Gli editti di Diocleziano

DIOCLEZIANO

Istanbul

Museo Archeologico

 

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  a persecuzione contro i Cristiani vera e propria venne preceduta, sin dalla primavera-autunno del 297 – data contestata da alcuni studiosi –, da una fase “militare”, applicata dal responsabile dell’esercito Veturio, voluta dal pagano tradizionalista Diocleziano – augusto senior, che esercitava un’autorità preminente – influenzato dagli aruspici (Eus., Hist. eccl. III,1; VIII; Lact., De mort. persec. IX,12; X,1; Id., Divin. Inst. IV,27,4).  

 

 

   Era stata generata dall’asserita incompatibilità del Cristianesimo col servizio di leva, e portò dapprima all’emarginazione e poi alla vera e propria persecuzione dei soldati cristiani – una vera e propria epurazione –, durante la quale per due volte venne decimata la legione Tebana, di stanza ad Agaunum nelle Gallie [od. St. Maurice nel Canton Vallese (Valais), Svizzera], fino al suo completo sterminio.

 

  Caddero, tra gli altri, gli ufficiali Maurizio, Candido, Essuperio e Vittore (Eucher. Lugd., Passio Acaunensium mart.); da ricordare pure il martirio dei Quattro Santi Coronati (Clemente, Semproniano, Claudio e Nicòstrato); del tribuno della coorte pretoria Sebastiano, che subì il supplizio delle frecce nello stadio del Palatino, in hippodromo, per poi essere finito nei giardini ove attualmente sorge la chiesa di San Sebastiano in Palatio. Tuttavia nel primo Concilio di Arles (314) si era deciso: «De his qui arma proiciunt in pace placuit abstineri eos a communione» (can. 3).

 


     
 

Martiri soldati

sopra: B. LUINI, Martirio di S. Maurizio e compagni (1510); a sinistra: NICCOLÒ di PIETRO GERINI, Flagellazione dei Quattro Santi Coronati (1385); a destra: ANTONELLO da MESSINA, Martirio di S. Sebastiano (1476)

 


 

 In questa prima fase i martiri furono dunque isolati. Ma il partito dell’antica religione, guidato da aderenti al neoplatonismo – tra i quali Lattanzio enumera Sossiano Ierocle, crudele consularis di Bitinia, «auctor et consiliarius ad faciendam persecutionem» (Lact., Divin. Inst. V,2-3; De mort. persec. XVI,4; Eus., De mart. Palæst.V,3), uso a combattere i Cristiani anche con scritti –, riuscì a convincere il cesare Galerio, uomo brutale più incline alla guerra che al governo, la cui crudeltà era «a Romano sanguine aliena» (Lact., De mort. persec. IX,2). Questi, spinto all’odio verso i Cristiani per motivi familiari – era figlio di una «deorum montium cultrix, mulier admodum superstitiosa» (ibid. XI,1) – si attestò su posizioni miranti a colpire i nemici del culto di Stato, in modo da restaurare e centralizzare la politica imperiale.

 

Fu così che nell’inverno fra il 302 e il 303 Galerio, dalla sua residenza abituale di Sirmium [od. Sremska Mitrovica, Serbia], si recò espressamente a Nicomedia – capitale della parte orientale dell’Impero [od. İzmit, Turchia] – per persuadere Diocleziano dell’assoluta necessità di annientare i Cristiani. L’Imperatore, le cui moglie Prisca e figlia Valeria avevano probabilmente abbracciato il nuovo culto, «furori eius repugnavit» (ibid. XI,3) ma, dopo aver consultato l’oracolo di Apollo Milesio, che rispose «ut divinæ religionis inimicus» (ibid., XI,7), si lasciò convincere e firmò l’editto.

 

Si arrivò così alla più terribile fra tutte le persecuzioni ordite contro i Cristiani, la più grave e la più lunga, la vera battaglia decisiva fra Cristianesimo e paganesimo. Così ne descrive l’avvio Eusebio di Cesarea:

 

Era l’anno diciannovesimo del regno di Diocleziano, il mese di distro, che i Romani chiamano marzo. Approssimandosi la festa della passione del Salvatore furono affissi dappertutto gli editti imperiali con i quali si comandava che le chiese fossero atterrate, le Sacre Scritture gettate in preda alle fiamme e si proclamava che quelli che erano investiti di cariche scadevano se persistevano nella professione di cristiani. Questo fu il primo editto contro di noi. Poco dopo tennero dietro altre ordinanze dove si ingiungeva che tutti i presuli delle chiese di ogni luogo fossero messi in ceppi e poi con ogni mezzo costretti a sacrificare. A Nicomedia i cristiani senza distinzione per ordine imperiale furono messi a morte, parte trucidati con la spada, parte bruciati; un’altra schiera di essi fu legata dai carnefici su barche e gettata negli abissi del mare.[1]

