La carcerazione nell’antico Castellum aquæ


J.G. GUAY

Il Tullianum

(1874 ca)

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l carcere romano – una latomia o una costruzione che fosse – era solitamente composto da due distinti ambienti: l’exterior dove si potevano ricevere le visite e prendere aria (vestibula carcerum) e l’interior, privo di luce e sottostante o succedaneo al primo, destinato alla custodia dei condannati (custodia arcta) in  attesa dell’esecuzione  capitale.  Nella  parte interna

 
 

erano poi le cellæ (da celare, nascondere) ossia quei locali tetri e bui detti anche conclavia oppure arcas (Plaut., Amphitruo 1,1).

 

A Roma era famoso il cosiddetto Carcere Mamertino, il cui nucleo principale comunicava con altri ambienti ricavati in antiche cave di tufo (Lautumiæ), si trova sotto l’attuale chiesa di San Giuseppe dei Falegnami [L. Hertling-E. Kirschbaum, Le catacombe romane e i loro martiri, pp. 141-142; R.A. Staccioli, Roma entro le mura, pp. 99-101; per approfondimenti: G. Lugli, Il Carcere Mamertino. L’antica prigione di Roma, in «Capitolium», VIII/5 (1932), pp. 232-244; P. Fortini, Carcer Tullianum: Il Carcere Mamertino al Foro Romano, Milano 1998].

 

Rileggiamo la macabra descrizione che ce ne dà Sallustio:

 

Est in carcere locus, quod Tullianum appellatur, ubi paululum ascenderis ad lævam, circiter duodecim pedes humi depressus. Eum muniunt undique parietes atque insuper camera lapideis fornicibus; sed incultu, tenebris, odore fœda atque terribilis eius facies est.[1]

 

 

William Linton Carcere Mamertino a Roma
W. LINTON, Carcere Mamertino a Roma (1852), incisione
 

 

Benché non si abbia notizia certa di un suo uso nel periodo imperiale, i gesuiti tedeschi Hertling e Kirschbaum ritengono «non affatto inverosimile» la notizia della prigionia dei due Apostoli (op. cit., p. 141), che potrebbe essere avvenuta nel Tullianum, malgrado non si disponga di alcuna notizia diretta. In esso vi furono tra gli altri rinchiusi e giustiziati: Ponzio, capo dei Sanniti, già vincitore alle Forche Caudine, decapitato (290 a.C.); i seguaci di Gaio Gracco, strangolati (123 a.C.); il re dei Numidi Giugurta, che vi morì di fame sei giorni dopo (104 a.C.); Aristobulo II, re dei Giudei, decapitato (61 a.C.); i senatori Lentulo e Cetego, compagni di Catilina, strangolati (60 a.C.); il capo dei Galli Vercingetorige, decapitato (49 a.C.); il ministro di Tiberio Seiano coi tre figli, decapitati (31 d.C.); Simone di Giora, difensore di Gerusalemme durante le guerre giudaiche, decapitato (70 d.C.).

 

Molti furono i martiri che, stando ad alcune passiones non proprio attendibili, vi sarebbero stati reclusi, tra i quali ricordiamo il papa Sisto II (257-258) e i diaconi Lorenzo, Felicissimo e Agapito, durante la persecuzione di Decio; il presbitero Eusebio e il diacono Marcello, sotto Valeriano; i coniugi Adria e Ippolito, coi loro figli Paolina, Neone e Maria, durante la stessa persecuzione; i coniugi Crisanto e Daria, sotto Numeriano; Largo, Smaragdo e i diaconi Sisinnio e Ciriaco, sotto Massimiano.

 

Dall’espressione «mittitur in barathrum», che compare nel carme damasiano dedicato al martire Eutichio (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, n. XXI, p. 146), qualche autore ha ritenuto di identificare il «barathrum» proprio col Tullianum (P. Franchi de’ Cavalieri, Note agiografiche, IX, p. 4, n. 7, così denominato in Plut., Mar. 12). La prigionia di Pietro e Paolo è in ogni caso avvalorata dalla tradizione, nata probabilmente in epoca medievale, che denominò il luogo “S. Pietro in carcere” [per un’abbondante rassegna di citazioni del carcere nelle varie passiones dei martiri si veda G. De Spirito, Carcer Tullianum (in fonti agiografiche), in Lexicon Topographicum, I, pp. 237-239].

 



Carcere Mamertino: come si distrugge una memoria petriana

Sezione Carcere Mamertino
Sezione del Carcere Mamertino: 1. Chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami; 2. Cappella del SS.mo Crocifisso; 3. Carcer; 4. Tullianum

 

 Carcer  e Tullianum: sezione e pianta



Vediamo quali erano i mezzi adoperati all’epoca per tenere prigionieri i rei:

 

i vincula erano robusti e pesanti anelli o altri attrezzi di ferro forniti di serrature per il bloccaggio dei dispositivi di chiusura, applicati al collo (boiæ), ai polsi (minacæ o manicæ) o alle caviglie (pedicæ) dei prigionieri. Le compedes o compendes erano anch’esse pesanti e robusti anelli metallici che, pur bloccando le caviglie dei detenuti, permettevano loro un minimo movimento; altre versioni di questi attrezzi potevano permettere la totale immobilizzazione del soggetto, attraverso il fissaggio, ai noti ceppi, di questo particolare tipo di cavigliere. I nervi, invece, erano formati da una trave metallica fissata o meno al pavimento, munita di una serie di barrette di ferro, attraverso i cui fori passava un’asta metallica necessaria a bloccare le caviglie dei malcapitati (Passio Perpetuæ et Felicitatis 8,1: «Die quo in nervo mansimus, ostensum est mihi hoc»); vd. anche i ceppi (ξύλον) messi ai piedi di Paolo e Sila all’interno delle galere di Filippi (At 16,24; per queste notizie cfr. A. Lovato, Il carcere nel diritto penale romano. Dai Severi a Giustiniano, Bari 1994, passim).

 

Lo storico Tito Livio riporta che il carcere romano (pubblico) era gestito dai triumviri capitales o triumviri carceris lautumiarum, coadiuvati spesso, nella custodia materiale dei prigionieri, da taluni schiavi (servi publici). Gli optiones carcerum erano invece dei militari incaricati della vigilanza dell’Urbe, i quali erano altresì incaricati di prevenire gli incendi – le case per la maggior parte erano costruite in legno –, nonché di arrestare e trattenere in prigione i trasgressori. La direzione delle carceri era invece affidata ai commentarienses, così chiamati dai registri che erano obbligati a tenere e sui quali venivano indicate tutte le generalità e la posizione giuridica del soggetto incarcerato. Ai magistrati – all’epoca erano uomini di governo – venne imposto di recarsi settimanalmente a visitare le carceri e ad interrogare i detenuti, sentire le loro doglianze e riferire poi all’autorità governativa (A. Lovato, op. cit., passim).

 

 

giorgio ghisi La prigione dei supplizi
G. GHISI (da GIULIO ROMANO), La prigione dei supplizi (seconda metà XVI sec.)
 

 

La vita dei reclusi era durissima, ammucchiati com’erano in celle sporche, oscure e senz’aria. Lo «squalor carceris» è una caratteristica ordinaria riportataci dagli scrittori cristiani e negli acta: «τὰς κατὰ τὴν είρκτὴν ε̉ν τω̣̃ σκότει καὶ τω̣̃ χαλεπωτάτω̣ χωρίω̣ συγκλείσεις ... Ώςτε α̉ποπνιγη̃ναι τοὺς πλείστους ε̉ν τη̣̃ είρκτη̣̃» (L’isolamento in carcere, al buio e in anditi paurosamente angusti... Fu così che la maggior parte di quelli ch’erano in carcere morì per soffocamento) [Martyrium Lugdunensium, (V), 1,27]; «Post paucos dies recipimur in carcerem; et expavi, quia numquam esperta eram tales tenebras. O diem asperum! Æstus validus turbarum beneficio; concussuræ militum» (Passio Perpetuæ et Felicitatis 3,5-6); qui si tratta della prigione proconsolare di Cartagine, prigione di Stato, di competenza del proconsole e probabilmente localizzata sulla collina di Byrsa, a sud-est della città. Solo in seguito i martyres designati verranno condotti in un carcere della guarnigione militare (7,9; 8,1; 9,1), per finire in celle della prigione dell’anfiteatro, dove la condanna ad bestias venne eseguita (18,1).

 

In che modo marcivano in quelle galere? Legati in ceppi o incatenati a una guardia ovvero alla parete o anche al pavimento, con le gambe divaricate al massimo, e così tenuti per giorni interi, tanto che non era infrequente che la morte sopravvenisse per le dure condizioni di detenzione. In queste condizioni venne tenuto per 19 giorni, senza potersi muovere, il ventenne Celerino nelle carceri romane, durante la persecuzione di Decio (autunno 249-giugno 251). Sottoposto a interrogatorio, presente lo stesso Imperatore, venne poi rilasciato, forse perché non originario di Roma, e si portò a Cartagine, presso Cipriano, che lo ordinò lettore (Epist. 22,1 del presbitero Luciano a Celerino, nella raccolta di Cipriano : CSEL III/2, pp. 529-530).


Tra i martiri deceduti nelle prigioni resta famoso il caso del novantenne vescovo Potino di Lione (2 giugno 177) – avvenuta a soli due giorni dall’arresto – e di molti altri Martiri di Lugdunum, i quali «non sostennero il peso della reclusione e morirono in prigione» [«τὸ βάρος ου̉κ έφερον τη̃ς συγκλείσεως α̉λλ’ ένδον ε̉ναπέθνησκον»] durante la stessa persecuzione [Martyrium Lugdunensium (V),1,28; vd. anche il resoconto, sugli stessi fatti, di S. Gregorio di Tours (In gloria mart. 49)]. Non dissimile fu la sorte di Quinto e Secondolo, morti di stenti nelle carceri di Cartagine (203) [Passio Perpetuæ et Felicitatis 8,1], come pure quella del prete Museo [Mosè], deceduto nelle galere romane, dopo una detenzione durata 11 mesi e 11 giorni, durante la persecuzione di Decio (251), unitamente ad altri suoi compagni (Cypr., Epist. 27; 28; 31; 37 : CSEL III/2, pp. 544, 545-547, 557-564, 576-579), tra i quali sono forse da annoverare Sempronius, Paulus ed Eupater (Liber Genealogicus : MGH, Auct. ant., IX, p. 196).

 

 


Potino e i martiri lionesi in carcere
Il vescovo Potino e i suoi compagni martiri lionesi rinchiusi in prigione, stampa d'epoca
Augustin Théodule Ribot San Vincenzo
A.Th. RIBOT, S. Vincenzo (1867)
 

 

Abbiamo notizia che in carcere rese l’anima a Dio pure il diacono Vincenzo di Saragozza, sotto Diocleziano (304); Sant’Agostino ci riporta notizie di un certo Felice, seviziato nelle prigioni e deceduto per le sofferenze inumane: «Confessus est enim, dilatus est ad tormenta, alio die inventum est corpus eius inanime» (Enarr. in psalm. CXXVII 6 : PL XXXVI, col. 1680); papa Damaso I (366-384) ci racconta in un suo carme del martire Eutichio che, probabilmente durante la persecuzione dioclezianea, subì atroci tormenti nel carcere, dal denutrimento alla sofferenza per mancanza di sonno, per finire gettato in un dirupo, riportandone ferite mortali. Ricordiamo le parole del Papa ispanico:

 

evtychivs martyr crvdelia ivssa tyranni | carnificvmq(ue) vias pariter tvnc mille nocendi | vincere qvod potvit monstravit gloria christi | carceris inlvviem seqvitvr nova poena per artvs | testarvm fragmenta parant ne somnvs adiret | bis seni transiere dies alimenta negantvr | mittitvr in barathrvm sanctvs lavat omnia sangvis | vvlnera qvae intvlerat mortis metvenda potestas | nocte soporifera tvrbant insomnia mentem | ostendit latebra insontis qvae membra teneret | qvaeritvr inventvs colitvr fovet omnia prestat | expressit damasvs meritvm venerare sepvlchrvm[2]

 

Coloro i quali morirono nelle galere vennero considerati martiri a tutti gli effetti. Ce lo rammenta il Santo vescovo di Cartagine: «Corporibus etiam omnium, qui etsi torti non sunt, in carcere tamen glorioso exitu mortis excedunt, inpertiatur et vigilantia et cura propensior. Neque enim virtus eorum aut honor minor est quo minus ipsi quoque inter beatos martyras adgregentur» (Cypr., Epist. 12,1 : CSEL III/2, p. 502; Id., Epist. 5,2 : CSEL III/2, p. 479). Tra i reclusi che non avevano alcun credo religioso, e men che meno cristiano, si contavano numerosi i casi di suicidio, cui quei disperati si sentivano costretti a motivo di una condanna durissima che per loro equivaleva all’abbandono e alla morte per inedia (J.-M. David, Du Comitium à la roche Tarpéienne, pp. 140 ss.).

