Ό επιστήθιος

il discepolo che Gesù amava

VALENTIN

Ultima cena

(1625)

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Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un con l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse:«Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui (Gv 13,21-27).

 

Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (Gv 21,20-23).

 
 

l Discepolo Amato è dunque colui che “sta su il petto” – ε̉πὶ  τὸ  στη̃θος – è detto nei due passi evangelici riportati. Da questa espressione è derivato, nella patristica greca, l’aggettivo neologistico επιστήθιος.

 

 

 


 

   Vediamo, nel primo passo citato, che l’Amato si presenta come mediatore  tra il gruppo dei Dodici e il Cristo: Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. L’Amato, dunque, è colui che interpreta i divini voleri e li comunica agli altri.

 

    Questa funzione del Discepolo trova una significativa analogia nel Prologo all’Evangelo: Dio nessuno lo ha mai visto: | il Figlio unigenito, che è Dio | ed è nel seno del Padre, | è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18).

 Osserviamo difatti che in questo passo l’Evangelista usa il termine κόλπος, che sta a significare “petto, grembo, seno”. La stessa parola è adoperata da Giovanni in un solo altro versetto: Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco - κόλπος - di Gesù (Gv 13,23). Qui la nuova traduzione della Bibbia CEI - fianco - è evidentemente imprecisa.

 

    La stessa Bibbia, edita nel 2009, così chiosa al medesimo versetto: «come Gesù è l’interprete del Padre, così il discepolo prediletto è l’interprete di Gesù». Potremmo anche dire: come il Verbo fatto carne sta al Dio invisibile, così il discepolo che Gesù amava sta al Verbo fatto carne. Lui solo ha ricevuto il dono di penetrare il messaggio di Gesù.

 

Ma in che cosa consiste quel “penetrare” il messaggio del Cristo da parte del Discepolo? Cerchiamo di scoprire una chiave di lettura: è noto che l’Evangelista non descrive l’istituzione dell’Eucaristia, pane per la vita eterna (cfr Gv 6,58), e tuttavia parla esplicitamente di «boccone» – ψωμίον – intinto e porto a Giuda, il traditore. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui (Gv 13,27). Il gesto appare quanto mai sorprendente: invece delle parole solenni del rito della Consacrazione riportate dai Sinottici, l’Evangelista ci riferisce un evento che parrebbe presentarsi esattamente all’opposto: un cibo che non è nutrimento per la vita eterna, ma causa di possessione dal maligno. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte (Gv 13,30).

 

Ricco di significato appare l’atto del porre il boccone preceduto dal chinarsi del Discepolo Amato sul petto di Gesù. Evidentemente fra questi due movimenti, anche fisicamente opposti, c’è un nesso, seppure antitetico. In verità, Giovanni apprende dal suo Signore il motivo per cui Giuda è il traditore; ce lo ricorda San Paolo: chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (1Cor 11,29). È dunque l’Eucaristia quella che Giuda assume. D’altra parte l’annuncio del tradimento è anticipato da un chiaro riferimento: «Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno» (Gv 13,18; cfr Sal 41,10).

 

Osserviamo in definitiva che questa antinomia – gesto affettuoso del Discepolo e boccone porto a Giuda che si allontana – sostituisce di fatto il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia. Vedremo come proprio queste due diverse risposte di Giovanni e di Giuda, nei confronti del Signore, spieghino il motivo per cui le parole sull’Eucaristia siano nascoste in realtà nelle pieghe di questi due opposti atteggiamenti dei suoi discepoli.

 

“Quello che Gesù amava”.

Ci chiederemmo: che tipo di amore? E perché Egli lo ama più degli altri?

 

Per trovare una risposta passiamo a considerare l’altro passo giovanneo in cui si fa memoria del Discepolo come di colui che si era chinato sul petto di Gesù – ε̉πὶ  τὸ  στη̃θος –, quello a chiusura dell’Evangelo: siamo sulle rive del lago di Tiberiade e il Signore risorto si è manifestato per la terza volta a un gruppo di discepoli. Dopo una pesca miracolosa, Egli conferisce a Pietro il compito di pascere il gregge. In che modo è avvenuto questo significativo passaggio? Misurando l’amore dell’Apostolo nei confronti del suo Maestro: «Mi ami più di costoro?» α̉γαπα̃ς με πλέον τούτων; – e ancora «Mi ami?» α̉γαπα̃ς με; –, ed invece una terza volta si riduce a chiedere «Mi vuoi bene?» φιλει̃ς με; – (Gv 21,15-17). È dunque un amore “umano”, con la sua naturale limitatezza, che da Pietro sale al Maestro. Egli difatti risponde sempre allo stesso modo: «tu lo sai che ti voglio bene» – ότι φιλω̃ σε –; e in virtù di questo amore, seppure imperfetto, a Pietro è conferito il ministero pastorale.

 

   L’amore del Cristo che discende verso il Discepolo prediletto, invece, è di ben altra natura. Vediamolo meglio: ΄ο μαθητὴς ὸν η̉γάπα ο ’Ιησου̃ς, il discepolo che Gesù amava. Si tratta di un’espressione che ricorre più volte nel Quarto Vangelo (Gv 13,23; 19,26; 20,2; 21,7.20). Viene adoperato il verbo α̉γαπάω, cha presenta una valenza tutta particolare.

 

Si tratta, in realtà, della stessa radice verbale che compare nel termine che Giovanni adopera per parlarci dell’Eucaristia: α̉γάπη. Egli aveva introdotto la narrazione dell’approssimarsi della sua Passione proprio con queste parole: Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato – α̉γαπήσας  – i suoi che erano nel mondo, li amò – η̉γάπησεν – fino alla fine (Gv 13,1).