 


Nicomedia carta della Turchia
La posizione di Nicomedia [İzmit] nell'attuale Turchia
M. Gaiaud Antica veduta di Nicomedia
M. GAIAUD, Antica veduta di Nicomedia, da "Le Tour du Monde", Parigi 1864
Nicomedia [İzmit], Rovine del palazzo di Diocleziano (1880 ca.)
Nicomedia [İzmit], Rovine del palazzo di Diocleziano (1880 ca.)
   

All’alba del 23 febbraio del 303, giorno della festa pagana dei Terminalia, a Nicomedia venne compiuta una prima operazione dimostrativa: le porte della cattedrale cristiana, che si ergeva davanti al palazzo imperiale, vennero forzate, le scritture trafugate e bruciate, il santuario distrutto. Il giorno seguente venne affisso nella residenza imperiale e per le strade cittadine il primo editto di persecuzione (Lact., De mort. persec. XII,1; ma non disponiamo del testo esatto e completo), che ordinava che in tutto l’Impero fossero distrutte le chiese, come pure – sembra – le case cristiane adoperate regolarmente per le cerimonie, e che conseguentemente si proibissero le riunioni di culto. I libri santi e gli archivi dovevano essere consegnati e pubblicamente dati alle fiamme. Si prescriveva inoltre che i Cristiani venissero privati delle cariche, delle dignità e dei privilegi di cui erano titolari.

 

I Cristiani di alto rango – gli honestiores –, venivano colpiti da infamia, privati del diritto di ricorrere in giudizio per sostenere un’accusa, anche d’adulterio, di furto e d’ingiurie; li si privava inoltre dell’immunità dalla tortura e, in caso di condanna, erano previste pene infamanti. I dignitari cristiani erano degradati; i funzionari del palazzo, della burocrazia e dell’amministrazione venivano privati della loro libertà. Infine si stabiliva che gli schiavi cristiani non avrebbero potuto ottenere la libertà e si disponeva la riduzione in schiavitù dei liberti cristiani impiegati nel servizio civile. Tanto era previsto, sicché Lattanzio termina l’esposizione con le parole «libertatem denique ac vocem non haberent» (ibid.), mentre Eusebio più sinteticamente scrive: «τοὺς δ̉ὲν οι̉κετίαις ει̉ ε̉πιμένοιεν τη̃  τω̃ν κριστιανισμου̃ προθέσει ε̉λευθερίας στερει̃σθαι» [Coloro che erano cittadini, in caso di perseverante professione di cristianesimo, dovevano essere privati della libertà] (Hist. eccl. VIII,2,4). Ricordiamo, tuttavia, che questo primo editto non prevedeva esplicitamente la pena capitale.

 

Malgrado ciò, nella stessa Nicomedia si ebbero ben presto i primi martiri: non appena affisso, l’editto venne strappato da un dignitario della corte imperiale – pare a nome Euethius –, al grido di «Più vittorie sui Goti e sui Sarmati!», che fu immediatamente arso vivo [«legitime coctus» dice Lattanzio (De mort. persec. XIII,3; vd. anche Eus., Hist. eccl. VIII,5)]. Alcuni domestici della corte imperiale, poi, tra cui i ciambellani imperiali Doroteo e Gorgonio e il cubicularius Pietro, pagarono con la vita, dopo atroci supplizi, la loro professione di fede. Due incendi scoppiati nella residenza imperiale, infine, furono attribuiti ai cristiani, per cui chi si rifiutava di sacrificare venne arrestato e mandato a morte, anche senza processo, e tra questi numerosi sacerdoti e diaconi; stessa sorte toccò al vescovo Antimo e a diversi altri funzionari di corte e servi della casa imperiale (Eus., Hist. eccl. VIII,2,4; Lact., De mort. persec. XIII,1). Il furore di Diocleziano si scatenò «iam non in domesticos tantum, sed in omnes» (ibid. XV,1); perfino la moglie e la figlia, Prisca e Valeria, probabilmente filocristiane, furono costrette a sacrificare, mentre gli «iudices per omnia templa dispersi universos ad sacrificia cogebant», come al tempo di Decio (ibid. XV,4).