 

 

Tuttavia negli acta c’imbattiamo in coraggiosi testimoni dediti all’incessante preghiera anche in quelle segrete: Martyrium Pionii 11,6-7: «Οί δὲ έμειναν ε̉ιπόντες· ‹ Δόξα τω̣̣̃ κυρίω̣· συνέβη γὰρ ήμι̃ν του̃το ει̉ς α̉γαθόν ›. ‘Αδειαν γὰρ έσχον του̃ φιλολογει̃ν καὶ προσεύχεσθαι ημέρας καὶ νυκτός.» [Essi però rimasero dov’erano, dicendo: «Sia lode al Signore! Per noi è stato solo un bene (scil. rimanere nella parte più segreta del carcere)». In tal modo, infatti, avevano tutto l’agio di conversare fra loro e pregare giorno e notte]; vd. anche At 16,25: «Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli»In queste segrete, di solito i rei erano finiti con lo strangolamento (P. Franchi de’ Cavalieri, op. cit., p. 5, n. 2).

 

Assai difficile era in particolare la condizione delle donne, la cui virtù spesse volte fu oggetto di provocazioni e minacce, e solo un intervento divino permise di salvare l’onore di molte vergini.

Rimasta celebre la frase di Tertulliano: «ad lenonem damnando Christianam potius quam ad leonem» – le giovani cristiane sono messe più di frequente nelle mani di un lenone che nelle fauci di un leone – (Apol. 50,12). Difatti per le donne che si rifiutavano di sacrificare era prevista l’assegnazione a un postribolo, talvolta come condanna preliminare all’esecuzione capitale, al fine di ottenerne l’abiura. Di questa forma di punizione abbiamo prova certa sia dagli antichi scrittori cristiani, che dagli acta: Tert., De pudic. 1,14; Cypr., De mortalit. 15; Ambr., De Virginibus II,4,23; Martyrium Pionii 7,6. In questultimo caso si parla della schiava Sabina che, secondo alcuni commentatori, l’avrebbe effettivamente scontata per intero, sicché la fine della martire venne omessa per “decoro”.

 

 

 

George Hare Victory of Faith
G. HARE, Victory of Faith (1889/1891 ca.)
     
 

Condanna al postribolo

A sinistra: G. BARONZIO, S. Colomba nella cella meretricia salvata da un orso (1340 ca.), particolare; a destra: F. CADOGAN COWPER, S. Agnese in carcere riceve dal Cielo la "candida veste splendente" (1905)

 
 

 

Celebre soprattutto rimane il caso della martire romana Agnese, condannata dapprima alla prostituzione coatta – che la tradizione vuole avvenuta nei pressi dello stadio di Domiziano [od. Piazza Navona], ove nel VII secolo le venne eretta una chiesa –, senza che però nessuno riuscisse a metterle le mani addosso (Passio Agnetis in Prud., Peristeph. XIV, 25 ss.). Una passio piuttosto leggendaria ci riporta il caso di Daria, moglie di Crisanto, ambedue designati al martirio sotto Numeriano, la quale sarebbe stata condotta in un lupanare come condanna preliminare all’esecuzione capitale, e che sarebbe stata protetta da quanti volevano accostarsi a lei da un leone fuggito dal circo, per finire sepolta viva col marito in una cava di arena sulla via Salaria (BHG e BHG Novum Auct., pp. 313-313e; BHL, pp. 1787-1794; BHL Novum Suppl., pp. 1787-1793d). Eusebio di Cesarea (De mart. Palæst. IX, 6-8) ci racconta di Ennata, condotta nuda per le strade di Cesarea il 13 novembre del 308, senza però alludere alla prostituzione coatta.

 

Nelle sue note Perpetua, oltre al buio pauroso, alla ressa e al caldo soffocante, ci parla dei ricatti, degli abusi di potere («concussuræ») – non meglio specificati – di cui era fatta oggetto dai carcerieri (Passio Perpetuæ et Felicitatis 3,6). Sant’Ambrogio ci riporta la meraviglia degli angeli che sorvegliavano e difendevano la castità delle vergini (De Virginibus I,8,51).

 

 
Jan Luyken Felicita in carcere
J. LUYKEN, Felicita in carcere (1685), incisione

 

 carcere castrense di Cartagine



Tuttavia, per questi coraggiosi testimoni, anche in questi drammatici contesti, era permesso, in quei rari momenti di minore sofferenza in cui si consentiva loro la reclusione in una sezione meno dura del carcere, una seppur minima libertà di movimento, così da poter dettare o addirittura redigere scritti piuttosto estesi nonché vedersi recapitare lettere, vettovaglie, lampade ed altre piccole cose che ne potessero alleviare le pene: «Ibi tunc Tertius et Pomponius, benedicti diaconi qui nobis ministrabant, constituerunt præmio uti paucis horis emissi in meliorem locum carceris refrigeraremus. Tunc exeuntes de carcere universi sibi vacabant» (Passio Perpetuæ et Felicitatis 3,7-8).

 

Abbiamo difatti tutta una serie di diari di prigionia, in seguito ripresi e rielaborati dai redattori materiali degli atti (vd. ad es. le note di Perpetua e di Saturo [Passio Perpetuæ et Felicitatis 3-10; 11-13]; il σύγγραμμα [memoriale] nel Martyrium Pionii 1,2, che abbraccia i capp. 2-18. Del vescovo egiziano Filea ci resta una commovente lettera, tramandataci da Eusebio, scritta nel carcere di Alessandria durante la sua prigionia, che si sarebbe conclusa con la sua decapitazione (306); in essa vengono elencate le atroci sevizie  cui furono sottoposti i suoi fedeli nelle diverse galere (Hist. eccl. VIII,10,2-11).

 

 


S. Vincenzo scrive in prigione
Il diacono Vincenzo intento a srivere durante la sua prigionia. Dipinto di artista contemporaneo eposto nel "Carcere di S. Vincenzo martire" a Valencia
 

Non era comunque insolito che i reclusi potessero ricevere visite, anche di altri cristiani, compresi membri del clero, per lo più diaconi, i quali davano loro assistenza spirituale, grazie alla duttilità di qualche cataractarius che, anche perché spesso ricompensato con elargizioni di denaro, permetteva ai fratelli di fede, in mancanza di un’accusa nei loro confronti, di accedere alle prigioni: «Deinde post die paucos Pudens miles optio, præpositus carceris... qui multos ad nos admittebat ut et nos et illi invicem refrigeraremus. Ut autem proximavit dies muneris, intrat ad me pater meus…» (Passio Perpetuæ et Felicitatis 9,1-2); «et ita (tribunus) iussit illos humanius haberi, ut fratribus eius et ceteris facultas fuerit introeundi et refrigerandi cum eis» (16,4).

 

Tuttavia non era infrequente che, per una qualche ragione, i reclusi fossero momentanemanete condotti in celle inaccessibili ai visitatori [Martyrium Pionii 11,4; Passio Perpetuæ et Felicitatis 3,5; 6,6; 8,1; Martyrium Lugdunensium (V),1,27-28.31]; si veda anche At 16,24 per la reclusione, nella città di Filippi, di Paolo e Sila, gettati «nella parte più interna del carcere», coi piedi stretti nei ceppi (vd. infra). Ricordiamo ancora il martire Eutichio, che dalle galere superiori venne gettato «in barathrum», cioè nelle segrete della prigione (A. Amore, I martiri di Roma, pp. 188 ss.).

 

In periodi di persecuzione, i diaconi avevano per missione quella di visitare i martiri che languivano nelle prigioni per portare loro aiuto e conforto; così ad es. i «benedicti diaconi» Terzio e Pomponio che visitarono i martiri di Cartagine (Passio Perpetuæ et Felicitatis 3,7; vd. anche 6,7; 10,1); ricordiamo pure il presbitero Lucianus che fa pervenire i viveri ai martiri, per mezzo del suddiacono Herennianus (Passio Montani et Lucii 9); si legga anche San Cipriano: «sicut in præteritis semper sub antecessoribus nostris factum est, ut diaconi ad carcerem commeantes martyrum desideria consiliis suis et scripturarum præceptis gubernarent» (Cypr., Epist. 15,1 : CSEL III/2, p. 513).

 

 
S. Valentino visita i martiri in carcere
S. Valentino visita i martiri in carcere, stampa d'epoca
Jacobello del Fiore Ultima Comunione di S. Lucia
JACOBELLO DEL FIORE, Ultima Comunione di S. Lucia (1410/1420)
 

 

I martyres designati erano chiamati μακάριοι, beati, beatissimi, benedicti, fortissimi (Passio Perpetuæ et Felicitatis 14,1; 21,11). Le catene cui erano avvinti venivano baciate in segno di massima reverenza (Tert., Ad uxor. 2,4). Il rispetto nei loro confronti dominava ogni altro sentimento: «Domina soror» era l’appellativo adoperato dal fratello di Perpetua, per rivolgersi a lei (Passio Perpetuæ et Felicitatis 4,1).

 

Anche i sacerdoti potevano entrare nelle galere per celebrare la Messa, ma sempre limitandosi ad una funzione più che sobria, con uno solo di loro come officiante, coadiuvato da un unico diacono, e avendo cura di far avvicendare quanto più possibile coloro che accedevano alle celle, per non destare sospetti.

 

La corruzione dei carcerieri era, a quell’epoca, una prassi abbastanza diffusa: se la Passio Perpetuæ et Felicitatis parla di «præmio» in denaro (3,7), il Martyrium Pionii ci parla di «ε̉πιφιλανθρωπευόμενοι» (11,4) – benefici di carattere “umanitario” – ossia “quota parte” che i carcerieri pretendevano dei generi di conforto fatti entrare nelle prigioni.

 

Ma poteva sempre capitare che il carceriere si convertisse (Passio Perpetuæ et Felicitatis 9,1; 16,4; 21,1.4.5 per il caso del miles optio Pudente; vd. anche i casi leggendari dei Santi Processo e Martiniano, carcerieri degli Apostoli Pietro e Paolo – magistriani melloprincipes furono detti – e quello del boia dei Santi Marcellino e Pietro nonché del loro carceriere Artemisio [o Artemio] che, convertitosi, secondo una passio  sarebbe stato decapitato ovvero lapidato sulla Via Aurelia (AA.SS. Iun. I, pp. 166-169, 624-628). Famoso resta l’episodio riferito da Eusebio di Cesarea, riferito alla martire Potamiena, che convertì il soldato Basilide (Hist. eccl. VI,5); nel Nuovo Testamento abbiamo anche l’episodio della conversione del carceriere di Paolo e Sila a Filippi (At 16,23-34).

 

 

Scuola lombarda S. Pietro battezza i SS Processo e Martiniano
SCUOLA LOMBARDA, S. Pietro battezza i SS Processo e Martiniano (XVII sec.)
 

 

Tutto ciò detto, credo a questo punto necessario indicare un luogo apposito in cui collocare la carcerazione della comunità cristiana di Larinum – che vi è da presumere sia stata di non poca entità – la quale, a seguito del II e III editto di persecuzione della primavera-estate del 303, sarà stata assicurata alle pubbliche galere. L’editto dell’aprile del 304, che obbligava al sacrificio pagano tutti i Cristiani indistintamente, avrà ulteriormente affollato le prigioni cittadine.

 

Si è già detto del piccolo carcer che sicuramente sarà esistito in prossimità dell’area forense, in cui solitamente erano custoditi i rei in attesa del processo; e tuttavia abbiamo già spiegato che un’improvvisa ed estesa persecuzione contro i seguaci di un credo religioso non più tollerato avrà sicuramente  avuto bisogno di spazi pubblici appositi o quantomeno trasformabili rapidamente in pubbliche galere.

 

 

 

Montarone 1893
Veduta di Larino dal Montarone, durante la Fiera di Ottobre del 1893; a destra il Palazzo Prisco, già "Castellum aquæ" romano, nei cui piani bassi si trovava la basilica di S. Angelo a Palazzo [Collezione Silvio Iapoce]
Larino Palazzo Prisco fiera di ottobre 1893
Particolare della fotografia precedente; sulla destra, ben visibile il diroccato Palazzo Prisco
Larino, "Piano della fiera" e "Palazzo"
La "Fiera di Ottobre" del 1925; in alto a destra il lato nord-ovest del Palazzo Prisco, già Seminario estivo e "Palazzo" dei Conti longobardi [foto Archivio Pilone]
"Piano della fiera" a Larino oggi
La zona come si presenta oggi
 

 

Ebbene, a cercare di individuare un siffatto luogo all’interno del tessuto urbano pare venirci in soccorso la storia; ed infatti sappiamo che certamente una Cattedrale era esistita all’interno del recinto murario dell’antica città romana, della cui identificazione si è detto altrove. Ma soprattutto abbiamo notizia certa che il culto cristiano ha trovato, nei secoli immediatamente successivi alla persecuzione dioclezianea, almeno un altro luogo di culto – coincidente o meno con la primitiva Cattedrale –, la cui fruzione sarebbe continuata nel tempo, fino ai giorni nostri. E pur ammettendo che la ricostruzione che qui propongo risulta essere probabilmente quella che ha meno agganci sicuri coi fatti storici acclarati, ugualmente tenterò di dare una ricostruzione riguardo alla prigionia tra le mura cittadine dei Santi Larinesi destinati al martirio:

 

dunque vediamo che ancora ai nostri giorni, sono riconoscibili i resti di un edificio assai significativo per la storia della città di Larino. Il riferimento è all’isolato posto tra gli attuali Largo Pretorio e Piazza dei Frentani, che all’epoca della persecuzione di Diocleziano era stato edificato da almeno un secolo (cfr. E. De Felice, Larinum, pp. 54-58, n.ro 1,48; a p. 58 inquadra il monumento «tra la metà del II sec. e l’inizio del III sec. d.C.»; per considerazioni sul tipo di tecnica costruttiva usato: G. Lugli, La tecnica edilizia romana, pp. 604-606).