 

Appare dunque evidente che nell’amore di Gesù nei confronti del Discepolo si voglia dare un contenuto che va oltre il semplice “voler bene”. In questo caso si parla di un “perfetto” amore che non può che avere una natura divina. Ricordiamo di cosa si tratta: «Nessuno ha un amore – α̉γάπη più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 14,13).

 

Ecco, comprendiamo che quel Discepolo, al quale ai piedi della Croce è stato fatto il dono grande della sua Madre (Gv 19,26s), l’ha veramente presa con sé e l’ha assunta nella sua stessa carne. Ε̉ις τὰ ίδια: non semplicemente «nella sua casa», come traduceva la Bibbia CEI del 1974, ma nemmeno solamente «con sé», come riporta l’attuale versione. No, qui si tratta di qualcosa di molto più profondo. È l’evento drammatico e rigenerativo al contempo, che trasforma il Discepolo e, col sostegno dello Spirito, lo fa innalzare fino a diventare Qualcun altro (cfr Is 42,1).

 

    Potremmo meglio dire che qui è rivissuto un passaggio di consegne, che dall’alto della Croce il Signore trasmette al Discepolo, così da trasformarlo in offerta, in α̉γάπη: egli è il Dolente, ma è anche e soprattutto l’Amato, ed è Amato perché egli stesso diventa α̉γάπη, un Corpo che quotidianamente si fa Pane: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27).

     Potremmo in questo caso certamente parlare di
miracolo eucaristico”, seppure a termini invertiti. E questo, in definitiva, il significato più profondo del Trionfo del Cuore Immacolato di  Maria, da Lei preannunciato a Fátima. Daltro canto conosciamo la significativa espressione di SantAgostino: Deus homo factus est, ut homo fieret Deus (Sermo 371,1, De Nativitate Domini : PL 39, 1659).

 

Egli si offre in “sacrificio di riparazione”, perché si rinnova la parola del Salmo: Anche l’amico in cui confidavo, che con me divideva il pane, contro di me alza il suo piede (Sal 41,10). È la rottura dell’amicizia che giunge fin nella comunità sacramentale della Chiesa, dove sempre di nuovo ci sono persone che prendono il suo Pane e lo tradiscono, fuggendo nella notte buia della loro anima di tenebra.

 

Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava (Gv 21,20).

 

Ecco, osserviamo che Pietro, come anche alla soglia del sepolcro (Gv 19,6ss), non ha compreso bene quale mistero ci celasse. Lo vediamo - Dio solo lo sa - anche nell’atto drammatico della recente “rinuncia”.

« ... a te che importa?».

 

Egli, che nella stessa scena ha già avuto il mandato pastorale – «Pasci i miei agnelli … pasci le mie pecore» (Gv 21,16s) – ora che si trova, diversamente dalla Cena, proprio lui a stretto contatto col Maestro, si volta indietro e chiede cosa sarà del Discepolo Amato; e tuttavia il Signore gli fa intendere che il cammino personale del Discepolo, di cui significativamente in tutto lEvangelo non viene fatto mai il nome, è sottratto ad ogni competenza umana.

Si mostra in questo modo evidente che tra il Cristo, Pietro e il Discepolo si viene a costituire una “sacra triangolazione” che compendia tutto il mistero ecclesiale, fino alla fine dei tempi.

 

Da par suo l’Amato, che al sepolcro era giunto per primo e per primo aveva compreso, proprio colui che in quell’attimo Pietro aveva inseguito (Gv 20,3), quel Discepolo che quella stessa mattina, sul lago di Tiberiade, per primo aveva detto ancora a Pietro: «È il Signore» (Gv 21,7), ora si mette alla sequela di entrambi. Egli, proprio portando nella sua carne la testimonianza della Morte in croce del suo Signore, quasi crocifisso anche lui nell’abbraccio compenetrante alla Madre sua, e al contempo testimone privilegiato della Risurrezione, troverà la forza e la ragione, in virtù di questo amplesso di puro amore, di vincere e pacificare nel suo sangue, nella sua Carne sofferente, il mistero del male che si rinnova fino alla fine dei tempi.

 

E così comprendiamo finalmente quale fosse quel “segreto” su cui il Discepolo Amato aveva avuto in dono di mettere gli occhi durante la Cena: proprio e solo a lui era stato rivelato, dal suo Signore e Maestro, che nella sua Carne avrebbe preso Corpo e si sarebbe completato, mediante lo Spirito, il mistero della Parusia: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (Gv 21,23).

 

Ecco, Giovanni ci ha effettivamente raccontato l’istituzione dell’Eucaristia sotto altre sembianze, con un realismo inaudito: è il Discepolo che sta sul suo petto, ΄ο επιστήθιος: l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).

 

E verrà dunque infine il giorno in cui tutti noi potremo quasi toccare con mano le sue rinnovate piaghe: nel luogo dov’era stato crocifisso, vi era un Giardino (Gv 19,41).


     Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro … (Gv 20,4).

Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera (Gv 21,24).

«Questi è il Figlio mio, lAmato: ascoltatelo!» (Mc 9,7).

 

 

A Pietro le chiavi, a Giovanni la Madre.

 

 

D. Parson The Lost Lamb
D. PARSON, The Lamb (2007)
 

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Ό επιστήθιος, il discepolo che Gesù amava
Una chiave teologica per capire la Visione di Fátima
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