 


Vescovo Antimo dà la comunione ai fedeli prima del martirio
Il vescovo Antimo di Nicomedia dà la comunione ai fedeli prima del martirio, miniatura bizantina
20.000 martiri di Nicomedia
I 20.000 martiri di Nicomedia, miniatura dal Menologio di Basilio II (985). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana (ms. Vat. gr. 1613)
Martirio di Antimo e compagni a Nicomedia menologio Basilio II
Martirio del vescovo Antimo di Nicomedia e dei suoi compagni, miniatura dal menologio di Basilio II (985). Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana (ms. Vat. gr. 1613)
   

Alcuni disordini deflagrati in Siria e a Melitene di Cappadocia [presso od. Malatya, Turchia] diedero il pretesto per un nuovo intervento: tra la primavera e l’estate dello stesso anno fu emanato un secondo editto, che ordinava «di imprigionare i capi delle chiese in ogni luogo» (Eus., Hist. eccl. VIII,6,8), per cui «una schiera sterminata venne riunita in ogni dove; dovunque le prigioni, costruite diverso tempo prima per assassini e violatori di tombe, vennero ora riempite di vescovi, di presbiteri e di diaconi, di lettori e di esorcisti, al punto che non vi fu più spazio per i criminali condannati» (ibid. VIII,6,9).

 

Un terzo editto costrinse gli arrestati a «sacrificare con ogni mezzo». In tal modo i prigionieri che avessero abiurato sarebbero stati rilasciati; gli altri, invece, giustiziati (ibid. VIII,2,5; VIII,6,8-10). Si fece ogni genere di tentativo per applicare la disposizione:

 

In un caso si sarebbero afferrate le mani di un prigioniero e lo si sarebbe così trascinato all’altare: si sarebbe ficcato nella sua mano destra tutto quanto serviva a un sacrificio irregolare e sacrilego e quindi l’uomo sarebbe stato liberato come se avesse sacrificato. E ancora: uno poteva addirittura non avere mai toccato l’altare, ma se gli altri dichiaravano che aveva sacrificato, lo si sarebbe tacitamente liberato. Un altro ancora fu sollevato mezzo morto e gettato fuori, come se fosse già cadavere; liberatolo dai ceppi, lo si contava tra quelli che avevano sacrificato. Un altro, mentre gridava e protestava che non avrebbe mai acconsentito, venne colpito sulla bocca e ridotto al silenzio da alcuni inservienti scelti alla bisogna: infine fu gettato con violenza fuori della prigione, nonostante che non avesse sacrificato. A tal punto era loro desiderio sembrare di avere in un modo o nell’altro raggiunto lo scopo.[2]

 

Questo terzo editto fu con ogni probabilità emanato prima del 17 settembre del 303, giorno in cui venne promulgata un’amnistia per i vent’anni di regno dell’Imperatore (vicennalia)[3] – festeggiati a Roma in quell’estate –, di cui beneficiarono i detenuti per reati comuni, resasi probabilmente necessaria per il sovraffollamento delle carceri in seguito agli editti di persecuzione.

 

Tornato a Nicomedia, Diocleziano fu colto da una grave malattia, forse mentale, per cui Galerio ne approfittò per bandire un quarto decreto, dell’aprile del 304, che estese l’ordine di sacrificare a tutti i Cristiani e in tutte le città dell’Impero, senza eccezioni (Eus., De mart. Palæst., Proem. II,2,1). Al dies traditionis, il giorno della consegna dei libri sacri, si sostituì il dies thurificationis, il giorno dell’offerta dell’incenso. A quanti, benché sottoposti a tortura, rimanevano saldi nella fede, veniva inflitta la pena di morte, spesso in forma estremamente crudele. Ricordiamo lo spaventoso massacro di una città della Frigia – forse Eumeneia –, i cui abitanti, dichiaratisi tutti cristiani, vennero arsi vivi, bambini compresi, nella loro città circondata e incendiata dall’esercito (Eus., Hist. eccl. VIII,11,1; Lact., Divin. Inst. V,11,10).

 

Fu questo il tempo in cui a fiumi scorse il sangue dei martiri, specialmente nella prefettura d’Oriente (Oriens – cioè le terre a sud del Tauro, l’Ægyptus e la Cirenaica – Asiana e Pontus – l’intera Asia minore –, la Thracia con la Mœsia inferior). Per tali efferatezze, questo triste periodo fu denominato Æra martyrum dai Copti d’Egitto, i quali computarono l’inizio dell’era cristiana non più dalla nascita di Cristo, bensì da quella dell’elevazione al trono di Diocleziano, benché le persecuzioni sanguinose non cominciassero che vent’anni dopo.