 

 

 

Larino, Palazzo Prisco, Viale G. Cesare e Case popolari "Fanfani" (1955)
Il Palazzo Prisco, in fondo al Viale Giulio Cesare, il cui tracciato venne iniziato nel 1955, anno al quale si riferisce questa fotografia; a destra, le Case popolari "Fanfani" [foto Archivio Pilone]
planimetria isolato dell'antico Castellum aquæ di Larinum
Planimetria dell'isolato in cui era l'antico Castellum aquæ di Larinum: C = cisterne; CP = cisterne con pozzo; T = tufo a livello stradale; R = riporto di terreno [da Stelluti, Larino Piano San Leonardo Tufo & C, Campobasso 1992; elaborazione P. Miscione]
Larino isolato Castellum aquæ rilievo archeologico
Sezione e pianta degli edifici archeologicamente riconosciuti [da De Felice, Larinum, Firenze 1994; elaborazione P. Miscione]
 

 

In esso gli studi recenti hanno identificato, almeno relativamente ai piani inferiori, un «complesso architettonico avente la funzione di raccolta, di depurazione e di distribuzione dell’acqua necessaria per l’antico centro urbano» (E. De Felice, op. cit., p. 55), altrimenti denominato Castellum aquæ, sorta di bacino terminale all’interno del quale un acquedotto scaricava le sue acque. Il complesso si trovava nella parte più alta del Piano San Leonardo, a quota 430 m s.l.m. L’acqua vi veniva immessa da sette falde acquifere sotterranee, tutte provenienti dal soprastante Montarone (m 476 s.l.m.), convogliate in questa monumentale costruzione posta più in basso – eppure in posizione dominante rispetto al centro urbano – attraverso condutture, di cui pure abbiamo tracce archeologiche superstiti – pozzi, cunicoli, cisterne –, e da qui l’acqua necessaria alla popolazione cittadina era distribuita mediante altri canali sotterranei, e in tutte le direzioni, per alimentare i diversi castella secondari.

 

 
Funzionamento sistema idrico mediante captazione acque
Funzionamento del sistema idrico mediante captazione delle acque [elaborazione P. Miscione]
Impianto idrico di Larinum
Impianto idrico di Larinum: le strutture accertate (viola) e la probabili condutture sotterranee (giallo) [da Google Maps; elaborazione P. Miscione]
Emergenze archeologiche di Larinum
Dislocazione delle varie emergenze archeologiche, nell'antico sito della città romana, prima delle invasiva urbanizzazione; in primo piano, il centro storico medievale (scatto fotografico del 1950 ca)

 

 pozzi e cisterne di Larinum



Uno di questi è ancora ravvisabile accanto ad alcune thermæ, ora situate all’interno di Villa Zappone, mentre di un altro è ipotizzabile l’esistenza in prossimità di altre thermæ, sulle quali insiste l’ex frantoio Maringelli. Da questo castellum posto in posizione pianeggiante, altre condutture portavano acqua verosimilmente alla vicina area forense di Piano della Torre e alle limitrofe zone residenziali (fonti storiche: G. e A. Magliano, Larino, pp. 34-35, 84-85; A. Magliano, Brevi Cenni storici…, pp. 9-10, 21-22; notizie scavi: E. De Felice, op. cit., pp. 52-61, 67; G. Sansone, Nuovi dati sull’impianto idrico di Larinum, pp. 37-38 E. De Felice, Larinum: spazio urbano e territorio, in Pro Cluentio, p. 144; G. Sansone, Nuovi dati sull’impianto idrico di Larinum, pp. 36-40; L.M. Caliò-A. Lepone-E. Lippolis, Larinum: the development of the forum area, p. 94 e n. 82).

 

 



 

 Thermæ e castella di Larinum



Il castellum aquæ romano presentava solitamente una parte frontale abbellita da colonne e statue e disponeva di un ampio bacino, che fungeva da fontana pubblica (munera). La sua capacità era calcolata per il fabbisogno giornaliero della comunità locale e veniva riempito durante le ore notturne; la sua funzione primaria era quella di realizzare il passaggio dal regime di adduzione a pelo libero dei condotti a quello a pressione nelle tubazioni.

 

I castella erano presenti all’interno dei centri abitati[3], e da Vitruvio abbiamo fonte certa che era consigliabile edificarli in prossimità delle mura, a motivo della loro mole (De arch. VIII,6,1). A Roma se ne contavano 130 secondo Plinio, 247 secondo Frontino, il che sta a significare che esistevano più castella per ogni acquedotto. Sopravvivono ad es. la grande cisterna dell’acquedotto Claudio ad Spem Veterem e le c.d. Sette Sale sul colle Oppio – ma in realtà i lunghi ambienti rettangolari coperti a volta sono nove –, che assolvevano a una duplice funzione: quella di castellum dell’acquedotto e di grandiosa cisterna – con capacità di oltre 7.500 m³ – per le Terme di Traiano (R.A. Staccioli, op. cit., p. 149).

 

 


Castellum aquæ di Pompei
Il Castellum aquæ di Pompei
 

 

I castella fungevano da raccolta delle acque provenienti dagli acquedotti extraurbani – posti ovviamente a un livello più alto rispetto ad essi –, eretti con le loro caratteristiche arcate, sulle quali scorreva il condotto (specus), in grado di dare al flusso dell’acqua (aquæ pensiles) una pendenza quasi costante (1:200/1:1000). Gli acquedotti sopraelevati necessitavano di una continua opera di manutenzione e riparazione, a motivo di qualche improvvisa vibrazione del terreno; ragion per cui sovente i tecnici romani ricorrevano ai più costosi condotti scavati nella roccia, che ritroviamo peraltro anche nell’antico abitato romano di Larinum (vd. ad es. il reperto n.ro 1,47, a poche decine di metri dal nostro Castellum, in E. De Felice, Larinum cit., p. 54; vd. anche i n.ri 1,66, 101-102, in ibid., pp. 63, 88).

 

 
Schema distributivo di un tipico acquedotto romano
Schema distributivo di un tipico acquedotto pubblico romano: (A) Castello d'acqua primario; (A1-A2) castelli secondari; (B) diramazioni; (C) serbatoi dislocati nei diversi quartieri [da Brancati, Il regime delle acque nell'antichità, Firenze 1969]

  Condutture
 
 

 Condutture – di legno (per gli orti), pietra (anelli per sifoni), terracotta (tubuli, per irrigazione e scolo delle acque), piombo (fistulæ aquariæ, per gli acquedotti in genere), bronzo (per raccordi ovvero tubi per alimentare edifici di pregio) –, si diramavano dal castellum aquæ primario, per portare acqua ad altri castella secundaria, i quali a loro volta alimentavano numerosi serbatoidislocati nei diversi quartieri [ibid., passim].

 

In casi eccezionali, mediante scatole di derivazione, le acque contenute nei serbatoi raggiungevano i pianterreni dei singoli edifici e dei singoli utenti – previo pagamento di un esoso canone –, sempre al di sotto del piano stradale e attraverso la via più breve, penetrando nella casa fino a raggiungere il cortile interno (cavedium), dove sgorgava notte e giorno da una fontana nel bacino occupante il centro dell’atrio (impluvium), con un enorme spreco del prezioso liquido.

 

 

Schema acquedotto romano
  Schema grafico di un tipico acquedotto romano: (A) conduttura dalla sorgente; (B) pozzo; (C) "speco" o conduttura laterale che collega al pozzo; (DD1) "ventre" lungo una vallata; (E) condotto di "calata"; (F) condotto di "salita" a pendenza diversa; (E1F1) condotto centrale, sostenuto da una costruzione ad arcate; la diversità di pendenza consentiva all'acqua di superare, per pressione, la salita F1D1; (G) sfiatatoi; (H) castelli o pozzetti di rottura, costruiti ogni 4000 piedi (=1184 m); (I) castello terminale, con tre cannelle e tre vasche [da Brancati, Il regime delle acque nell'antichità, Firenze 1969]
 
 

Secondo le tecniche costruttive romane il castellum, costruito al termine dell’acquedotto,

 

presentava… tre cannelle, che gettavano acqua in tre distinte vasche, costruite in modo che, soverchiando nelle vasche laterali, l’acqua potesse traboccare in quella centrale. Di qui partivano le condutture per il rifornimento delle fontane, delle terme e dei pubblici edifici, ove il condotto terminava con numerose cannelle quasi tutte a forma di testa di animale. Naturalmente, prima di essere distribuita alla popolazione, l’acqua veniva immessa in appositi bacini a due scomparti e con piani di fondo inclinati, nei quali subiva un rallentamento del flusso: in tal modo le particelle insolubili in sospensione nel liquido cadevano verso il fondo (fenomeno della decantazione o sedimentazione), rendendo l’acqua limpida e chiara.[4]

 

La piscina (limaria) poteva essere una semplice camera di espansione del condotto, posta lungo il suo tracciato, oppure un serbatoio situato lateralmente, entro il quale le acque venivano deviate e dove, rallentate in entrata, depositavano le impurità; l’acqua riprendeva poi il suo corso immettendosi nuovamente nel canale principale o nelle tubazioni.[5]

 

 Essa poteva essere posta all’inizio del percorso o anche verso la fine, prima che le acque raggiungessero il castellum di distribuzione.

 

 
Acquedotti di Roma
Gli acquedotti di Roma
Sistema costruttivo degli acquedotti romani
Sistema costruttivo degli acquedotti romani
Acquedotto romano di Segovia
L'acquedotto romano di Segovia, inaugurato sotto Vespasiano [foto Miscione]
 

 

Ci è noto che a Roma soltanto l’Aqua Virgo (lunghezza 20 km ca., portata 100.000 m³) – voluta da Agrippa nel 19 a.C. per alimentare le sue Terme e il vicino Stagno –, e l’Aqua Marcia (lunghezza 91 km, portata 187.000 m³ ca.)–, voluta dal pretore Quinto Marcio Re nel 144 a.C., captando le acque dell’Aniene –, entrambe estremamente limpide, non necessitavano di decantazione.

 

L’Aqua Alsietina (lunghezza 33 km, portata 15.680 m³) – voluta da Augusto nel 2 a.C., captando le acque dai laghi di Bracciano e di Martignano (Alsietinus) – era invece considerata addirittura non potabile e pertanto adoperata per azionare mulini idraulici e lavare fognature. L’acqua cessò di giungere a Roma, negli acquedotti in elevato, nel 537 d.C., quando il re goto Vitige li devastò, interrompendone il flusso (R.A. Staccioli, op. cit., pp. 153, 195-196, 231-232; G. Pisani Sartorio, op. cit., pp. 16-17; per approfondimenti: Th. Ashby, Gli acquedotti dell’antica Roma, Roma 1991).

 

Ai castella sovrintendevano specifici sorveglianti, facenti parte delle familiæ aquariorum. Nella città di Roma sovrintendeva agli acquedotti il curator aquarum, istituito per la prima volta da Augusto nel 33 a.C., nella persona di Marco Vipsanio Agrippa. Dopo di lui il compito di provvedere al fabbisogno idrico dell’Urbe venne affidato a un curator di rango consolare avente funzioni di presidente, e a due “consiglieri” addetti al personale tecnico, cui sottostava un rilevante numero di operai, in gran parte di origine servile. La loro amministrazione fu però molto spesso poco coscienziosa e abusi e scandali erano all’ordine del giorno. Una maggior cura si ebbe sotto Nerva con l’amministrazione di Sesto Giulio Frontino (30 d.C. ca.-103 o 104 d.C.), delle cui migliorie troviamo ampia eco nella sua opera, in due libri, De aquæ ductu urbis Romæ (A. Brancati, op. cit., p. 27).

