatto che si trattava di uno di quei testimoni perseguitati e giustiziati – forse – durante le ultime, penosissime tribolazioni affrontate prima che l’augusto Costantino, dopo il sogno provvidenziale, si risolvesse a dare finalmente la Pace alla Chiesa.

 

Mi voglio fa na vesta pellegrina,

Mi voglio ire addò spunta lu sole …[73]

 

 

 

Bibliografia:

 

J. Agrimi, C. Crisciani, Malattia, medico e medicina nel Medioevo, Torino 1980

V. Almazán, Huellas jacobeas en la cultura escandinava, in Santiago camino de Europa. Culto y cultura en la peregrinación a Compostela, Santiago de Compostela 1993

G. Alvisi, La viabilità romana della Daunia, Bari 1970

A. Amore, I Martiri di Roma, Roma 1975

C. Angelillis, Il Santuario del Gargano e il culto di S. Michele nel mondo, I, Foggia 1955, rist. anast. Monte Sant’Angelo 1995

I. Aulisa, S. Bettocchi, Vie di pellegrinaggio al Gargano, L’Angelo la Montagna il Pellegrino. Monte Sant’Angelo e il santuario di San Michele del Gargano. Archeologia Arte Culto Devozione dalle origini ai nostri giorni, ed. P. Belli D’Elia (Catalogo della Mostra), Foggia 1999, rist. Foggia 2003, pp. pp. 112-117

P. Belli D’Elia, Pellegrini e pellegrinaggi nella testimonianza delle immagini, in Pellegrinaggi e santuari di San Michele nell’Occidente medievale/Pèlerinages et sanctuaires de Saint-Michel dans l’Occident médiéval, edd. G. Casiraghi, G. Sergi, Bari 2009, pp. 441-475

G. Bertelli, Aspetti del monachesimo benedettino sul Gargano: S. Maria di Devia e la sua decorazione pittorica, in P. Corsi (ed.), Monasteri e conventi del Gargano: storia, arte, tradizioni, San Marco in Lamis 1988, pp. 191-201

G. Bertelli, Il Sacro Mandylion e la Vergine (scheda n. 30), in L’Angelo la Montagna il Pellegrino. Monte Sant’Angelo e il santuario di San Michele del Gargano (Catalogo della Mostra), Foggia 1999, rist. Foggia 2003, pp140-142

G. Bertelli, Sacro Mandylion (scheda n. 31), in L’Angelo la Montagna il Pellegrino. Monte Sant’Angelo e il santuario di San Michele del Gargano (Catalogo della Mostra), Foggia 1999, rist. Foggia 2003, p. 142

R. Bianco, Culto iacobeo in Puglia tra Medioevo ed Età Moderna. La Madonna, l’intercessione, la morte. Atti del Convegno Internazionale di Studi Santiago e l’Italia, ed. P. Caucci von Saucken, Perugia 2005, pp. 135-163

J.-P. Caillet, Pellegrinaggio in immagini, in Compostela. Sulle tracce di san Giacomo, in «Il mondo della Bibbia» 3 (2005), pp. 26-31

M.S. Calò Mariani (ed.), Insediamenti benedettini in Puglia. Per una storia dell’arte dall’XI al XVIII secolo, 2 voll., Galatina 1981

M.S. Calò Mariani  (ed.), Due cattedrali del Molise. Termoli e Larino, Roma 1979

M.S. Calò Mariani, L’arte medievale e il Gargano, in G.B. Bronzini (ed.), La montagna sacra. San Michele Monte Sant’Angelo il Gargano, Galatina 1992, pp. 9-96

M.S. Calò Mariani, La scultura lapidea, in Ead. (ed.), Capitanata medievale, Foggia 1998, pp. 163-164

A. Campione, D. Nuzzo, La Daunia alle origini cristiane, Bari 1999

Cantar de mio Cid V,731

S. Carletti, Le antiche chiese dei martiri romani, Roma 1972

P. Castelli, Dalla conchiglia di Venere alla conchiglia di Sant’Iacopo. La metamorfosi di un simbolo, in Actas del Congreso de Estudios Jacobeos, Santiago de Compostela 1995, pp. 109-125

J. Caucci von Saucken, Il sermone Veneranda Dies del Liber Sancti Jacobi. Senso e valore del pellegrinaggio compostellano, Betanzos 2001

A. Cavallini, A proposito di S. Giacomo Maggiore del Gargano. Precisazioni e nuove fonti inedite, in «Michael», Boll. del Sant. del Gargano, 129 (2008), pp. 24-27

J. Chélini, Le vie di Dio. Storia dei pellegrinaggi cristiani dalle origini al Medioevo, Milano 2004

G. Cherubini, Santiago di Compostella. Il pellegrinaggio medievale, Siena 1998, rist. Siena 2000

A.M. Ciaranfi, sub vocem borsa, in in «Enciclopedia Italiana Treccani», VII, Roma 1949, pp. 517-518

Città di Larino, guida edita dal Comune di Larino, Termoli 2008

P. Corsi, Il “Pellegrino al Gargano” rivisitato, in Id. (ed.), Pellegrinaggi pellegrini e santuari sul Gargano. Atti del V Convegno di Studi sulla storia del Gargano, San Marco in Lamis 1999, pp. 9-33

Culto iacobeo in Puglia tra Medioevo ed Età Moderna. La Madonna, l’intercessione, la morte. Atti del Convegno Gerusalemme e Santiago di Compostela, ed. R. Bianco, Bari 2002, pp. 135-164

C. D’Angela, Dall’era costantiniana ai Longobardi, in Aa.Vv., La Daunia antica. Dalla preistoria all’altomedioevo, Milano 1984, pp. 315-364

Dante, Purg. XXXIII, 76-78

B. de Gaiffier, Pellegrinaggi e culto dei Santi: Réflexions sur le thème du Congrès, in Pellegrinaggi e culto dei Santi in Europa fino alla 1ª Crociata. Atti del IV Convegno del Centro di studi sulla spiritualità medievale, Todi 1963, pp. 9-35

R. De Iulio, L. Ciambrone, Itinerari di pellegrinaggio tra il Sannio e il Gargano, in M. Pasculli Ferrara (ed.), Itinerari in Puglia tra arte e spiritualità, Roma 2000, pp. 71-76

H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 19332

J.C. Dousset, Storia dei medicamenti e dei farmaci. Dalle origini ai nostri giorni, Genova 1989