 


Monumento ai Tetrarchi Venezia
ANONIMO, Monumento ai Tetrarchi (fine III sec.-inizio IV sec. d.C.). Venezia, Piazza San Marco
Impero Romano nella Prima Tetrarchia
La divisione dell'Impero Romano durante la Prima Tetrarchia (293-305 d.C.)

La Prima Tetrarchia

   

A mano a mano che le lettere imperiali fornivano ai governatori le necessarie istruzioni, anche le altre province avviarono la repressione, visto che, malgrado la Tetrarchia, l’Impero rimaneva patrimonium indivisum, benché governato da quattro principes mundi [«germani geminive fratres» dice il retore Mamertino (Pan. III,6,2)].

 

Nella prefettura d’Italia (con Rætia e Africa a occidente della Grande Sirte) gli edicta, obbligatori per tutti e quattro i dinasti, furono applicati – è da ritenere con un certo accanimento – dall’augusto Massimiano (Lact., De mort. persec. XV,6).

 

Nella prefettura dell’Illyricum, governata dal cesare Galerio (Mœsiæ con la Macedonia, Epirus, Achaia, Creta, le Pannoniæ con la Dalmatia e il Noricum), non si registrano azioni particolarmente cruente, anche perché il nuovo credo era penetrato assai limitatamente. Da menzionare il vescovo e teologo Vittorino di Poetovio, il vescovo Domnio, il diacono Settimo e i laici Anastasio e Asterio a Salona; il vescovo Ireneo, il diacono Demetrio e il laico Sinero (o Sinerota) a Sirmium [od. Sremska Mitrovica, Serbia].

 

Nella prefettura delle Galliæ (Hispaniæ con la Mauretania Tingitana, Viennensis, Galliæ fino al Reno e Britanniæ) invece, dove regnava il cesare Costanzo Cloro, padre di Costantino, che era seguace del culto solare, adoratore del «summus Deus», ed incline a sentimenti di pietà – tanto che alcune fonti gli attribuiscono i titoli di clementissimus, piissimus, fundator pacis –, la persecuzione fu sporadica e la sua azione si limitò praticamente alla distruzione degli edifici, «ne dissentire a maiorum præceptis videretur» (ibid.).

 

 

Con l’abdicazione di Diocleziano (1° maggio 305) e l’avvento della seconda Tetrarchia, in Italia e a Roma, salito al potere l’usurpatore Massenzio (28 ottobre 306), eletto augusto dal popolo e dai pretoriani, simulando la professione di fede cristiana per compiacere ed accarezzare il popolo romano, ordinò «di attenuare la persecuzione contro i cristiani» (Eus., Hist. eccl. VIII,14, 1); difatti quasi subito egli restituì loro la libertà di culto, come pure fece – pare – nel 311 per i beni ecclesiastici confiscati (ibid.). Tuttavia in Oriente, dov’erano subentrati come augusto il feroce Galerio e come cesare un «adolescentem semibarbarum», venuto «nuper a pecoribus et silvis» (Lact., De mort. persec. XVIII,13; XIX,6), cioè l’ancor più sanguinario suo nipote Massimino Daja (Daza), essa riprese a partire dall’inizio del 306, con l’obbligo esteso a uomini, donne e bambini di sacrificare agli dei.

 

Qui, ancora nel 309, la repressione s’incrudelì ulteriormente con l’emanazione del c.d. “quinto editto”, secondo cui occorreva consacrare agli dei pagani i cibi messi in vendita nonché ricostruire i templi pagani e che tutti, lattanti compresi, dovessero presenziare ai sacrifici, consumati perfino nei bagni pubblici.

 


J. Luyken 12.000 martiri bruciati da Massimino
J. LUYKEN, Dodicimila martiri bruciati da Massimino Daja (1695), incisione

Augusti e cesari più o meno legittimi

 

 

Il 30 aprile del 311 l’augusto Galerio, che governava sulla prefettura dell’Oriente, colpito da una malattia ripugnante  – forse un invasivo cancro alla prostata, che lo avrebbe fatto morire solo cinque giorni dopo –, pubblicò, unitamente ai tre correggenti (Costantino, Licinio e Massimino Daia) un editto di tolleranza a Sardica [od. Sofia, Bulgaria, in base al luogo in cui fu firmato; detto anche «editto di Nicomedia», secondo il luogo di pubblicazione] (Eus., Hist. eccl. VIII,17,1-11; Lact., De mort. persec. XXXIV,4-5)]: riconosciuto il fallimento della persecuzione, il culto cristiano veniva permesso, per legge imperiale, benché con una clausola restrittiva («ut denuo sint Christiani et conventicula sua componant, ita ut ne quid contra disciplinam agant») [Che siano di nuovo Cristiani e riprendano le loro riunioni, purché non facciano niente contro l’ordine pubblico]. I Cristiani venivano alfine pregati di levare le loro preghiere per l’Impero: «Unde iuxta hanc indulgentiam nostram debent suum deum orare pro salute et reipublicæ ac sua».