 

 

  Fontane pubbliche di Pompei  
 

Le case abitate dal popolo non disponevano di acqua corrente, per cui la plebe era costretta ad attingerla presso pubbliche fontane [per approfondimenti sull’argomento: A. Brancati, Il regime delle acque nell’antichità, Firenze 1969, rist. Firenze 1972, pp. 13-34, specialm. pp. 16-26; P. Pace, Tecniche di conduzione e distribuzione dell’acqua in epoca romana, in Il trionfo dell’acqua. Acque e acquedotti a Roma (IV sec. a.C.-XX sec.), Roma 1986, pp. 138-151; G. Grisanti Tedeschi, I terminali degli acquedotti, in ibid., pp. 151-155;  G. Pisani Sartorio, Acqua e acquedotti in Roma antica, in «Italy Vision» 5 (2004), pp. 23-24].

 

Tuttavia, ci è noto che dai castella non era possibile attingere acqua, nemmeno quella che vi fuoriusciva, che era anzi necessaria per la salubrità delle città e per lavare le cloache: «Caducam neminem volo ducere nisi qui meo beneficio aut priorum principum habent. Nam necesse est ex castellis aliquam partem aquae effluere, cum hoc pertineat non solum ad urbis nostræsalubritatem, sed etiam ad utilitatem cloacarum abluendarum» (Front., aq. urb. Rom. CXI,1-2). Dobbiamo perciò ritenere che anche dal castellum aquæ di Larinum fuoriuscisse continuamente acqua, i cui rivoli – vista la posizione – avranno percorso le strade limitrofe sui tre lati in pendenza, anche con funzioni igieniche.

 

Era comunuqe assai frequente la frode, operata dai fontanieri, consistente nel praticare fori nelle pareti dei castella, dai quali veniva estratta acqua venduta furtivamente. Puncta (fori, buchi) erano praticati dagli stessi nelle fistulæ che attraversavano in sotterraneo le città, da cui era prelevata ugualmente acqua, erogata fraudolentemente a fistulæ private, non previste dal piano di distribuzione, sicché capitava sovente che solo una piccola parte di acqua giungesse ai servizi di uso pubblico (ibid., CXIV-CXV). Vediamo dunque che la pratica si ripete anche ai nostri giorni: difatti, ravvisiamo ancora questi mercimoni fraudolenti di acqua purificatrice, acqua pura e immacolata.

 

 


   
  "Cisternoni" di Albano Laziale (Roma): un caso molto simile al nostro  

 

 

Cisterna del Castellum aquæ di Larinum
L'interno della cisterna (ambiente A) [da De Felice, Larinum, Firenze 1994]
Simulando di aprire le cannelle ...
Simulando di aprire le cannelle ...

  particolari delle cisterne  


 

 Fino ai recenti lavori intervenuti massicciamente per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale della Beata Maria Vergine delle Grazie, era agilmente possibile verificare come il nostro Castellum aquæ fosse costituito da due ambienti interdipendenti, di cui uno trapezoidale riconosciuto come una grande cisterna, e un altro, tripartito in vasche rettangolari coperte a botte, che avrebbero potuto fungere da piscinæ limariæ per la conservazione e decantazione dell’acqua. Di un terzo ambiente – ci si riferisce alla struttura “C” dello studio, quella che dà sull’attuale Via Cicerone (E. De Felice., Larinum cit., p. 56) –, assai più indeterminato, a motivo della più accentuata opera di demolizione e trasformazione, avvenuta in passato, poco si è potuto relazionare nello studio suddetto.

 


Cisterne del Castellum aquæ di Larinum
Interno del corridoio ricavato nella parte mediana delle "piscinæ" [da Mammarella, Larino sacra, II, San Severo 2000]
Piscina limaria Castellum aquæ di Larinum
Una piscina limaria del complesso larinese [da Mammarella, Larino sacra, II, San Severo 2000]
Grossa cisterna del Castellum aquæ di Porto
Una grossa cisterna del Castellum aquæ di Porto (Roma), simile alla nostra

 

Come si costruiva una cisterna di un acquedotto romano

(il Castellum aquæ di Porto)

 
 

 

Lo studio ci accenna anche dell’esistenza di una «breve parte di un muro privo di paramento (lungh. m. 2, 10; alt. m. 1, 70; spess. m. 0, 90» (ibid., p. 54), che spunta «nel lato occidentale della struttura più recente»[6](ibid.), vale a dire di quel manufatto comunemente denominato “recinto Lallo”, che dà sull’attuale Largo Pretorio. Questa minima annotazione credo ci porti a ritenere che tutta l’area retrostante il suddetto recinto sia stata occupata, in epoca romana, da parti architettoniche di cui nulla sappiamo. Tuttavia nello studio si ipotizza per questa parte dell’edificio la funzione di «vasca rettangolare, non chiaramente identificabile» (ibid., p. 56; vd. anche G. Sansone, loc. cit., p. 37), per cui si potrebbe ritenere che essa svolgesse la funzione di pubblica fontana («mostra» o munera) del Castellum, la parte cioè monumentale della struttura, posta frontalmente e arricchita solitamente da colonne e statue, dalla quale era possibile attingere acqua da parte della popolazione, verosimilmente servendosi di quello spazio al presente denominato Largo Pretorio.

 

 

Planimetria area Castellum aquæ di Larinum
Planimetria dell'area del Castellum aquæ; la freccia indica la "breve parte di muro" lungo il lato ovest dell'isolato [da De Felice (planimetria allegata); elaborazione P. Miscione]
Castellum aquæ di Larino "recinto Lallo" e ingresso cisterne
Il c.d. "recinto Lallo", posto a ovest dell'isolato, che anticipa le antiche cisterne romane, in uno scatto del novembre 1984; al centro, l'arco che immette nel corridoio [foto Archivio Pilone]

  Il corridoio, ricavato successivamente
 


 

 Il termine munera poneva l’accento sul significato di dono (munus) che la fontana pubblica rivestiva, con la sua preziosa acqua messa a disposizione di tutti. Talvolta si tendeva a monumentalizzare queste parti frontali, come nel caso dei c.d. “trofei di Mario” (Nymphæum Divi Alexandri), probabile castellum dell’Aqua Claudia, eretti sotto Alessandro Severo nella prima metà del III secolo d.C. come fontana monumentale (la Fontana di Trevi per l’Aqua Virgo e la Fontana Paola – il “Fontanone” – sul Gianicolo per l’Aqua Traiana sono mostre moderne di antichi acquedotti) [G. Pisani Sartorio, art. cit., pp. 23-24; R.A. Staccioli, op. cit., p. 150].

 



  "Trofei di Mario"  

 

 

Fontana Paola ovvero "il Fontanone" mostra moderna dell'Aqua Traiana
La Fontana Paola - il c.d. "Fontanone" - mostra moderna dell'Aqua Traiana
 

 

Del complesso manufatto larinese ci si limita in ogni caso ad annotare che «dal punto di vista costruttivo… non si può affermare con certezza che essa per intero sia stata realizzata sulla base di un progetto architettonico unitario» (E. De Felice, Larinum cit., p. 56), benché se ne ribadiscano «le caratteristiche di unitarietà funzionale» (ibid.).

 

 

Diversi autori, per contro, identificano nel nostro isolato larinese il Pretorio della città, vale a dire il suo  palazzo di giustizia (G.A. Tria, Memorie Storiche cit., pp. 146-147; A. Caraba, Delle antichità di Larino, p. 10; G. e A. Magliano, op. cit., p. 75; A. Magliano, op. cit., pp. 9, 19-20; D. Priori, La Frentania, I, p. 94). In linea teorica, si può ritenere che non sia affatto possibile escludere del tutto una condivisione, almeno parziale dell’area occupata tra l’edificio pretorile e l’ipotizzato Castellum aquæ.

 

La tipologia edilizia del castellum aquæ non escludeva a priori questa possibilità. Abbiamo notizia difatti che a Roma, al di sopra delle c.d. “Sette Sale” sul colle Oppio, che rivestivano la duplice funzione di cisterna per il rifornimento delle Terme di Traiano e castellum dell’acquedotto, sono presenti gli avanzi di una grande domus (fine del III-inizio del IV sec.), con resti di pavimenti in mosaico bianco e nero e a intarsi di marmi policromi (R.A. Staccioli, op. cit., p. 149).

 

Per diversi storici locali il nostro edificio era dunque il Pretorio cittadino. Vediamo cosa dice il vescovo Tria:

 

Parlandosi presentemente del Pretorio, o fusse detto Palazzo de’ Decurioni, o sia del Senato; sino al presente si osservano le sue fabbriche. Sta egli posto quasi nel mezzo della Città, e presso que’ Popoli tiene il nome di Palazzo, non molto distante dall’Anfiteatro. Oltre a’ fondamenti, vi sono fabbriche quasi intere in tutti i loro lati, e fanno dividere, che fusse fatto a tre ordini, in gran parte atterrato per la lunghezza del tempo dall’ingrossamento del terreno. È di lunghezza palmi Napolitani cento ottanta, e di larghezza palmi cento trentasei[7]. La grossezza de’ muri sul piano terreno è di palmi quattro, e mezzo, e per regole di architettura de’ Romani deve supporsi sotto il pian terreno almeno di palmi sei, ed un quarto, dandogli la quarta parte di più della grossezza per ogni lato. Sta formato col gusto di que’ tempi in tutte le sue parti. La superficie tanto esterna, che interna è di mattoni, e la grossezza è composta di sassi spezzati, frammischiata la malta, la quale è così indurita, che supera il marmo stesso; e benchè le muraglie si vedano scorticate, quasi da pertutto, in alcune parti dell’edificio sono ben pulite, ed alcune volte dipinte. Tantochè la sua grandezza era corrispondente al bisogno de’ Decurioni, e Senatori, che formavano il Consiglio di una Città Metropoli di una intera Regione […][8].

 

Non diversamente riferisce il Magliano:

 

Antiche fabbriche spezzatrici dei secoli e della umana barbarie, ti additavano in Larino, fino a due lustri fa, il suo Pretorio, l’antico palazzo cioè di giustizia, sito in mezzo all’ameno piano della rinomatissima fiera. Esse sostengono ora il costruttovi Seminario estivo.

Quasi intere serbavansi le fabbriche in tutt’i lati, ed abbastanza ravvisavansi i tre suoi ordini; di centotrentasei palmi n’era la larghezza, e di centottanta la lunghezza, il tutto formato col gusto dei tempi nella intiera sua estensione. La grossezza del muro sul pian terreno era di palmi quattro e mezzo, e più di sei ne presentava nella parte sotterranea, come fu riconosciuto mercè gli scavi, e la scoverta delle grandi vasche e serbatoi di acqua. Tutta di mattoni ti si mostrava la interna ed esterna superficie, e la grossezza composta di sassi spezzati, a malta frammischiati: sì dura era questa divenuta, che dovè scalpellarsi anziché potersi scastrare. Invano ti affaticherai ora di raffigurarle.

La fabbrica però del piano superiore non indicava eguale antichità della inferiore. Quindi può ben congetturarsi che a tempo dei Larinati Conti fosse stato rinnovato, ed abitato il detto edifizio. Il nome in fatti di Palazzo, datogli poi, insieme a quello più antico di Pretorio, e il quale si è comunicato a tutto il piano della fiera, non può riportarsi all’epoca della piena libertà e giurisdizione municipale, poichè è noto che l’abitazione di Augusto fu la prima ad essere denominata palazzo, perchè sita sul Monte Palatino.[9]

 

 


     

 

     
 

In alto a sinistra: mons. Giovanni Andrea Tria senior, vescovo di Larino (1726-1740). Larino, Pinacoteca della Cattedrale di S. Pardo; a destra: Vincenzo Cuoco (1770-1823); sopra a sinistra: il barone Giandomenico Magliano (1786-1856); a destra: il nipote Alberto Magliano (1846-1928)

 

 

 

Il Cuoco stesso, che scriveva agli inizi dell’Ottocento – avendo quindi sott’occhi i resti romani prima delle gravi demolizioni degli anni Trenta del secolo – parla di «avanzi… di un pretorio» ancora visibile, senza aggiungere altro (Platone in Italia, II, nota di pp. 75-76); tuttavia si evince dal testo che l’identificazione coincideva con quella indicata dal Tria – malgrado le sue «descrizioni… fatte malissimo» (ibid.) – e ribadita dal Magliano.

 

Proprio la considerazione che questi e altri autori scrivevano avendo sott’occhi l’alzato, almeno in parte originario, del complesso architettonico – di cui non è rimasta purtroppo raffigurazione alcuna –, parrebbe dare una qualche veridicità alla loro testimonianza.

 

Che l’ubicazione dell’edificio pubblico abbia un seppur minimo fondamento parrebbe indicarlo anche la circostanza che, qualche secolo dopo, vi sorse il palazzo dei nuovi dominatori longobardi [G. e A. Magliano, op. cit., pp. 75, 162, n. (a); A. Magliano, op. cit., pp. 19, 44].

 

 
Larino, Chiesa parrocchiale Beata Maria Vergine delle Grazie
Il lato est dell'isolato, con la chiesa parrocchiale della B. Maria Vergine delle Grazie (1907), prima dell'ampliamento (1987-1993); a destra gli appartamenti adibiti a Seminario estivo (1830-1833) [foto Archivio Pilone]
 

 

Ribadiamo, ancora una volta, che l’uso dello spazio per funzioni tipicamente religiose, acclarato per i secoli successivi, mi pare pur sempre indicativo di un’antica memoria legata alla storia cristiana della città. D’altronde, di questo parere era anche il vescovo La Rocca (1829-1845), come si evince dalla lapide da lui fatta murare all’interno della chiesa della Visitazione (vd. infra), ora declinata col titolo di Beata Maria Vergine delle Grazie, che lo riteneva come il luogo fisico in cui si tenne il processo che vide imputati i nostri Martiri (M. Fraccacreta, Teatro Topografico Storico-Poetico della Capitanata, pp. 313-314; G. Mammarella, Da vicino e da lontano, II, p. 130). Tuttavia abbiamo altrove spiegato che questa identificazione non ha motivo di essere.

 

Dando perciò per certa la funzione del complesso come Castellum aquæ – perché tale è l’edificio in questione – si potrebbe ritenere che esso sia stato altrimenti adoperato in epoche successive, visto che al tempo della persecuzione dioclezianea era in piedi da oltre un secolo, e quindi, in mancanza di adeguata manutenzione[10] – ancor più necessaria, vista la delicatezza della funzione (deposito e depurazione d’acqua) – potrebbe essere stato progressivamente dismesso dalla sua originaria funzione e altrimenti destinato, soprattutto in quei periodi di persecuzione su vasta scala, quando cioè le normali strutture previste per la reclusione temporanea potrebbero aver dimostrato tutta la loro inadeguatezza.

 

Ai nostri giorni, sarebbe assai difficile conservare nella sua integrità un edificio analogo, per cento o centocinquant’anni; talché sarebbe più economico pensare a un suo reimpiego, visti gli alti costi necessari alla sua efficiente manutenzione. Molto più conveniente, perciò, recuperare l’ingombrante manufatto senza apportare modifica alcuna, limitandosi al solo svuotamente delle acque, così come in effetti avvenne nel nostro caso secoli dopo, quando alcuni vani del nostro Castellum aquæ vennero utilizzati per alloggiarvi stalle, porcili, per inumarvi i resti dei cadaveri della peste seicentesca ed infine per farne umili botteghe artigiane ovvero magazzini, senza apportare se non minime modifiche alle sue strutture murarie e ai rivestimenti interni (vd. infra).

 

Va detto che, per quanto riguarda Larinum, di questo periodo tardo-imperiale sappiamo assai poco, se non da qualche sporadico intervento di recupero intrapreso da qualche patronus. Il sacello del Piano della Torre – identificato come tempio di Marte – presenta «evidenti tracce di rifacimenti ed adattamenti, ascrivibili probabilmente al IV sec. d.C.» (G. De Benedittis-A. Di Niro, L’Anfiteatro di Larinum, p. 12); peraltro negli stessi anni venne rimaneggiato l’edificio per l’amministrazione della giustizia (prætorium) di cui si è già detto altrove. Al 344 d.C. risale un’iscrizione onoraria in bronzo, incisa sul rovescio di un Senatus consultum del 19 d.C., che delibera la concessione del patronato a C. Herennius Lupercus, personaggio di ordine senatorio o equestre, che probabilmente ricevette gli onori degli «universi cives Larinatium» a seguito di riattamenti di opere pubbliche fatiscenti ovvero per l’edizione di qualche spettacolo (ludi, munera, venationes) [E. De Felice, Larinum cit., p. 33; N. Stelluti, Epigrafi di Larino, I, p. 49].

 

 
Insediamenti tardoantcihi di Larinum
Insediamenti tardoantichi nei dintorni di Larinum; in giallo l'area della città romana [da De Felice, Larinum, Firenze 1994 (tavoletta IGM allegata); elaborazione P. Miscione]
 

 


Solo qualche decennio più tardi rispetto ai fatti storici che qui si cerca di far rivivere, è attestato il manifestarsi di quelle caratteristiche abitative che avrebbero portato la popolazione a privilegiare sempre più gli insediamenti ristretti su promontori isolati e nelle ville suburbane schiavistiche, a discapito dell’antico centro cittadino, il cui fabbisogno idrico sarebbe stato in quell’epoca enormemente inferiore a quello dei secoli di massimo sviluppo edilizio. Del resto, proprio in concomitanza con l’espansione urbanistica della città, in epoca repubblicana e imperiale, abbiamo la costruzione del ramificato impianto idrico, necessario ad alimentare le numerose domus private e le grandi thermæ (G. Sansone, loc. cit., p. 35). Lo spopolamento del centro urbano non poteva che comportare il fenomeno inverso.

 

Così difatti l’archeologa Di Niro:

 

l’abbandono radicale del centro romano risale già ad epoca tardo romana, come attestano i primi risultati degli scavi in alcuni punti della città antica: manca difatti tra il materiale evidenziato nello scavo, ogni traccia che possa riferirsi al IV secolo d.C. in poi. Questo singolare abbandono… fu totale.[11]

 

Altri descrivono «un centro urbano già in abbandono alla metà del IV sec. d.C., ad eccezione di alcune dimore dell’aristocrazia usate come residenze rurali» (I.M. Iasiello, Samnium, p. 87). La perdita della funzione dell’Anfiteatro cittadino, come spazio pubblico per spettacoli più o meno cruenti, viene collocata addirittura già in età tetrarchica – qual è quella che ci riguarda d’appresso –, sintomo certo che un qualche deperimento demografico dovette senz’altro registrarsi (G. De Benedittis-A. Di Niro, L’Anfiteatro di Larinum cit., p. 37 e 40 n. 7; sull’evoluzione demografica dell’area: I.M. Iasiello, op. cit., pp. 215 ss.).

Tuttavia altri studi ridimensionano alquanto la repentinità di questo abbandono (G. De Benedittis, La Provincia Samnii cit., p. 97).

 

 



 

Insediamenti tardoantichi presso Larinum

 
 

 Tutto ciò detto, credo si possa affermare con sufficienti motivazioni che il Castellum aquæ, edificato «tra la metà del II sec. e l’inizio del III sec. d.C.» (vd. supra), abbia cessato di svolgere, almeno parzialmente, la sua primitiva funzione in epoca dioclezianea. Essendo tuttavia esso un edificio pubblico, logica vorrebbe che tale sia rimasto nelle epoche successive. E poiché le thermæ, che avrebbero costretto a un oneroso recupero integrale, già abbondavano[12], non restava che limitarsi a svuotarlo delle acque, almeno in qualche sua parte, e a reimmetterlo nel tessuto urbano senza apportare modifiche. Per farne delle pubbliche galere sarebbe bastato approntare quei minimi ambienti destinati al personale di custodia, i cancelli e le inferriate, indispensabili per “accogliervi” persone cui era preclusa la lamentela.

 

Tra l’altro sappiamo, dal citato studio del De Felice, che in effetti in età imperiale, all’interno del Castellum aquæ cittadino, tali ipotetici interventi riqualificativi non avvennero.

 

Vediamo difatti in che modo s’incarcerano i rei, in quel drammatico conteso, a parere del più grande agiografo italiano del secolo scorso:

 

senza dubbio anche sotto l’impero, nelle grandi persecuzioni dei cristiani, saranno stati convertiti in temporanee prigioni sotterranei di templi… cave abbandonate. Sappiamo che provvedimenti così fatti si imposero allora in altre città dove erano molto numerosi i perseguitati.[13]

 

Il padre Amore parla esplicitamente di «carceri temporanei e occasionali» (op. cit., p 189).

 

È pertanto ipotizzabile che questo spazio pubblico sia stato fruito per alloggiarvi, nelle cisterne svuotate, celle più o meno improvvisate per la reclusione di un’inattesa moltitudine di prigionieri – il IV editto dell’aprile del 304 obbligava infatti tutti i Cristiani indistintamente a sacrificare, pena l’arresto e la morte –, così come avvenne per il Tullianum di Roma – di cui si è detto sopra –, che era in origine una cisterna.

 

In effetti già dal II editto, emanato tra la primavera e l’estate del 303, che ordinava «di imprigionare i capi delle chiese in ogni luogo» (Eus., Hist. eccl. VIII,6,8), «una schiera sterminata venne riunita in ogni dove; dovunque le prigioni, costruite diverso tempo prima per assassini e violatori di tombe, vennero ora riempite di vescovi, di presbiteri e di diaconi, di lettori e di esorcisti, al punto che non vi fu più spazio per i criminali condannati» (Eus., Hist. eccl. VIII,6,9). Ricordiamo che probabilmente per queste ragioni, il 17 settembre del 303 venne promulgata la tradizionale amnistia, concessa in occasione dei vent’anni di regno di Diocleziano (vicennalia), di cui beneficiarono i detenuti per reati comuni, resasi probabilmente necessaria per il sovraffollamento delle carceri derivato dagli editti di persecuzione.

 

La storiografia anglosassone ci viene in aiuto: «Lo stato romano dovette… affannarsi per risolvere il problema dei costi per il mantenimento di tanti prigionieri (scil. incarcerati a seguito degli editti di persecuzione)» [Storia del Mondo Antico, IX, p. 729].

 


Marten de Vos, Geremia nella cisterna
M. DE VOS, Geremia nella cisterna (1550/1591), incisione
 

 

La storia, anche quella enarrata nel Libro Sacro, ci soccorre ancor di più, perché possiamo leggervi che sin dalle epoche più remote cisterne e pozzi secchi erano comunemente adoperati per recludervi provvisoriamente i prigionieri:

 

I capi erano sdegnati contro Geremia, lo percossero e lo gettarono in prigione nella casa di Giònata, lo scriba, che avevano trasformato in un carcere. Geremia entrò in una cisterna sotterranea a volta e rimase là molti giorni. (Ger 37,15)

 

Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchia, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango. (Ger 38,6)

 

Quando a te, per il sangue dell’alleanza con te, | estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua. | Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza! | Ve l’annuncio oggi stesso: | vi ripagherò due volte. (Zc 9,11s).

 

 

  Carcere di Filippi  
 


Ed ancora, per la detenzione di Paolo e Sila a Filippi [presso od. Kavála, Grecia] (At 16,23ss), si è ritenuto, per lungo tempo, che la loro comune prigione fosse da identificare in una struttura romana, probabilmente una cisterna, inglobata nel cortile rettangolare che precedeva l’atrio della Basilica A della città greca (V secolo); la presunta galera diventò luogo di culto cristiano dal periodo in cui vennero distrutte la Basilica A e l’Ottagono (fine VI-inizi VII secolo), come dimostrano gli affreschi rinvenuti all’interno (Ch. Bakirtzis, Paul and Philippi: The Archaeological Evidence, in Philippi at the Time of Paul and after His Death, Harrisburg 1998, pp. 37-47).

 

In un’ex cisterna romana situata nella parte più altra dell’antica Tuder [od. Todi, Perugia], si ritiene avvenuta la detenzione e il martirio, nel 304 d.C., del vescovo Cassiano, che per questo viene riconosciuta come “Carcere di San Cassiano”, benché la notizia non abbia ancora trovato sufficienti elementi probatori. Tuttavia, l’ambiente – di forma quadrangolare, con una porta d’ingresso a tutto sesto poggiante su due rudimentali capitelli, e due piccole finestre aggiunte successivamente – venne più tardi trasformato in oratorio cristiano, e per molto tempo vi si conservarono le reliquie dello stesso San Fortunato, patrono della città umbra.

 

Ancora più interessante rimane poi il caso dell’acquedotto romano di Cagliari, dove le più recenti prospezioni archeologiche hanno accertato che una grossa cisterna del complesso cessò la sua funzione in seguito a gravi dissesti statici, che causarono profonde fenditure nella struttura.

 

La cisterna – attualmente compresa nell’attiguo Orto dei Cappuccini – fu ricavata intonacando con il cocciopesto una delle antiche cave ipogeiche di blocchi serviti a costruire il settore meridionale della cavea del vicino anfiteatro cittadino. Di forma alquanto articolata, con dimensioni maggiori di circa 130 m di lunghezza e 180 m di larghezza, per un’altezza media di circa 8 m, poteva contenere fino a 1.000.000 di litri d’acqua (A.M. Colavitti-C. Tronchetti, Guida Archeologica di Cagliari, p. 16; M. Dadea, L’anfiteatro romano di Cagliari, pp. 81-87).

 


Cagliari planimetria cisterna-carcere Orto dei Cappuccini
Cagliari: planimetria della Cisterna nell'Orto dei Cappuccini; la freccia indica la posizione del graffito della "Navicula Petri" [da Dadea, L'anfiteatro romano di Cagliari, Sassari 2006]

 

 Cisterna dell'Anfiteatro romano di Cagliari

 
 

 

 Svuotata quindi dell’acqua, la cisterna cagliaritana venne utilizzata, agli inizi del IV secolo, proprio come carcer, per recludervi i condannati ad bestias in attesa dell’esecuzione della sentenza nel comunicante anfiteatro cittadino. La presenza di trenta grossi maniglioni, scavati nella parete rocciosa lungo l’intero perimetro dell’ipogeo, cui venivano probabilmente assicurati i ceppi dei prigionieri, ha fatto ipotizzare che in esso sia stato recluso almeno un ignoto martire cristiano, messo a morte durante la persecuzione dioclezianea, il quale, prima di passare a miglior vita, ebbe il tempo di graffire sulle pareti della cella un disegno raffigurante la Navicula Petri (M. Dadea, op. cit., p. 84; per approfondimenti: Id., Un graffito paleocristiano con figura di nave a Cagliari, in L’edificio battesimale in Italia, pp. 155-159).