 

In Oriente, il crudele Massimino, che governava le province a sud del Tauro e l’Egitto, sfruttando l’ambigua coda dell’editto, che non fece pubblicare nei suoi territori, riprese per suo conto la persecuzione fino alla sua sconfitta (313), sollecitando contro i Cristiani petizioni e denunce di presunta immoralità. Tra i martiri di questo periodo, i dotti presbiteri Panfilo di Cesarea (310) – discepolo di Origene –, e Luciano di Antiochia (312), i vescovi Pietro di Alessandria (311), Metodio di Olimpo (311 ca.) e Silvano di Gaza (310), quest’ultimo con altri trentanove compagni.

 

   Finalmene, nel febbraio del 313, venne quel provvedimento a lungo atteso, il cosiddetto Editto di Milano (Eus., Hist. eccl. X,5,2-14; Lact., De mort. persec. XLVIII) che concedeva a tutti, e in particolare ai Cristiani, di professare il loro credo liberamente, con la restituzione oppure l’indennizzo dei beni confiscati al «corpus christianorum», cioè alle comunità cristiane considerate come enti corporativi dotati di personalità giuridica. Più che di un editto vero e proprio si trattò di un rescritto ossia un mandato circolare ai proconsoli, emanato da Licinio e dal cognato Costantino.

 

  La persecuzione avviata da Diocleziano si concluse definitivamente il 13 giugno del 313, con l’ingresso trionfale del nuovo augusto Licinio a Nicomedia, che vi fece affiggere il testo di una lettera circolare, indirizzata ai governatori di tutte le province orientali, in cui erano indicate le decisioni prese a Milano col collega Costantino.

 

 

 

Bibliografia:

 

A. Alföldi, Costantino tra paganesimo e cristianesimo, Bari 1976

K. Bihlmeyer-H. Tüchle, Storia della Chiesa, ed. italiana a cura di I. Rogger, trad. it. [Kirchengeschichte, Paderborn 1951], I. L’Antichità Cristiana, trad. it. [Das christliche Altertum, Paderborn 1951], Brescia 199413

P. Brezzi, Dalle persecuzioni alla pace di Costantino, Roma 1960

A. Pasqualini, Massimiano Herculius. Per un’interpretazione della figura e dell’opera, Roma 1979

Ch. e L. Pietri (edd.), La nascita di una cristianità (250-430), in Storia del cristanesimo: religione, politica, cultura, II, ed. it. a cura di A. Di Berardino, Roma 2000

V.A. Sirago, Diocleziano, estratto da «Nuove Questioni di Storia Antica», Milano 1967, pp. 1-24

M. Sordi, I Cristiani e l’Impero Romano, Milano 20042

Storia del Mondo Antico, edd. S.A. Cook-F.E. Adcock-M.P. Charlesworth-N.H. Baynes, IX. Evoluzione e declino dell’impero romano, Milano 1978, trad. it. [The Cambridge Ancient History, Cambridge University Press, London 1954-1961, XI. The Imperial Peace (X-XIX chapters); XII. The Imperial Crisis and Recovery]



 

 


[1] Eus., Hist. eccl. VIII,2,4-5.

     [2] Eus., De mart. Palæst. I,4.

[3] Sul dies imperii di Diocleziano, si propende tuttavia tra il 17 settembre (W. Seston, Dioclétien et la tétrarchie, Paris 1946, p.49) e il17 novembre 284 d.C. (Lact., De mort. persec. XVII,1; Eus., De mart. Palæst. I,5; II,4).

 

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Commenti: 1
  • #1

    Vincenzo G. (domenica, 08 novembre 2015 18:53)


    Attenzione, perché leggendo questo sintetico saggio così ben documentato, mi è venuto il pensiero che sia attualissimo. Visto come si stanno mettendo le cose, che "editti" simili vengano promulagati, in combutta con i nuovi padroni della Chiesa, mi pare del tutto plausibile.

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