 

Il prigioniero cristiano – che non sarà stato di certo uno dei martiri di cui si parla in alcune passiones medievali, Efisio e Lussorio – avrà avuto una buona conoscenza teologica, seppure fosse di bassa estrazione sociale, a motivo della condanna ad bestias cui era stato destinato (Id., L’anfiteatro cit., p. 86); pertanto egli quasi certamente non sarà stato un cittadino romano.

 

 Accadeva però che le cisterne venissero altrimenti adoperate, vale a dire per affogarvi i rei. La letteratura martiriale enumera diversi casi. Quello più celebre riguarda una vittima illustre, il papa Callisto I, che nel 222 durante una sommossa popolare venne gettato in un pozzo nel Trastevere (BHL, pp. 1523-1525; AA.SS. Octobr. VI, pp. 401-448). Altrove ci è noto di annegamenti avvenuti in acque correnti – di mari e di fiumi –: papa Clemente I nel Chersoneso Taurico [od. Crimea] affogato in mare nell’anno 99, legato ad un’ancora  (BHL, pp. 1848-1857; AA.SS. Martii, II, pp. 20-25); Sinforosa di Tivoli, che sotto l’imperatore Adriano subì un’identica sorte finendo in fondo all’Aniene (Passio S. Symphorosæ et septem filiorum ejus, in Th. Ruinart, Acta primorum martyrum…, pp. 23-25); San Giusto di Tergeste [od. Trieste], che nel 303 venne lasciato sprofondare in mare, mani e piedi legati, e zavorrato con pesi di piombo (AA.SS. Nov. I, pp. 428-430) [R. Bratož, Il martirio per annegamento nella persecuzione Dioclezianea, AAAd 60 (2005), pp. 11-146].

 

 

Bernardino Fungai martirio di S. Clemente
B. FUNGAI, Martirio di S. Clemente (1495)
     
 

A sinistra: N. POMARANCIO e A. TEMPESTA, Martirio di S. Callisto (1579-1585 ca.); a destra: C. WORTY, Martirio di S. Giusto (1900)

 
 

 

Più facile era invece il caso che di pozzi, cisterne e fogne ci si servisse per disfarsi dei cadaveri dei martiri cristiani, come nel caso romano di San Sebastiano, gettato nella Cloaca Massima (AA.SS. Ian. II, pp. 621-660), sorte toccata pure alle martiri Concordia e Felicola – quest’ultima ritenuta sorella di latte di Petronilla, a sua volta creduta figlia di San Pietro –, o della martire Sinforosa in quel di Tivoli.

 

Non possiamo dunque escludere che dei numerosi pozzi e cisterne presenti all’interno del tessuto urbano della Larinum tardo-imperiale si sia fatto un uso analogo, dacché proprio in questo modo simili ambienti erano stati adoperati da ben prima, come ci certifica ancora una volta Cicerone nella sua orazione, dove ci riporta la triste fine di due schiavi fatti affogare dal medico-servo Stratone all’interno di una piscina cittadina, mentre ancora dormivano (Cic., Cluent. 64,179).

 

 
Alejandro Ferrant y Fischermans S. Sebastiano nella Cloaca Massima
A. FERRANT y FISCHERMANS, S. Sebastiano nella Cloaca Massima (1877)
 

 

A questo punto del nostro discorso, credo si possa concludere, con una sufficiente base argomentativa, che anche il nostro Castellum aquæ – o parte di esso – abbia potuto servire da occasionale carcer in un periodo di particolare necessità, quale poteva essere quello successivo all’emanazione degli editti di persecuzione.

 

Possiamo quindi prendere per verosimile l’ipotesi che il drappello dei Martiri designati sia stato trasferito a bordo di carri dal Foro di Larinum, dov’era il prætorium in cui s’era tenuto il primo giudizio, all’antico Castellum aquæ adattato a carcere, percorrendo una lunga strada retta, coincidente con l’attuale Viale Giulio Cesare. Qui essi potrebbero essere stati tenuti segregati almeno dall’aprile del 304, quando in seguito al IV editto molti altri fratelli di fede li avrebbero raggiunti. La loro comune reclusione sarebbe perciò da valutare a circa un mese.

 

Le parole dell’anonimo redattore degli Atti di San Cipriano ci fanno quasi riascoltare lo sferragliare delle ruote lungo la strada dolorosa:

 

venerunt ad eum principes duo … et in curriculum eum imposuerunt et ambo eum texerunt et in Sexti eum tulerunt, ubi idem Galerius Maximus pro consule bonæ valetudinis recuperandæ gratia secesserat.[14]

 

Non infrequente il caso che anche il carcere di un martire divenisse in seguito luogo di culto: a Roma il già ricordato Carcere Mamertino, ritenuto il luogo di reclusione degli apostoli Pietro e Paolo, al di sopra del quale venne eretta la chiesetta di San Pietro in Carcere; a Catania la prigione di Euplio venne ben presto ornata di un altare, per celebrarvi la Messa soprattutto nel suo dies natalis (12 agosto); essa divenne meta di pellegrinaggi e nel XIII secolo vi fu eretta una chiesa, restaurata nel XVII secolo, ma distrutta da un bombardamento nel 1943 (M. Stelladoro, Euplo, pp. 81-83).

 

Nella città di Nomentum [od. Mentana, Roma] una passio  leggendaria, ma con validi riferimenti topografici, individuava la cella dei due Santi fratelli Primo e Feliciano, giustiziati sotto Diocleziano, in un angusto ambiente, posto «iuxta forum civitatis», ove venne edificata una chiesa, benché solo nel XVI secolo; tuttavia il culto vi aveva avuto già una sua origine (Passio sanctorum Primi et Feliciani : AA.SS. Iun. II, pp. 147-153; BHL, p. 6922; A. Amore, op. cit., pp. 86-88; V. Saxer, Santi e culto dei santi nei martirologi, pp. 102-105).

 

 

 

 Carceri di martiri



A Valencia, in una cappella visigotica del VI secolo rimasta integra, è ravvisabile un più antico ambiente, nel quale sarebbe stato recluso il diacono Vincenzo di Saragozza, e perciò noto come “Carcere di San Vincenzo martire”, mandato a morte, dopo atroci supplizi, il 22 gennaio del 304. Nei pressi sarebbe sorta anche la Cattedrale cittadina, dedicata alla Vergine (R. Soriano Sánchez et al., Cripta Arqueológica de la cárcel de San Vicente mártir, Valencia 1998).

 

 

Esiste una pur minima traccia che lascerebbe supporre che proprio all’interno del nostro isolato larinese sorgesse l’antica Cattedrale della città, dedicata alla Madre di Dio[15]. Si tratta di un documento redatto il 27 settembre 1833, diretto al Sottintendente Procuratore regio della Provincia di Molise, in cui si fa cenno che l’area in cui era stata edificata la chiesa della Visitazione – antica denominazione identificabile con quella odierna di Beata Maria Vergine delle Grazie – apparteneva all’antica «cattedrale di cui era cimitero» (ASDL, fondo Curia, b. 13, f. 190, citato in G. Mammarella, Larino Sacra cit., p. 46 e n. 4; vd. anche Id., Da vicino e da lontano cit., p. 117).

 

 

Tornando a raccontare degli eventi legati al nostro complesso edilizio, oltre un secolo dopo l’opera del Tria, il Magliano, considerata la diversa fattura del piano superiore, riteneva fondato un uso successivo del medesimo quale palazzo comitale, al tempo dei gastaldi e poi conti longobardi (vd. supra); uso che conservò fino alla edificazione, da parte dei nuovi dominatori normanni, di un più sicuro maniero nel mezzo del nuovo centro abitato posto a valle (A. Magliano, op. cit., p. 44).

 

A questo utilizzo dobbiamo il nome di Sant’Angelo a Palazzo, dato all’edificio sacro posto nelle cisterne romane [G.A. Tria, op. cit., p 369; G. e A. Magliano, op. cit., pp. 75, n. (a), 184-185; A. Magliano, op. cit., p. 94], che secondo alcuni sarebbe proprio la basilica micaelica oggetto della lettera di papa Gelasio I, la prima edificata nell’Orbe cattolico, dopo l’Apparizione dell’Arcangelo Michele sul Monte Gargano (8 maggio 490).

 

 

 

Larino isolato antiche cisterne romane poi basilica di S. Angelo a Palazzo
L'angolo nord-est dell'isolato, nei cui sotterranei era la chiesa di S. Angelo a Palazzo, in uno scatto del novembre 1984 [foto Archivio Pilone]
Isolato del Castellum aquæ di Larinum muro in opera laterizia
Lato nord dell'isolato: muro in opera laterizia [da De Felice, Larinum, Firenze 1994]
 

 


Del sacro edificio sappiamo in ogni caso assai poco, visto che non è ben chiaro quando cessò di essere aperto al culto – forse nell’842, a seguito della razzia saracena, se non prima – né appare normale che un così antico luogo di devozione micaelica, ubicato in una città sede episcopale – città peraltro in cui si erano verificate persecuzioni contro i Cristiani – non abbia svolto il suo consueto ruolo di propagazione del culto angelico in tutto il territorio diocesano e oltre.

 

È comunque documentato che nelle cisterne vuote poste nelle sue immediate vicinanze vennero inumati i resti mortali delle migliaia di vittime della terribile epidemia di peste che colpì la città dal 29 agosto al 26 dicembre del 1656, tolte nel 1698 dalle varie chiese cittadine, sotto l’episcopato di mons. Catalani (1686-1703). Ce lo rammenta il Fraccacreta:

                                    

Le sue mura rose dal tempo erano già bordelli e porcili, cinte dal terreno scavato da sei sepolture (le cui lapidi dal 1707 sono nel Duomo odierno) di 9700 cadaveri della peste del 1556 (sic), che dalle Chiese Urbane qui seppellì Monsig. Catalani in tre cisterne dirute, con assenso del Sinodo Provinciale dell’Arcivesc. Orsini, e di Carlo II. nel 28 Ottobre 1698.[16]

 

Intorno alla seconda metà dello stesso secolo, è ipotizzabile un qualche intervento all’interno del grande fabbricato, così come farebbe supporre l’esistenza di uno stemma cardinalizio in pietra di quell’epoca, rinvenuto al di sopra di un pilastro del cortile interno (E. De Felice, Larinum cit., p. 54 e n. 237). Ricordiamo inoltre che un secolo prima l’isolato era entrato a far parte dei beni annessi al Seminario, unitamente ad altri anch’essi legati al beneficio di Sant’Angelo a Palazzo, così come da attestazioni delle Sante Visite dei vescovi Balduino (1555-1591) – effettuata nel 1564 – e Caracci (1631-1656) [G.A. Tria, op. cit., p. 369; G. Mammarella, Larino sacra cit., II, p. 52; cfr. anche G. e A. Magliano, op. cit., p. 185]. Il vescovo Caracci approntò anche una planimetria dei possedimenti (G.A. Tria, ibid.).

 

 

 

Seminario estivo di Larino edificato da mons. La Rocca
Lato nord dell'isolato, edificato dal vescovo La Rocca per farne il Seminario estivo (130-1833) [da Pietrantonio, Il seminario di Larino..., Città del Vaticano 1965]

 

Ritratto di mons. Vincenzo La Rocca, vescovo di Larino (1829-1845). Larino, Pinacoteca della Cattedrale di S. Pardo [da Mammarella, I Santi Martiri Larinesi, Termoli 2001]; Poemetto celebrativo in onore del Vescovo composto da Matteo Fraccacreta [da Teatro Topografico Storico-Poetico della Capitanata..., III, Napoli 1834]

 
 

 

Nel 1830, come ricordato, l’isolato – le cui «mura rose dal tempo erano già bordelli, e porcili» (vd. supra) – venne pesantemente manomesso per iniziativa del vescovo Vincenzo La Rocca (1829-1845), il quale aveva intenzione di farne la sede estiva del Seminario diocesano «anche per sua villeggiatura», visto che quello ubicato nella Torre Sant’Anna gli appariva insufficiente (M. Fraccacreta, op. cit., pp. 312-315; vd. anche: G. e A. Magliano, op. cit., p. 250; A. Magliano, op. cit., pp. 19-20; D. Priori, op. cit., I, p. 141 e n. 2; U. Pietrantonio, Il seminario di Larino…, p. 58; G. Mammarella, Da vicino e da lontano cit., p. 118; Id., Larino sacra cit, II, pp. 47, 90, 95).

 

Diversi furono gli appelli, anche di illustri studiosi stranieri, affinché il Vescovo desistesse dal suo intento, ma non ci fu verso e il creduto Pretorio romano subì pesanti manomissioni.

Venne ordinata un’inchiesta governativa, ma il re Ferdinando II non badò alle pressioni che gli giungevano da più parti e autorizzò la costruzione con Regio Decreto del 9 marzo 1831 [G. e A. Magliano, op. cit., p. 28, n. (b); G. Mammarella, Larino sacra cit., II, p. 46]. Lo stesso Sovrano delle Due Sicilie, in visita a Larino nel settembre dell’anno seguente, commentò favorevolmente l’impresa: «bisogna terminar questa gran fabbrica per rivederla» (M. Fraccacreta, op. cit., p. 313).

 

Accanto al Seminario venne edificata anche una chiesa[17], intitolata alla Visitazione e ai Santi Martiri Larinesi, più tardi denominata Beata Maria Vergine delle Grazie, all’interno del cui altare maggiore avrebbe voluto collocare le «ceneri dei primi tre SS. Martiri Frentani Larinati Primiano, Firmiano e Casto, sotto Diocleziano» (ASDL, fondo Curia, b. 13, f. 190, citato in G. Mammarella, Larino sacra cit., II, p. 95).

 

Posta la prima pietra del sacro edifico il 15 agosto 1830, esso venne inaugurato il 28 luglio 1833 (Id., Da vicino e da lontano cit., p. 118; vd. anche M. Fraccacreta, op. cit., p. 313). Tra quella data e il successivo 5 agosto, le reliquie del martire San Casto, e di altri martiri – ma non di Primiano e Firmiano –, furono traslate[18] dalla Cattedrale di San Pardo alla nuova chiesa mariana di Pian San Leonardo, per essere collocate all’interno dell’altare maggiore, sicché il nuovo modesto edificio sacro poté essere aperto al culto a tutti gli effetti.

 

 
     
 

Chiesa parrocchiale della Beata Maria Vergine delle Grazie, prima e dopo il "restauro"; l'altare contiene le reliquie di S. Casto martire

 
 

 

Così è descritta la ripartizione interna del grande isolato, voluta da mons. La Rocca, dallo storico sanseverese[19], che scriveva proprio in quel periodo e che in quel Seminario ebbe a insegnare per parecchi anni:

 

Qui (scil. il Vescovo) fece la prima villeggiatura nell’està 1833, e nella corrente col Seminario in 5 Camerate complete fra le 10 disegnate. Queste con altre stanze del Rettore, de’ Maestri, dell’Accademia, e di Monsignore al Sud-Est con finestre, e balconi, e Oratorio privato al Sud, vi fanno il piano superiore: il terraneo il fanno il Refettorio di palmi 100 per 25[20], la cucina, le stanze de’ servi, cisterne, gradinate, e tre cameroni per le scuole, dov’era il Pretorio, con volta a semicilindro, finestre in alto, col pavimento antico, come l’intonico impenetrabile di arena, e sassolini ammassati colla calce spenta o sia bagnata poco a poco, un sopportico in mezzo a’ due gran cortili, e la cappella predetta[21].

 

La descrizione non sembra permettere una identificazione precisa delle strutture rimaste in piedi ovvero di quelle di cui si ha ancora memoria, malgrado le demolizioni degli anni 1987-1993. Tuttavia parrebbe che il «Refettorio» indicato dal Fraccacreta sia da riconoscere, per le sue dimensioni, in parte di quella che Mammarella indica fosse l’antica basilica micaelica oggetto della lettera del papa Gelasio I, che lo studio archeologico del De Felice qualifica come «cisterna, forse a pianta trapezoidale» (Larinum cit., p. 55). I «tre cameroni per le scuole… con volte a semicilindro, finestre in alto» invece, che lo storico identifica nell’antico «Pretorio», descritte dal De Felice come «struttura (B)… tripartita in vasche rettangolari coperte da volte a botte, parallele ed uguali tra loro per dimensioni» (ibid.), Mammarella  sostiene fossero «locali che… si ritiene abbiano potuto appartenere all’antico battistero» della ipotizzata primitiva Cattedrale cittadina, o più precisamente «piscine per il bagno di coloro i quali si preparavano a ricevere il Battesimo» (Larino sacra cit., II, p. 53).

 

Più oltre, ancora il Fraccacreta, specifica:

 

È alto pal. 40, largo 110 all’Ovest, 105 all’Est, lungo 238 al Sud, 248 al Nord[22]. Ne’ fianchi de’ nuovi fondamenti si son sepolte l’ossa delle sei pred sepolture di quel Pretorio. Qui si sono scoverti i vecchi fondamenti laterizj di pal. 6 nel fondo, 4½ nel piano, nel Refettorio i mattoni de’ rotti canali dell’acqua, che dal Monterone scorreva ne’ bagni, anche termali, che Tria lib. I. c. X. marcò con varie cellule pe’ bagni, e con acquedotti di terra cotta, e pietre verso l’anfiteatro, l’Ospedale di S. Antonio Abate, e la detta via Consolare verso Termoli.[23].

 

Il portone d’ingresso era posto a ovest, «rimpetto a Larino» (ibid., p. 314) – quindi da presumere sfruttando l’arco che immetteva nelle antiche cisterne romane – ed un’epigrafe dedicatoria lo sormontava.

La si riporta, prendendola direttamente da una fotografia, essendo il testo del Fraccacreta (op. cit., pp. 314-315) leggermente impreciso:

 

alla coltura dei talenti e dei costumi | pio convitto estivo | innalza | da sgominate mura di franti avelli e terme | presso al circo di palestra atletica | monumento disperso di romano potere | vincenzo rocca vescovo larinate lxxvi | propizio l’anno 1831 | auspice papa gregorio xvi | fiorente il regno di ferdinando secondo | monarca delle due sicilie | opera non peritura | di gloria cristiana di laude religiosa | alla chiesa sua | rimane.[24]

 

 


Iscrizione celebrativa nuovo Seminario estivo di Larino (1831)
Iscrizione celebrativa per l'edificazione del nuovo Seminario estivo (1831) [da Mammarella, Larino sacra. Cronotassi, iconografia ed araldica dell'episcopato larinese, Campobasso 1993]
 

 

Il vescovo La Rocca tenne tutto l’isolato in grande considerazione, probabilmente a motivo del particolare ruolo che esso aveva assunto nella vita cristiana della Città nei primi secoli, e l’intenzione di collocarvi le reliquie degli altri due Martiri, che tuttavia rimasero nella chiesa dell’Annunziata a Napoli, dove erano custodite, lasciava trasparire proprio il gran riguardo mostrato a tutto il sito. Volle inoltre segnare questa sua intenzione in una lapide, di cui si è già detto, posta a destra dell’ingresso della chiesa della Visitazione:

 

D.O.M. Vincentivs la Rocca Episcopvs Larinen. | Fer. II in dedic. S.M. ad Nives | Avgvs. MDCCCXXXIII. solemn. ritv Eccles. hanc sacravit | in honor. Visitat. | eivsdem Deiparæ, et Sanctor. Martyr. Primiani, Firmiani | et Casti Larin. germanor. qvi svb Diocl. pro Christi nom. hoc olim in Præt. dirvto | cvm Rom. Mvnicip. damnati | et in amphyteat. proxim. torti | dein. Id. Maii, Castvs vero die seq. extra Larin. secvri percvssi fvere | Nvnc hoc in templo eorvm reliqviæ | ad Episcopal. Residen. S. Semin. popvliqve tvtamen | cvm ipsa Martyr. Regina venerantvr | ob men. vero fraction. aræ antiq. S. Pardi | Cathed. Ecclesiæ Altar. hoc. portat. consecravit | et reliq. S. Vincent. M. svb Commodo Imp. ac lavdati Divi Pontif. Patroni | cvm SS. Casti, et ceterorvm | vrna in eo inclvsit | et omnib. Christifidelib. ibidem preces | ipso dicat die fvndentibvs | indvlgentiæ ann. in anniversar. avtem | translatio ad II Dom. Avg. cum octava | in Civitate tantvm dies XL | perpetvo concessit.[25]

 

Di questo significativo edificio aveva in animo di farne la propria residenza e di «finire in pace» i suoi giorni proprio in questo ameno sito (Archivio Segreto Vaticano, Larinen., S. Congr. Concilii, Relations, 434A, citato in G. Mammarella, Larino sacra cit., II, p. 47, n. 7).

 

Tuttavia un qualche impedimento, non del tutto chiarito, gl’impedì di attuare questo suo proponimento (ibid., n. 7). Si convinse, in seguito, a cederlo ai Padri Passionisti per crearne una «casa religiosa simile a quella d’Aquila in questo Regno con tanto pubblico vantaggio singolarmente di Missioni per questa, ed altre Diocesi limitrofe nella corrente penuria di Predicatori quaresimali, come pure per gli esercizi spirituali di ordinandi e sacerdoti bisognosi di correzione…» (ibid., p. 47; Id., Da vicino e da lontano cit., p. 118).

 

Tuttavia nemmeno questo proposito arrivò a concreta realizzazione, probabilmente a causa dei problemi statici che presto cominciarono a interessare l’intero fabbricato, sicché venne clamorosamente smentito l’augurio formulato al momento dell’inaugurazione, così come ce lo riporta la lapide di cui abbiamo detto, la quale definiva la costruzione «opera non peritura – che – alla chiesa sua rimane» (vd. supra).

 

Lo sterro e la demolizione ebbero in ogni caso almeno il merito di riportare alla luce le antiche strutture poste a fondamenta dell’edificio: nello scavare il Refettorio, si scoprì ad esempio una grande conduttura incavata nel tufo, alta quanto un uomo (G. e A. Magliano, op. cit., p. 34).

 

La sorte di tutto il complesso fu presto segnata: morto nel maggio 1845 il Vescovo che l’aveva tanto voluto, subito si presentarono, come detto, gravi problemi statici e l’edificio cadde presto in rovina[26] – chiesa compresa – riportando alla luce le antiche strutture romane [ibid., pp. 28, n. (b), 250]. Quelle che erano probabilmente le vasche nelle quali i catecumeni si immergevano per ricevere il Battesimo vennero adibite a «ignobili stalle» (ibid., p. 34).

 

Nel 1866, incamerato, l’intero fabbricato fu acquistato dal cavalier Diodato Bucci, deperendo ulteriormente, quindi dal signor Raffaele Prisco, che lo adibì ad appartamenti e a Caserma per il Distaccamento di Linea, mettendo anche mano alla chiesa, che restaurò e abbellì (G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, p. 154; A. Magliano, op. cit., p. 20; G. Mammarella, Da vicino e da lontano cit., pp. 119-120).

 

 

 

La vasta area in cui sorge l'isolato oggetto di questo saggio
La vasta area in cui sorge l'isolato oggetto di questo saggio
La Chiesa parrocchiale della Beata Maria Vergine delle Grazie
La Chiesa parrocchiale della Beata Maria Vergine delle Grazie
 

 

La Chiesa venne riaperta al culto nel 1907, così come è attestato da un’iscrizione posta a coronamento della porta d’ingresso. Il quadro della Visitazione, opera di Lorenzo Giusti del 1833, trovò la sua nuova sistemazione nella Cappella del Seminario (A. Magliano, op. cit., p. 57).

Un recinto venne costruito, nella parte occidentale, sul lato cioè che immetteva nelle antiche cisterne romane, rimasto in mano a privati. Sul lato meridionale, prima del 1905, fu edificato un corpo di fabbrica su tre piani, in seguito adibito a scuole elementari e medie, cui nel 1950 venne aggiunto un ulteriore livello (N. Stelluti, Larino Piano San Leonardo Tufo & C., p. 139). Tale edificio è stato demolito a seguito della scossa sismica del 31 ottobre 2002; al suo posto sorge ora una nuova costruzione ad uso della Comunità pastorale larinese.

 

Le antiche cisterne vennero in parte adibite a magazzino e in parte occupate da botteghe artigiane. Mio padre, fresco sposo, venuto ad abitare con mia madre in uno di quei piccoli appartamenti nel vernacolo locale definiti “ ’a case du prè’v’te”, l’adoperava come deposito e cantina. Un mio zio vi tenne a lungo la sua bottega da falegname, mentre la sua abitazione era proprio accanto alla Chiesa mariana.

 

Nel 1933 l’aumento della popolazione del nuovo rione di Pian San Leonardo, arrivato già a ottocento abitanti, convinse le autorità ecclesiastiche dell’epoca a dare vita ad una nuova parrocchia che soddisfacesse anche le esigenze di una vasta zona rurale posta nelle Piane di Larino. La famiglia Prisco nel febbraio 1937 fece donazione alla Curia frentana di tutta l’area, quindi venne emesso il decreto di erezione della terza parrocchia cittadina, entrata in funzione il 1° novembre 1939, riconosciuta civilmente il 27 aprile 1962 (Città di Larino, p. 54; G. Mammarella, Da vicino e da lontano cit., p. 119).

 

 

 

Disegno per la prima pietra della chiesa BM Vergine delle Grazie Larino
Un mio disegno per quella "Prima pietra" (opuscolo per la cerimonia); la Croce - non prevista nel progetto e mai innalzata - è una "licenza poetica" del sottoscritto, inconsciamente previdente

 

 Ultimi interventi all'interno dell'isolato


Il 29 agosto 1987 il vescovo Cosmo Francesco Ruppi (1980-1988) pose la prima pietra della “nuova” chiesa parrocchiale della B.M.V.[27] delle Grazie, che venne inaugurato il 23 dicembre 1993, con «solenne rito» presieduto dal vescovo D’Ambrosio (ibid., p. 119).

 

E siamo così giunti ai nostri giorni, quando oramai possiamo confermare che degli antichi ambienti del Castellum aquæ romano è rimasto assai poco, tanto che uno studioso larinese della materia poté scrivere con rammarico:

 

delle cisterne … in particolare di Largo Pretorio … possono del tutto essere cancellate le sue tracce dai lavori per la costruzione della nuova Chiesa della Beata Vergine delle Grazie. Senza voler fare polemica diciamo che mentre da un lato si prende atto del fatto che non sono state intaccate le opere strutturali principali come i piloni e gli archi, dall’altro constatiamo che l’opus testaceum o latericium viene in più parti e per intere pareti compromesso. In altre parole viene ricoperto da iniezioni, gettate e griglie, di cemento armato. Questo francamente ci dispiace, prima perché così facendo le pareti dei mattoni originali non si leggono più e poi perché data l’importanza archeologica della struttura architettonica di cui stiamo parlando che è pari a quella del nostro Anfiteatro, probabilmente era auspicabile un diverso tipo di intervento.[28]

 

 


Cisterna del Castellum aquæ di Larino
La cisterna trapezoidale del Castellum aquæ, dopo il "restauro" degli anni 1987-1993, che attualmente ospita il Centro sociale "Il Melograno" [da Mammarella, Larino sacra, II, San Severo 2000]
 

 

Quanti di quei Martiri Larinesi, anche di quelli rimasti ignoti e di cui mai conosceremo i nomi, siano stati rinchiusi in quegli spazi angusti, non ci è dato di conoscerlo. Quanti morirono di stenti o a seguito delle percosse dei carcerieri o ancora avvinti agli strumenti di tortura, nemmeno possiamo saperlo. Tuttavia, forse a partire proprio da quei tragici giorni, quell’edifico tetro da cui un tempo scorreva l’acqua rimase tale a lungo, perché da quell’ora fu quel loro sangue, versato in solidarietà con quello di Cristo, a lavare nei secoli a venire e a diventare esso stesso acqua.

 

In questo isolato, qualche settimana prima della Pasqua del ’67, sono stato concepito. Nove mesi dopo, qualche giorno prima della solennità dell’Immacolata Concezione, venni alla luce in una casa al di là della strada, dove i miei si erano trasferiti, in una dimora un po’ più grande. Battezzato a Natale di quell’anno, quando m’infusero sul capo l’acqua in quella Chiesa parrocchiale mariana che svettava in un angolo. Il Corpo di Cristo lo ricevetti per la prima volta nel ’76 in quella stessa Chiesa, nel giorno in cui si ricordava il sangue di quei Santi Martiri Larinesi.

 

 

 

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[1] Sall. Cat. 55.

[2] [Eutichio martire seppe sconfiggere le crudeli imposizioni del tiranno nonché i mille tormenti dei carnefici, e mostrò la gloria di Cristo. Oltre allo squallore del carcere gli furono imposti altri supplizi: il pavimento fu cosparso di frammenti di coccio, perché egli non potesse riposare, e per dodici giorni non gli fu dato alcun alimento. Gettato, infine, in una voragine, le ferite inferte dallo spaventevole potere di morte sono lavate dal santo sangue. Nella notte, il sonno è turbato da visioni, che indicano il luogo dove giace il corpo della vittima innocente; compiute ricerche, viene trovato, e si provvede a tutto il necessario perché sia protetto e venerato. Damaso ha illustrato i meriti del martire; tu venerane il sepolcro] (A. Ferrua, op. cit., n. XXI, pp. 144-148, qui p. 146; ICUR V, 13274). Su questo martire si veda pure l’ampio resoconto in A. Amore, I martiri di Roma, Roma 1975, pp. 185-196.

[3] Per rimanere nel territorio che più c’interessa, un serbatoio di notevoli dimensioni è in gran parte ancor oggi visibile a Teate [od. Chieti], edificato ai piedi del colle dove sorge la città, avente una capacità di 3.356 m³ su una superficie di 817 m²; un castellum primario è pure stato riconosciuto nel cavo interno della torre sud di porta Benevento, nella cinta muraria di Sæpinum, mentre uno secondario, di piccole dimensioni, è stato rinvenuto nei pressi della opposta porta Boiano, a rifornimento di vicine terme (Sæpinum. Museo documentario dell’Altilia, Campobasso 1982, pp. 121, 169).

[4] A. Brancati, Il regime delle acque nell’antichità, Firenze 1969, rist. Firenze 1972, pp. 18-19.

[5] G. Pisani Sartorio, Acqua e acquedotti in Roma antica, in «Italy Vision» 5 (2004), p. 22.

[6] E. De Felice, Larinum cit., p. 56. Il resto di muro viene riportato dall’Autore nella planimetria di Larinum, allegata allo studio (breve segmento rosso, continuo e tratteggiato – isolato dal resto dell’antico edificio – al n.ro 1,48).

[7] Corrispondenti a m 47 x 36 ca.

[8] G.A Tria, Memorie Storiche, Civili ed Ecclesiastiche della Città, e Diocesi di Larino Metropoli degli Antichi Frentani…, Roma 1744, rist. Isernia 1989, pp. 146-147.

[9] G. e A. Magliano, op. cit., p. 75. Questa la valutazione espressa dal canonico V. Levante, Regio Ispettore Onorario alle Antichità negli anni 1930-1935: «Era situato (scil. il Pretorio) nel mezzo della città, nel luogo dove si celebra l’annua fiera di ottobre. Fino al 1830 ammiravansi le sue fabbriche che hanno contrastato con i secoli, ma la costruzione del Seminario Estivo, per opera del Vescovo la Rocca, ha ridotto questo superbo edificio in tutt’altra natura. La sua lunghezza era di circa m. 50 e la larghezza di oltre m. 35, ed erano ammirevoli le malte che rivestivano le muraglie dei sottani, e delle quali si conservano tracce» (ms. inedito, ASDL, riportato in E. De Felice, Larinum cit., p. 54, n. 235).

[10] I deterioramenti erano dovuti o alla vetustà delle costruzioni ovvero all’errato modo di agire dei proprietari dei terreni interessati o anche alla forza delle intemperie, oltre che ai difetti di costruzione veri e propri, «quod sæpius accidit in recentibus» (Front., aq. urb. Rom. CXX). Solitamente l’azione del tempo e quella delle intemperie si rendevano evidenti nelle parti architettoniche sorrette da arcate o costruite su fianchi di montagne, e ancor più in quelle che attraversavano corsi d’acqua; si trattava in questi casi di interventi di ripristino da effettuare con la massima sollecitudine. Minori danneggiamenti subivano, al contrario, le parti sotterranee, non esposte come erano agli agenti atmosferici, a gelate o al caldo intenso (A. Brancati, op. cit., p. 30). In caso di sorgenti piuttosto calde, le incrostazioni calcaree erano ancor più evidenti, talché si rendeva necessaria una continua opera di manutenzione e pulitura. Ci è perventuo ad es. che a Roma esisteva l’acquedotto dell’Aqua Tepula (lunghezza 16 km ca., portata 17.800 m³) – condottavi nel 125 a.C. dai censori Gneo Servilio Cepione e Lucio Cassio Longino –, così denominata a ragione della temperatura piuttosto elevata, che in inverno raggiungeva persino i 17°C (ibid., p. 14 e n . 5; R.A. Staccioli, op. cit., p. 153).

[11] A. Di NiroLarinum e Larino: la difficile convivenza, in «Proposte molisane 1982», 1, Campobasso 1982, p. 127; vd. anche Ead., Larinum, in Samnium. Archeologia del Molise (Catalogo della Mostra), edd. S. Capini-A. Di Niro, Roma 1991, p. 267; E. De Felice, Larinum cit., p. 46 e n. 206.

[12] Gli impianti termali venuti alla luce si trovavano all’interno della odierna Villa Zappone, in prossimità del Villino e del frantoio Maringelli – dove sono state rinvenute anche delle cisterne –, all’interno dell’attuale campo sportivo (E. De Felice, Larinum cit., pp. 60, 79-82, 87; n.ri 1,55-57; 1,83; 1,85-86; 1,98; G. Sansone, loc. cit., p. 37).

[13] P. Franchi de’ Cavalieri, Note agiografiche, IX, Città del Vaticano 1953, p. 3, n. 1.

[14] Acta Cypriani 2,4.

[15] Sul titolo mariano dell’antica Cattedrale: G. e A. Magliano, op. cit., p. 181; A. Magliano, op. cit., pp. 92-93.

[16] M. Fraccacreta, Teatro Topografico Storico-Poetico della Capitanata, e degli altri luoghi più memorabili, e limitrofi della Puglia…, III, Napoli 1834, rist. anast. Sala Bolognese 1976, p. 312; vd. anche G. Mammarella, Larino sacra cit., II, p. 50.

[17] «Questa ha il campanile Monastico di una faccia, non di 4 in quadro, e la porta pubblica nell’angolo Sud-Ovest» (M. Fraccacreta, op. cit., p. 313). Rilevo che questa descrizione appare poco precisa, visto che l’ingresso della chiesa si trova semmai a sud-est, a meno che non siano intervenuti successivi quanto improbabili interventi, tanto invasivi da cambiare l’apertura d’ingresso di un edificio in muratura portante.

[18] G. Mammarella, Da vicino e da lontano cit., p. 118; Id., Larino sacra cit., II, p. 90; Id., I Santi Martiri Larinesi, Termoli 2001, p. 27. Il Fraccacreta (op. cit., p. 313) indica la data 21 luglio 1831 relativamente alla traslazione delle «reliquie di S. Casto (in quel Pretorio condannato al martirio co’ germani Larinesi S. Primiano, e Firmiano) sotto l’altare qui della Cappella, e sopra il loro quadro colla Vergine, e S. Elisabetta».

[19] A titolo di curiosità si riporta un breve componimento, dedicato dal Fraccareta al vescovo La Rocca, a ricordo dell’apertura del Seminario estivo (op. cit., p. 316): «Ecco il Pretorio, il Tribunal di Astrea, | Che alzò qui la bilancia, alzò la spada. | Ecco della Frentana alma contrada, | Di Larino l’emporio, e l’assemblea. | Ecco il bell’orizzonte, in cui godea, | Gode ogni nave, che il mar d’Adria rada; | L’erto Gargano, e la Frentana strada, | Buca, Uscosio, Cliternia in cui sorgea. | Vè roso a piè l’anfiteatro antico, | Altri avanzi de’ muri, e della rocca, | De’ tremuoti trofeo, di acciar nemico. | Vè il Pretorio: in Liceo l’erge, ritocca | Il gran Prelato, in Seminario aprico… | Viva Larin, viva il Pastor La Rocca».

[20] Corrispondenti a m 26 x 6,5 ca.

[21] M. Fraccacreta, op. cit., p. 313.

[22] palmi 40 = m 10,5 ca.; palmi 110 = m 28,70 ca.; palmi 105 = m 27,40 ca.; palmi 238 = m 62,20 ca.; palmi 248 = 64,73 ca. Trattasi di dimensioni non del tutto coincidenti con quelle note dai rilievi effettuati dal De Felice, che indica lunghezza e larghezza massima dell’isolato – “recinto Lallo” compreso – in m 70 x 34 (Larinum cit., p. 54).

[23] M. Fraccacreta, op. cit., p. 315.

[24] G. Mammarella, Larino sacra. Cronotassi, iconografia ed araldica dell’Episcopato larinese, Campobasso 1993, p. 132.

[25] M. Fraccacreta, op. cit., pp. 313-314.

[26] Il vescovo Bottazzi (1845-1858) si servì dei materiali per costruire il casino di Monsignore sulla via per Casacalenda (A. Magliano, op. cit., p. 20, n. 3).

[27] Quasi sempre denominata «Comunità parrocchiale B.M.V. delle Grazie». Non si specifica mai la cilindrata, ma trattasi certamente di fuoriserie. Annotiamo che la “prima pietra” venne posta 331 anni esatti dallinizio della terribile epidemia di peste che decimò la popolazione, nel lontano 1656: corsi e ricorsi.

[28] N. Stelluti, Larino Piano San Leonardo Tufo & C., in «Almanacco del Molise 1992», II, p. 144.





 

 

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